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L'ALIENO IN NOI
Accade spesso che i film di sf o horror, dietro una colorata cortina di effetti speciali e rocambolesca azione, nascondano considerevoli riflessioni sulla società contemporanea, offrendo allo spettatore attento un livello di lettura ben più profondo della pur interessante confezione esterna. E’ stato il caso delle varie versioni di The Bodysnatchers, come illustrato in un precedente articolo su Future Shock, e tale discorso diventa ancora più valido se si esamina un altro importante ciclo filmico, ora giunto al suo quarto episodio, quello di Alien. In questo caso l’attenzione si sposta dal livello d’analisi del sociale a quello d’introspezione e critica psicologica del singolo individuo, offrendoci, di capitolo in capitolo, spunti che meritano sicuramente un tentativo d’approfondimento e discussione. Correva il 1979 quando Ridley Scott filmò il primo episodio della saga, dando alla luce un capolavoro di tensione, angoscia e orrore claustrofobico. Gli stretti, soffocanti ponti della nave da carico Nostromo, la scena del corpo sventrato
dall’alieno, gli inseguimenti nei condotti dell’aria, la disperata lotta finale sono tutte scene che rimarranno per sempre impresse nell’immaginario fantastico di tutti noi, dettando infine un esempio difficile da emulare per qualsiasi opera posteriore. Per i pochi lettori che non hanno ben presente la storia raccontata dal regista sarà utile un breve riassunto: Di ritorno sulla Terra, l’astronave da carico Nostromo capta un segnale di soccorso proveniente da un asteroide e sveglia l’equipaggio dall’ibernazione. Dopo l’atterraggio, alcuni membri vengono inviati ad esplorare il relitto di una
nave spaziale aliena e scoprono centinaia di uova dentro quello che sembra essere il ponte di stivaggio. Un alieno in stadio riproduttivo/invasivo (il facehugger) assale un astronauta, avvinghiandosi al suo volto. Trasportato indietro sulla Nostromo, Kane (questo il nome della vittima…) sembra rimettersi dopo che il facehugger si distacca e muore, ma improvvisamente, durante un pranzo con il resto
dell’equipaggio, cade preda di convulsioni ed infine una larva aliena fuoriesce dal suo corpo, sventrandolo. Da questo punto in poi la situazione precipita, con l’alieno che cresce sempre più e bracca il resto della ciurma, uccidendone i membri che restano isolati. Ripley (Sigourney Weaver, protagonista di tutti gli episodi fino a questo momento) intende liberarsi del mostro in ogni modo, ma viene prima
ostacolata da Mother (il pc dell’astronave) e poi da Ash, un robot, che rivelano l’intenzione ferma e decisa da parte della compagnia proprietaria della Nostromo di portare l’alieno sulla Terra, per studiarlo e sfruttarlo.Dopo altre peripezie Ripley riuscirà infine a far esplodere la nave e separarsi con un modulo di salvataggio, uccidendo la creatura che era riuscita a penetrarvi. Fin dal primo episodio vengono fissati alcuni canoni che rimarranno invariabili per tutta la durata della serie: la presenza di caratteri femminili (Ripley ma non solo) molto forti e decisamente più positivi dei corrispettivi maschili, la
connotazione etologica dell’alieno, un essere votato alla conquista totale dell’ambiente e guidato dalla riproduzione come fine ultimo ed unico, la presenza pervasiva ed occulta della “compagnia” vista come multinazionale disposta ad ogni possibile inganno e sopruso in vista di un guadagno economico… E fin dal primo capitolo viene delineata ben chiara la simbologia più profonda e semplicistica, quella di
una Weaver vista come madre battagliera, pronta ad usare ogni singolo grammo delle sue energie pur di difendere la sua prole (e quindi in senso lato e per traslato questa progenie diventa di volta in volta un gatto, una bambina, la nave, l’equipaggio): Scott, esperto delineatore di psicologie femminili (si pensi al susseguente Thelma e Louise…) trova nella Weaver il materiale adatto per plasmare una figura
di guerriera indomita e sofferente, un personaggio affascinante nella sua aura di tristezza e rassegnazione che non conducono però ad un abbandono bensì ad una eterna lotta (motivo questo che ritroveremo anche ne Il Gladiatore), il volto scavato e tirato, raramente sorridente, e il corpo segnato dalle battaglie, contuso, sporco, vissuto. La nostra è un’eroina sola in un mondo interamente alieno, un
universo composto di datori di lavoro doppiogiochisti, persone che rivelano essere robot, compagni che la assalgono in preda a follia… Un universo falso e schizoide, nel quale l’unica sicurezza sembra essere quella di una nostra totale solitudine. A far da contraltare e naturale completamento della figura di Ripley ecco quella dell’Alien vero e proprio, un folle puzzle di rettile e insetto antropomorfo, dalla doppia mandibola, privo d’occhi (a cosa potrebbero servire in una realtà
come quella dipinta da Scott?), guidato da un istinto ferocissimo, con acido al posto del sangue, autentico incubo lovecraftiano uscito dalla mente dell’artista svizzero. E’ forse uno dei primi esempi di alieno dalla logica incomprensibile e dalla comunicazione nei riguardi della nostra specie sicuramente ridotta all’essenziale. Ed in questo caso il fulcro è il rapporto preda-predatore. Buona parte del merito
del successo di tale pellicola (non ci limitiamo alla mera nozione di affluenza di pubblico quanto all’efficacia nel comunicare idee, nozioni e immagini) è certamente da ascrivere al talento mostrato dall’artista nel rappresentare questa figura: la carica sessuale espressa dall’alieno è troppo forte per non essere menzionata ed affrontata criticamente. Se la cifra erotica di Giger è sempre stata molto
sentita ed esplicita, raggiunge il suo massimo nell’elaborazione dell’Alien (si pensi ai vari stadi di mutazione, dai chiari riferimenti vaginali dell’uovo e del face hugger, alla forma pene del neonato e comunque dell’adulto, all’abbondante presenza di fluidi corporali, e alla nascita attraverso un parto-stupro su un uomo…) segnando un aspetto della saga che di volta in volta verrà richiamato nei vari
episodi. Ripley e l’alieno. Sembra quindi essere questa la dualità, l’aspetto più profondo di questo ciclo, il leit motiv che possiamo ritrovare in ogni capitolo se riusciamo a spogliare la sceneggiatura di ogni orpello riducendola ad un puro
scheletro di avvenimenti. Da ricordare particolari interessanti quali il fatto che i nomi della Nostromo e della Narcissus sono tratti da romanzi di Conrad, mentre molte delle immagini presenti sui monitor della Nostromo verranno poi usate anche in Blade Runner. Elaborare un seguito plausibile per un film del genere non era certo opera di poco conto. E infatti passano parecchi anni e diversi sceneggiatori si avvicendano per arrivare infine ad un astro emergente di Hollywood che scriverà il copione e
dirigerà la pellicola con piglio sicuro, sfruttando gli effetti speciali fino in fondo in un violento e velocissimo carosello di azioni di guerra. James Cameron, questo il nome del regista, punta su azione e velocità laddove Scott aveva optato per una maggiore tensione ed angoscia. Di nuovo, brevemente, un riassunto della trama: Ripley, in ibernazione nella scialuppa di salvataggio, viene recuperata da una squadra di soccorso e apprende di aver viaggiato nello spazio per cinquantasette anni. Su quell’asteroide vive ora un’intera colonia d’umani, impiegati della
Compagnia che hanno lo scopo di trasformare l’atmosfera del planetoide per renderlo vivibile. La Compagnia non crede alla versione di Ripley, ma quando i collegamenti radio con la colonia vengono bruscamente interrotti si affretta ad inviare una squadra di space marines a bordo della nave Sulaco, con Ripley come consulente. L’insediamento appare totalmente invaso dagli alieni e Ripley trova una bambina, Newt,
unica sopravvissuta che, grazie alle sue dimensioni, riusciva a nascondersi nei cunicoli e condotti della base. I marines giungono presto allo scontro con gli alieni, con esiti tragici: quando gli alieni uccidono i piloti della navetta tender to Sulaco i nostri rimangono praticamente prigionieri della base. Bishop, l’androide, scopre che l’impianto nucleare della base sta per esplodere e rimane loro poco tempo,
si offre quindi di manovrare manualmente via radiocomando una navicella che li possa trasportare in salvo. Mentre l’androide opera su un’antenna, Burke, l’esponente della Compagnia, cerca di convincere Ripley a portare in salvo anche un esemplare di facehugger per studiarlo ma, ottenendo un deciso rifiuto, ne libera uno di nascosto nella sala dove Ripley e Newt si stanno riposando. I marines salvano le due e
stanno per giustiziare Burke quando gli alieni irrompono nelle ultime deboli barricate sterminando il gruppo e rapendo Newt. Ripley e Hicks, unici sopravvissuti riescono a raggiungere la navetta e Bishop ma Ripley non sale per andare a recuperare Newt. La trova nella sala principale dell’alveare, in una distesa di migliaia di uova, faccia a faccia con la regina. Ripley brucia i bacelli e riesce rocambolescamente a
salire sulla navetta. Tornati a bordo della Sulaco, Bishop viene dilaniato dalla regina che era riuscita, furiosa, a penetrare nella nave. Confronto finale fra Ripley e regina che viene espulsa nello spazio. Cameron manca di gran parte dell’afflato metafisico che caratterizzava l’operato di Scott, ma filma comunque un degno seguito, ricco di scene tecnicamente ardite e spettacolari, che offre comunque alcuni spunti di riflessione. La figura
dell’alieno viene definita maggiormente e possiamo conoscere un numero superiore di particolari sulla sua struttura sociale che ricorda molto da vicino quella di alcuni insetti, con la regina protetta da una casta guerriera mentre depone un numero indefinito di uova. Il conflitto fra Ripley e l’alieno viene acuito e si trasforma in uno scontro fra madri di razze, Ripley intenzionata a proteggere Newt e la regina
la sua progenie. La maggior parte della vicenda ricorda da vicino molte pellicole di guerra e il clima sociale degli Usa all’epoca influisce molto sul tenore della vicenda: l’era reganiana impedisce all’americano medio d’introiettare le sue paure e si
cerca sfogo su bersagli esterni che permettano di proiettare tutta la rabbia e l’odio, siano essi comunisti, terroristi mediorientali od alieni. E questo processo di minore scavo rende forse la pellicola recessiva rispetto alla prima. L’onnipresente Compagnia continua ad essere dipinta a tinte fosche e malevole: Burke riesce al pubblico ancor più sgradevole dell’alieno stesso, meritandosi l’atroce fine che incontrerà negli ultimi minuti del film. Davvero riuscita ed
intensa la recitazione di Lance Hericksen che ci propone un modello d’androide freddo ed impassibile dai risvolti umanissimi nelle situazioni più impensate, mentre continua il processo di esaltazione/demolizione del corpo di Sigourney Weaver, vero interprete di tutta la vicenda. E’ memorabile lo scontro finale nel quale la nostra usa un esoscheletro da carico per battere la regina, così come possiamo ricordare
con ammirazione le scene di battaglia fra marines e alieni ed il momento in cui Ripley ottiene il rispetto da parte della Regina minacciando di bruciare le uova. A ben vedere questa parte sonda in profondità la psicologia della creatura, togliendo ogni dubbio sulla reale portata della sua intelligenza. Altre informazioni da ricordare sono un taglio di parecchi minuti recuperabili nella versione in dvd o laser disc (avvenimenti riguardanti principalmente la vita nella colonia), il fatto che la
musica all’inizio del film è la stessa usata in 2001 odissea nello spazio, lo strano dettaglio tecnico riguardante la scena del pranzo fra i marines, girata per ultima, dopo che gli attori avevano passato alcuni mesi assieme, per dar loro occasione di comportarsi con maggiore cameratismo. Per finire, naturalmente, anche il nome della Sulaco è tratto da un romanzo di Joseph Conrand. Il terzo capitolo della saga nasce da un processo creativo travagliatissimo, la sceneggiatura compie un ampio giro delle scrivanie hollywoodiane, subisce qualcosa come sei rimaneggiamenti, fra cui uno che contemplava l’idea delirante di una
Ripley Biancaneve prigioniera in un pianeta con sette detenuti-nani (!!!!!!!!): alla fine giungono i soliti David Giler e Walter Hill a districare i fili della follia e presentare qualcosa di leggibile al nuovo regista. David Fincher è un giovane filmaker agli esordi, proveniente dal mondo della pubblicità e dei videoclips (suoi alcuni cortometraggi di Madonna…) ed è in possesso di una concezione estetica già affinata e precisa: lo aspettano futuri
successi (Seven, The Game, The Fight Club…) che riusciranno sempre a dividere la critica fra estimatori e feroci detrattori. Chi scrive pensa che Fincher sia uno dei pochi registi validi usciti alla ribalta negli ultimi tempi, in possesso di una tecnica sicura, di uno stile in linea con le sue idee filosofiche ed estetiche, sempre pronto a mettersi in discussione… E già in Alien 3 Fincher delinea alcune
delle sue tematiche preferite: presenza diffusa di temi religiosi come tentativi di spiegare il male o l’infinito, forte ricerca iconografica, individuo solo in un universo relazionale prettamente ostile, aperta ribellione ad un sistema oppressivo… Velocemente un riassunto: Il modulo di emergenza della Sulaco, con i passeggeri in stato di ibernazione, si schianta su Fiorina 161, un pianeta-carcere, interamente gestito dai detenuti che vivono in un clima monacale, esclusivamente maschile, rigidamente impostato sulla lavorazione dei metalli. Tutti gli occupanti ad eccezione di Ripley sono morti anche se non a causa dell’alieno, che è comunque presente a bordo della navetta di salvataggio e da lì riesce ad infettare un cane e quindi, sviluppatosi, ad attaccare i detenuti. Quando Ripley, a contatto con il mostro, non viene aggredita s’insospettisce e, dopo un
esame medico, scopre di ospitare uno xenomorpho al suo interno, pronto a schiudersi. Cerca allora di guidare i detenuti contro l’alieno, ma in un pianeta privo di armi e di astronavi sia la lotta che la fuga sono precluse. Interviene la Compagnia che invia una squadra per recuperare Ripley e la creatura al fine di studiarli: gli eventi precipitano, Ripley e Morse riescono ad eludere la Compagnia ed ad uccidere
l’essere sotto una colata di metallo fuso. Ripley si suicida gettandosi nel lago di metallo, proprio mentre stava partorendo l’alieno. Prosegue il processo di demolizione e distruzione del corpo di Sigourney Weaver, questa volta completamente rasata e con un occhio costantemente iniettato di sangue. Sporca, lacera, contusa, attorniata da detenuti maschi…la lotta contro il
mostro diventa sempre più dura, il presagio di sconfitta sempre più forte. Fincher addensa ombre e nuvole sullo schermo, la prigione ricorda molto da vicino certe atmosfere de Il nome della Rosa, i colori e toni sono quelli del ferro, della ruggine, la luce è quella delle colate di metallo fuso. Persino
l’alieno è mutato rispetto ai precedenti episodi, il mostro partorito dal cane appare ancora più feroce, mobile e rapace.. Giunti a questo punto, violentato il corpo di Ripley in ogni maniera possibile, esasperato il conflitto contro la creatura sotto ogni punto di vista non rimane altro che osare oltre, infettando la stessa Ripley, ribaltando ogni convinzione, ogni punto fermo delle precedenti visioni. Lei, madre-guerriera del genere umano, ora è madre di alieni impossibilitata ad espellere l’ospite: se la lotta influisce all’esterno del suo corpo sporcandolo e ferendolo, ora assistiamo anche a dei cambiamenti interni, le ghiandole
mutano, secernono feromoni diversi, si stabilisce infine una comunicazione fra lei e la creatura di Giger. Il confronto fra Ripley e il mostro ci regala alcuni istanti indimenticabili, minuti che andranno in una ideale cineteca delle scene memorabili di cinema contemporaneo, con i due volti in primo piano, l’essere mostruoso che la annusa, la studia ed infine la lascia andare, e il volto della Weaver dapprima
raggelato dall’orrore per quella vicinanza ed in seguito distorto dalla tremenda rivelazione: quasi, e mi si perdoni la blasfemia, una xeno-Annunciazione. Non poteva certo mancare la presenza ossessiva della Compagnia, questa volta esplicata attraverso la figura di un Bishop “maligno” asservito ai voleri dei suoi padroni, disposti ad ogni tipo di azione pur di arrivare all’alieno. L’episodio è scontatamente passato alla storia come il più debole e controverso della serie: di sicuro le scene di azione appaiono meno incisive rispetto al dinamismo frenetico di un Cameron o all’inquieta claustrofobia di Scott, e il
tema-ambientazione scelto richiede uno sforzo maggiore da parte del pubblico, generando malcontento in chi si aspettava interminabili lotte fra alieni e marines all’ultimo raggio laser e trova invece un film fortemente metafisico e riflessivo. Un residuo di una precedente sceneggiatura, scritta dal grande William Gibson e poi scartata, permane in questa pellicola: tutti i detenuti hanno stampigliato sul cranio
calvo un codice a barre, assoluto simbolo di spersonalizzazione e mercificazione, uomini ridotti a proprietà private di compagnie e major… Ultima annotazione, anche in questo film un’astronave ha nome Conradiano, la Patna con la quale la Compagnia sbarca su Fiorina 161. Si giunge così all’ultimo capitolo della serie, girato nel 1997 da Jean Pierre Jeunet, sicuramente l’episodio più legato al presente e nel frattempo un ulteriore, coerente passo in avanti nella costruzione di un’etica ed estetica della
serie, con fermi punti di riferimento su quanto tentato prima dagli altri registi. Il confronto questa volta avviene su temi problematici ed attuali quali la clonazione e l’eugenetica… Duecento anni dalla morte di Ripley in Alien 3. Sull’astronave Auriga alcuni scienziati sono riusciti a clonare sia Ripley sia la regina da poche cellule ritrovate sul fondo della fornace di Fiorina 161. La madre aliena comincia a deporre
uova mentre Ripley, ormai ibrido fra le due razze, riesce a ricordare progressivamente la vita passata e scopre d’avere acido al posto del sangue, il tutto attraverso sofferte crisi d’identità e momenti di furia esplosiva. Per far incubare gli embrioni gli scienziati usano corpi di passeggeri catturati da un gruppo di mercenari, ma la situazione precipita quando gli alieni riescono a liberarsi sfruttando il loro
sangue corrosivo: alcuni militari e uomini della Compagnia fuggono con i moduli, molti vengono uccisi, il computer di bordo mette automaticamente l’Auriga danneggiata in rotta verso la Terra. Ripley, collegata empaticamente-telepaticamente con le creature, comanda ora il gruppo dei mercenari in cerca di una via per arrivare alla loro nave, la Betty, attraccata
all’Auriga. In fuga attraverso una sezione allagata il gruppo viene decimato dai mostri e raggiunti i laboratori, Ripley deve confrontarsi con la rivelazione di essere solo uno degli ultimi tentativi, quello coronato dal successo: nella stanza vari feti-Ripley abortiti e deformi in formaldeide e, incatenata, una Ripley mutilata e malforme. Infuriata e folle, Ripley distrugge la stanza. Scene finali con i nostri che
riescono a raggiungere la Betty dirottando l’Auriga che esploderà al contatto con l’atmosfera terrestre mentre Ripley, in quello che è ormai il finale classico, uccide un alieno penetrato sulla Betty, compiendo in pratica un allucinato e catartico fratricidio. Bioetica e incubo costituiscono l’affascinante materia prima di questo episodio. Abbandonati i freddi toni metallici di Fiorina 161, lasciata alle spalle la cupa metafisica del pianeta carcere, il belga Jeunet ci immerge in liquidi e tessuti,
quasi a volerci donare un punto di osservazione “interno” al problema. Formaldeide dei vasi, acqua nelle sezioni allagate (e quei mercenari inseguiti dai mostri sembrano quasi giocare in una folle placenta-incubatrice), sangue e acido…L’intero film è saturo di riferimenti di questo tipo, arricchito dalla fotografia densa e pastosa di Darius Khondji che vira tutto su toni caldissimi ed “organici”
(eccezione la scena subacquea…) generando un senso di saturazione nello spettatore. Ulteriore passo in avanti nel disfacimento del corpo della Weaver, proprio quando sembrava impossibile spingersi oltre: acido nel sangue, parti di lei abortite in vasi, suoi occhi morti che la spiano attraverso i liquidi di conservazione… La
tentazione di abbandonarsi all’oblio, sia esso la morte o, meglio ancora, l’appartenenza al clan degli alieni, il fondersi con la nuova razza, diventarne regina, è una tentazione molto forte e Ripley deve usare ogni residuo grammo di energia per combattere questi istinti. Altri fatti da sottolineare sono il variopinto ed eterogeneo gruppo di mercenari (fra i quali molti attori europei) e l’ottima prova recitativa (ancora una volta!) di Sigourney Weaver in questa
occasione coadiuvata da una Winona Ryder davvero in parte e sicura di sé nel ruolo dell’androide: sembrano, questi due personaggi, essere le uniche figure davvero tridimensionali in un piatto mondo di compagnie, militari e scienziati, e la prima è una creatura clonata mentre l’altra un cyborg! Straziante infine la lotta finale contro l’alieno, fratello di Ripley e a lei legato empaticamente, una battaglia che differisce da quelle cui ci avevano abituati i precedenti registi. Come al solito, nomi delle navi tratti da romanzi di
Conrad. Al momento della stesura di questo articolo trapelano solo vaghe indiscrezioni su quello che potrebbe essere un quinto episodio della serie, e non abbiamo idea di cosa mai potrà succedere: ci possiamo solo augurare che il regista chiamato
eventualmente dirigerlo sia interessato, al pari degli altri, ad approfondire e dare una sua versione dei temi principali affrontati, dal confronto-scontro con l’alieno all’esplorazione-dissezione-ristrutturazione del corpo e della mente di Ripley, semprechè la Weaver accetti ancora un ruolo che può forse sembrare ormai logoro e sfruttato…Sarebbe difficile immaginare una Ripley con il volto diverso dal suo. Augurandoci quindi che futuri episodi offrano spunti per ulteriori discussioni, cogliamo l’occasione per salutare i gentili lettori.
I FILM
Alien GB 1979, col. 117 min. Regia di Ridley Scott, sceneggiatura Dan o’Bannon, fotografia Derek Vanlint. Alien 2 (Aliens. Scontro Finale) USA 1986, col.132 min. Regia James Cameron, sceneggiatura James Cameron, fotografia Adrian Biddle Alien 3 USA 1992, col. 115 min. Regia David Fincher, sceneggiatura Ferguson-Giler-Hill, fotografia Alex Thomson Alien 4 (Alien-La clonazione) USA 1997, col. 109 min. Regia Jean-Pierre Jeunet, sceneggiatura Joss Whedon, fotografia Darius Khondji
a cura di Elvezio Sciallis (copyright by Elvezio Sciallis) -articolo pubblicato su Future Shock-
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