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LA CARRIERA DI RED SCHNEIDER
Red Schneider è uno degli pseudonimi adoperati dallo scrittore Giuseppe Paci. Altri pseudonimi sono Gorge Wallis, Pericle Vander, Benjamin Mannerheim, ecc. Red Schneider ha pubblicato presso l’Editrice romana ERP alcuni capolavori dell’orrore nella ormai mitica collana I RACCONTI DI DRACULA Prima Serie, cioè dal 1959 fino al 1966.
Le sue opere migliori sono: Red Schneider IL FIUME DI SANGUE LA LEGGENDA DEI BALFE IL DESTINO DEI TASKETT LA MUMMIA NUDA LA FIGLIA DEL DIAVOLO Benjamin Manneheim TERRORE NEL PLENILUNIO Gorge Wallis L’ALITO FREDDO DEL VAMPIRO.
Chi desidera ulteriori informazioni può leggere: Sergio Bissoli GLI SCRITTORI DELL’ORRORE Edizioni GHoST.
Ecco intanto come l’Autore ricorda il suo lavoro di quei tempi lontani. Notiamo che lo scrittore è molto, fin troppo modesto.
Egregio signor Bissoli, innanzi tutto le voglio dire che io mi vergogno di sentirle dire che lei é un mio ammiratore. Sono convinto che non c'é proprio niente da ammirare. Io ho scritto tutto quell'iradiddio di romanzetti gialli soltanto perché avevo bisogno di guadagnare qualcosa in più del molto magro stipendio del magistrato all'inizio del suo lavoro. Avevo lasciato un precedente impiego assunto quando mi pareva che si potesse vivere non del proprio lavoro - qualunque fosse, sempre lavoro è - ma di quello che si ritiene di essere o di essere capace di diventare. Mia moglie ed io vivevamo quasi senza quattrini in un buchetto di appartamento a Monteverde Nuovo di Roma, cioè una di quelle solite periferie che avevano centri nei loro mercati e nelle pestifere architetture delle solite chiese moderne e dove la gente non riusciva a parlare con un volume di voce normale. Il Quartiere semipopolare costava meno che altrove. Studiavo per il concorso per diventare magistrato senza alcuna esaltazione per la "quasi divina funzione del giudice". Ma avevo bisogno di soldi per la pigione e per i pasti, sia pure modesti. Mia moglie ed io avevamo vissuto - più lei che me- in famiglie nelle quali si poteva mangiare spessissimo la carne e il pesce e la frutta e molto di più. Ma ci siamo adattati. In quei tempi venne a farci visita a casa un mio amico, aspirante regista teatrale, anche lui trapiantato da Palermo a Roma, e mi chiese perché non scrivevo gialli. No avevo mai stimato la forma gialla della letteratura. Mi provai a scrivere il primo (Un coltello nella schiena) e fu pubblicato. Era la "tarda primavera" dell'anno 1957, e continuai a scrivere anche dopo che superato il concorso e nominato giudice mi scaraventavano qua e là per le nebbie padane dove soltanto perché ero giudice non mi sfottevano perché ero siciliano. Ma era una specie di secondo stipendio senza il quale mia moglie ed io, e poi i figli, non avremmo potuto vivere dignitosamente. Ho continuato poi con un ritmo di uno, o spesso anche due racconti al mese, vergognandomene come un ladro e tralasciando nei cassetti le cose che mi erano sempre sembrate molto più "esaltanti", fino - mi pare - al 1975 o qualcosa del genere. Il primo racconto scritto dopo quell'anteprima di coltelli nella schiena senza l'aiuto del mio amico, che aveva trovato lavoro alla RAI, fu pubblicato da un editore - Simonelli - che aveva l'Ufficio in via Lombardia e dal quale mi recai senza conoscerlo per avere letto la ragione sociale nelle ultime pagine di un libretto acquistato in edicola. Mi fece l'effetto di un miracolo perché mi comunicò che non poteva pagarmi l'opera più di 50.000* lire non sapendo che il signor giudice ne guadagnava 55.000. Poi fui chiamato proprio dal dottor Cantarella con il quale stipulai un patto di esclusiva e con il quale ho proseguito fino al termine della mia attività. Andavo a prendere i soldi e a portagli i manoscritti e mi intrattenevo qualche volta con il "lettore", il signor Cecchini, con il quale diventammo quasi amici e che stimava molto i miei racconti, mentre Cantarella fingeva che si trattasse sempre di robetta da leggere durante i viaggi in treno dei pendolari che passavano così il loro tempo. Avevo il limite minimo e massimo di battute, limite che non doveva essere superato per non infastidire i lettori pendolari. Non fu mai difficile rispettarlo; dieci paginette a notte per undici notti. Forse era addirittura divertente. Non ricordo né trame né nulla di tutto quel mio lavoro, del quale dicevo - e ne ero convintissimo - che era la mia macchinetta Olivetti 22 ammaestrata e indipendente a scrivere e non io. Ci creda chi vuole. Due o tre ore alla sera, dopo le sentenze, guardando la Lettera 22. Tutto qui. Non ci sono segreti. Non avevo trame complesse e, quando incominciavo, non sapevo affatto che cosa avrei scritto. I personaggi e le storielle venivano fuori per i fatti loro e, in un certo senso, non mi davano confidenza. Non c'è altro, salvo che adesso se rileggo un mio racconto è proprio come se leggessi l'opera di un altro, perché non ne ricordo nemmeno uno. Non so che altro dirle, nemmeno dell'ambiente dell'Ufficio di Cantarella, nel quale mi trattenevo pochissimo. Spero che questo pasticcetto le sia utile e la ringrazio sempre per la sua cortesia. Se capitasse a Roma, si faccia vedere.
Giuseppe Paci A cura di Sergio Bissoli (copyright by Sergio Bissoli)
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