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DIRTY PICTURES:

IL CINEMA DI UMBERTO LENZI

 

Potremmo cominciare questo articolo con una nota dolente, e cioè che Umberto Lenzi è inattivo ormai da più di un lustro. Ma è un discorso retorico e abusato che si può applicare alla maggior parte dei vecchi (e non solo vecchi) registi, quelli vivi e quelli morti: cosa successe a Mario Bava? E a Freda e Ferroni? Meglio passare oltre e chiedersi cosa può effettivamente dare Lenzi al cinema attuale. Poco, probabilmente. Il meglio l’ha già dato. E il cinema attuale (d’altra parte) cosa potrebbe dare a Lenzi? Se solo una decina d’anni fa era ancora possibile realizzare film dell’orrore <puri> come “Nightmare beach”, interpretati da attori sconosciuti e zeppi di effetti (o effettacci, come li definisce qualcuno) sanguinolenti (quei film che fanno la gioia degli appassionati di b-movie e dei frequentatori del Fantafestival, tanto per intenderci), oggi una cosa del genere appare impensabile. Ma speriamo sempre di essere smentiti da qualche produttore folle e coraggioso. Lenzi non vuole giustamente riciclarsi nelle fiction come hanno fatto alcuni grandi colleghi, Sergio Martino piuttosto che Mario Caiano o Ruggero Deodato; meglio lasciarle ai registi giovani, che non sanno dirigere uno straccio di scena d’azione e non hanno idea di cosa voglia dire girare un film exploitation. Suonano amare e impietose le parole del regista nell’intervista rilasciata a Manlio Gomarasca (nel bellissimo Nocturno Libri a lui dedicato) a proposito dei produttori: <Adesso sono tutti in ginocchio a mendicare dalla RAI e da Mediaset di fare fiction copiate da altre fiction. Coi cani copiati da altri cani e diretti da registi cani!>. O sugli sponsor: <Questo accade perché le fiction, come ogni altro prodotto televisivo, deve essere supportato dagli spot. Così, per non dar fastidio allo sponsor, quando in una fiction ti sparano in bocca al posto del sangue devono uscirti i fiori.> A noi quindi non resta altro da fare che guardare (o riguardare) i suoi vecchi capolavori. Umberto Lenzi s’è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1956. Erano altri tempi (uno dei suoi maestri non a caso si chiamava Blasetti), il cinema (anche quello italiano) rappresentava davvero un giocattolo meraviglioso, e l’industria produttiva permetteva ai registi di sbizzarrirsi con i generi più disparati. Nonostante il dominio del.....

 

(continua su Ghost News 28 e nell'Area Soci GHoST)

 

a cura di Roberto Frini

copyright by Roberto Frini

 

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