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IL CINEMA BELGA SUI VAMPIRI

-IL CASO BATHORY-

 

Nella cinematografia latina sui vampiri, i registi belgi, lasciando ad altri colleghi la rappresentazione della figura classica del conte Vlad Dracula, sono affascinati soprattutto dalle gesta della contessa magiara Erszebeth (Elisabetta) Nàdasdy Bathory (1560 - 1614), personaggio realmente esistito e famoso per la sua crudeltà e il suo “vampirismo” criminale. La contessa Bathory viene considerata in effetti come una folle assassina sadica dal cinema [1] o come una donna-vampira lesbica dalla letteratura [2], ma ella non era affatto una morta-vivente, una “revenant” Carmilla/Mircalla Karnstein assetata di sangue (vampirismo cosciente), perché non bevevo il sangue delle belle giovanissime vergini da lei fatte rapire ed uccidere, bensì praticava la magia nera [3] ed usava il loro sangue giovane e rigoglioso per bagni caldi che avrebbero dovuto preservare la sua bellezza. Credeva che le frizioni enmatiche mantenessero inalterata l’epidermide, restituendo la giovinezza perduta. Il sangue delle fanciulle ferite ed uccise (da raffinati strumenti di tortura, come una grossa bambola metallica ad orologeria irta di pugnali tipo la vergine di Norimberga o una gabbia di ferro, anch’essa irta di aculei e di coltelli, che imprigionavano la vittima) era convogliato dalle sue quattro serve in un canaletto in cui era riscaldato per il bagno in vasca o doccia della gran dama.

Perduto il marito, il conte Ferencz Nàdasdy, in giovane età (agosto 1604), la mora, ricca ed altera contessa, durante tutta la sua vedovanza, mostrò un carattere morboso, perverso e sadico, abbandonandosi a vere e proprie nefandezze, circondata da streghe e fattucchiere.

Con l’aiuto della grossa strega Anna Darvulia, la sanguinaria nobildonna, esperta nell’”alchimia magica del sangue”, faceva precedere il dissanguamento dalla sofferenza della tortura, per prosciugare la vittima di ogni sua aura vitale (“vampirismo ematico aurico”) per assorbirne così tutta l’energia vitale a scopo magico.

Maniaca sessuale e lesbica insoddisfatta, questa furia, nelle segrete dei suoi castelli a Csejthe e Fagarasi, finì per seviziare ed uccidere, sotto tortura, oltre 650 fanciulle vergini, finché l’eco dei suoi enormi misfatti non fece muovere l’implacabile giustizia di re Mattia d’Asburgo contro di lei. Nel 1611, la contessa, ormai cinquantenne, fu quindi processata e condannata dal giudice Cziraky ad essere murata viva. La sentenza di condanna venne eseguita nel suo stesso macabro castello di Csejthe, nei Piccoli Carpazi della Slovacchia.

La pellicola belga più rilevante di questa produzione su madame Bathory mi pare, a tutt’oggi, ancora La vestale di Satana (tit. originale Le Rouge Aux Lèvres), diretta da Harry Kumel nel 1970.

La trama è assai originale. La bellissima “contessa sanguinaria” (Delphyne Seyrig) alloggia con la sua dama di compagnia di nome Ilona (Andrea Rau) in un alberghetto di Ostenda che, fuori stagione, ospita anche due giovani sposi ritornati dal loro viaggio di nozze, cioè Stefan (John Karlen) e Valèrie (Danièle Ouimet). Il più diffidente verso Delphyne Seyrig rimane il portiere dell’albergo, interpretato da Paul Esser, al quale pare di riconoscere nella bella contessa Elizabeth un ospite di 40 anni prima, che però il tempo non ha affatto cambiato. La contessa rossa si diverte a spaventare la giovane coppia narrando i terribili misfatti storici della donna-vampira Elisabeth Bathory, che presenta come una sua antenata. Naturalmente, “l’antenata” è la nobildonna medesima che, divenuta un vampiro, commette una serie di efferati crimini nella zona. La Seyrig, morbosamente interessata all’Ouimet, grazie alla sua magnetica personalità riesce a sedurla e a porla in contrasto con Stefan. La giovane sposa, pur conscia delle tare ereditarie della dinastia Bathory, diventa succube della contessa innamorata e, insieme, le due donne uccidono l’accompagnatrice Ilona. Inoltre, irretita dalla sua amante Elisabeth, Valèrie si fa convincere da lei ad uccidere addirittura il marito ed a lasciarsi trasformare in un vampiro. Le due donne-vampiro bevono il sangue di Stefan e lasciano quindi la stamberga in auto. Tuttavia le due assassine vengono sorprese dalla luce dell’alba che, quale nemesi divina, acceca Valèrie alla guida. Nel pauroso sinistro stradale che ne segue, Valèrie rimane uccisa, mentre la diabolica contessa, sbalzata violentemente dall’abitacolo, finisce impalata su un paletto sorgente della strada, finalmente distrutta.

Un decennio più tardi (nel 1980) il Belgio produce con SND/RTBF/Valesia un’altra “contessa Dracula” col film Mama Dracula di Boris Szulzinger (da lui sceneggiato con P.Sterckx e M.H.Wajnberg), prodotto per il network televisivo nel 1979 ed approdato nelle sale cinematografiche nel 1981. Qui la contessa (Louise Fletcher-Mamma Dracula) è una discendente del conte Vlad Dracula e vive in un castello dei Carpazi con due figli gemelli vampiri. Fortunosamente rapisce il giovane professore Van Bloed (Jimmi Shuman) e scopre che le sue ricerche sul sangue artificiale potrebbero liberarla dal vampirismo. Intanto una cacciatrice di vampiri, Nancy Hawaii (Maria Schneider), arriva al castello con la ferma intenzione di distruggere la diabolica contessa. Ma quest’ultima riuscirà a convincerla a rinunciare ai suoi progetti per unirsi piuttosto a lei nella ricerca dell’immortalità.

Non ricordo altre produzioni cinematografiche sulla “contessa Dracula”, mentre il suo mito è ritornato recentemente in auge nei fumetti e nella letteratura popolare. Il libro Contessa Dracula di Tony Thorne, pubblicato nel settembre 1998 per Mondatori, risultava già esaurito tre mesi dopo ed è ora alla prima ristampa: questo fatto dimostra che sussiste ancora per questo argomento un forte interesse, quasi morboso, in un certo segmento dei lettori italiani, specie tra le donne. Al Thorne bisogna riconoscere il merito di aver sfatato la leggenda nera della “vampira” E. Bathory, diffusa dal gesuita Laszlo Turocsi. In realtà, la contessa, divenuta lo stereotipo del vampiro in gonnella nei Paesi anglofobi, era solo una vedova senza le necessarie alleanze e priva di protettori, caduta vittima di un “falso processo” promosso contro di lei da individui senza scrupoli (come Megyery, Cziraky e Ponikenusz), desiderosi solo di impossessarsi del suo titolo nobiliare e del suo ricco e vasto feudo (in un’epoca di feroce caccia alle streghe).

Seguendo gli studi di Irma Szàdeckzy-Kardoss, ritengo che anche le torture attribuite alla saffica Erszebeth (realmente accertate dagli investigatori nei loro processi verbali), in realtà, non fossero altro che dei primitivi sistemi empirico-terapeutici di cura dell’amata servitù femminile (aspersione di acqua gelida, salassi e fustigazioni con ortiche), poi distorti dalle maldicenze dei contadini nei noti tormenti agonici. Studiosi dell’esoterisnmo, come Vittorio Fincati [4], invece parlano della “maledizione Bathory” e di una << fenomenologia di carattere “vampirico” o “magico” o comunque di invidia paranoica per la bellezza femminile a sfondo sadico criminale >> provata dalla nostra Erszebeth.

 

NOTE

[1] Vedi il film inglese La morte va a braccetto con le vergini (Countess Dracula) di Peter Sasdy (1971) con Ingrit Pitt, Nigel Green, Lesley-Anne Down e Jessie Evans nonché il sexy-horror italiano Le vergini cavalcano la morte di Jorge Grau (1973) con Lucia Bosè, Spartaco Santoni, Silvano Tranquilli, Eva Auben e Lola Gaos.

[2] V. il romanzo The Dracula Archives di Raymond Rudorff, edito dall’Harbor House (New York), 1971.

[3] Cfr. Documenti su E. Bathory in Goezia. Studi sulla magia nera, n,1 (Settembre 1997), Vittorio Fincati Editore, Nove (VI) e Raymond Y.McNally, Dracula was a Woman, New York 1983, p.65.

[4] Cfr. La contessa Dracula della Redazione in ‘Ierà Porneusis n. 10, Bassano del Grappa (VI), p.26.

 

a cura di Maurizio Maggioni

copyright by Maurizio Maggioni

 

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