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FANTASCIENZA, POLITICA E LIBERTA'
1° puntata
INTRODUZIONE
Considerata da più parti come semplice “paraletteratura” – a causa di una sterminata produzione di opere insignificanti, spesso illeggibili e decisamente effimere – soltanto negli ultimi trent’anni la fantascienza ha acquisito la giusta dignità letteraria. Questa tesi muove dalla considerazione che i migliori romanzi di science fiction – indipendentemente dal sottogenere cui appartengono – ridefiniscano il concetto di libertà individuale attraverso una profonda analisi (a volte politica, più spesso metaforica) della società in cui viviamo. L’intento è quello di dimostrare che la narrativa di fantascienza non ha una pura e semplice funzione di intrattenimento, ma tratta i grandi temi della vita – l’amore, la fede, l’etica, il rapporto tra gli esseri umani e le istituzioni – con la convinzione che la negazione del libero arbitrio, specialmente se ottenuta mediante i condizionamenti della scienza e della tecnologia, possa far sprofondare il mondo in una nuova forma di barbarie. Occorre pertanto definire, come punto di partenza, quale sia il significato del termine libertà. Cito, a tal riguardo, John Stuart Mill: “La sola libertà che meriti questo nome è quella di perseguire il nostro bene a nostro modo, purché non cerchiamo di privare gli altri del loro o li ostacoliamo nella loro ricerca”[1]. Ritengo che il fine degli esseri umani sia il più elevato e armonioso sviluppo delle potenzialità di ognuno nell’assoluto rispetto della più coerente e completa unità; la libertà degli individui dovrebbe avere come unico limite quello di non creare fastidi al prossimo o di non delegittimare le prospettive altrui cancellando la personalità dei singoli e uniformando il pensiero attraverso un discutibile meccanismo di omologazione. Uno degli elementi fondamentali del bene comune è la libera espressione della propria individualità, perché è in essa che risplendono termini come civiltà e cultura, e quando la società prevale sull’individualità, stemperando nell’uniformità le caratteristiche personali e negando, di fatto, la libertà, si pratica una seria minaccia per la natura umana. Procedendo lungo questa direzione, è facile intuire il legame che unisce la fantascienza e la libertà alla politica, intendendo con tale termine le istituzioni – e le leggi – preposte al mantenimento dell’ordine sociale che, a volte, trascendono il proprio compito trasformando lo Stato in un Leviatano onnipresente e dotato di poteri illimitati. La tesi è divisa in due parti, ciascuna delle quali prevede due capitoli. Il primo capitolo analizza l’evoluzione dell’utopia – sia sotto il profilo storico, sia sotto quello filosofico-letterario – dalle origini fino alla fine del XIX secolo, quando l’ottimismo e la speranza di edificare una società idilliaca lasciarono il posto al pessimismo e al timore che l’ipertrofia delle istituzioni – alimentata dal prepotente sviluppo tecnologico – avrebbe potuto annichilire qualsiasi libertà individuale. I tre paragrafi relativi all’utopia si propongono di ricostruire il percorso ideale della “società giusta e fraterna”, ribaltandone tuttavia gli elementi, al fine di dimostrare che alcuni fattori considerati virtuosi – ordine, stabilità sociale, felicità collettiva – costituiscono, in realtà, il primo passo verso quella forma di omologazione denunciata successivamente dalla letteratura distopica e da quella fantascientifica. A tale proposito, il secondo paragrafo esamina l’etimologia del termine utopia nelle due diverse accezioni, eutopia – inteso come “buon luogo” – e outopia – inteso invece come “nessun luogo” – cercando di dimostrare che, anche tra gli studiosi, esistono alcune incertezze legate ai progetti utopistici, se essi siano, cioè, da pensare come realizzabili o se debbano rimanere sogni da vagheggiare. Il secondo capitolo analizza, invece, la distopia, vale a dire quella visione della società (“il luogo del male”) in cui i fattori mitizzanti legati al pensiero utopistico, da mitopoietici – pervasi da una forte valenza positiva – divengono mitagogici, caricandosi cioè di un significato deteriore e fortemente negativo, volto a evidenziare i profondi mutamenti sociali manifestatisi dalla seconda metà dell’Ottocento in poi. Sotto questo profilo, la distopia costituisce senza dubbio il punto di contatto tra l’utopia classica e la fantascienza moderna, tanto è vero che alcuni dei migliori autori di questo genere – Souvestre, Butler, Zamjàtin, Huxley, Orwell, Bradbury – vengono spesso annoverati dai critici come gli anticipatori (i primi due) o i fondatori (insieme a Herbert George Wells) della science fiction contemporanea. Il primo paragrafo del secondo capitolo esamina il periodo storico all’interno del quale origina la distopia: prendono corpo nuove forme di pensiero (come l’evoluzionismo darwiniano) che sgretolano le certezze – religiose, filosofiche, sociali – del passato e inducono un disorientamento che non lascia più spazio alle facili illusioni utopistiche. Il secondo paragrafo mette in rilievo alcune analogie tra utopia e distopia, come, ad esempio, la negazione di ogni forma di diversità o la condanna del dissenso; il terzo paragrafo è una profonda analisi delle opere migliori di questo genere – Noi, Il mondo nuovo, 1984, Fahrenheit 451 – che anticipano, di fatto, alcune tematiche fondamentali della fantascienza, mentre il quarto – che prende spunto da un’opera di Michel Foucault, Sorvegliare e punire – intende dimostrare come il controllo panottico (dal Panopticon di J. Bentham), esteso dalle carceri a tutte le strutture pubbliche, possa costituire un serio pericolo alla libertà individuale e una chiara forma di omologazione imposta dallo Stato. La seconda parte è interamente dedicata alla fantascienza. Il primo capitolo è diviso in quattro paragrafi: nel primo si cerca di mettere ordine tra i diversi punti di vista dei critici circa le origini della science fiction, tra quanti, cioè, sostengono che alcuni elementi di questo genere letterario siano rintracciabili fin dall’antichità, e quanti invece ritengono che esso sia nato in epoca moderna, e specificamente con il romanzo di Mary Shelley Frankenstein or the Modern Prometheus, scritto nel 1818. Vedremo come esistano almeno tre correnti di pensiero, e come molti scrittori (Aldiss, Asimov, Le Guin, tanto per citarne alcuni) abbiano addirittura un’idea completamente diversa rispetto a tutti gli altri. Il secondo paragrafo, invece, ricostruisce le analogie esistenti tra utopia e fantascienza, avallando, di fatto, la tesi – sostenuta, tra gli altri, da Darko Suvin – che fa risalire alla letteratura fantastica del passato alcuni elementi fondanti della fantascienza contemporanea. Il terzo paragrafo analizza l’evoluzione del genere passando attraverso i differenti termini – gothic romance, scientific romance, scientifiction, science fiction, speculative fiction – che l’hanno connotato, mettendo anche in risalto la distinzione, non sempre chiara, tra estrapolazione scientifica, cioè divulgazione narrativa intorno ai temi della scienza, e speculazione filosofica, cioè riflessione intorno a questioni epistemologiche, morali e sociali. Il quarto paragrafo pone l’accento sul pensiero originale sotteso ai romanzi di alcuni autori: in particolare, si analizzerà il rapporto esistente tra la rivendicazione di uno spazio in cui esprimere la propria libertà da parte degli individui e le storture della scienza applicata e della tecnologia che, se esasperate, riducono l’azione dei singoli e ne atrofizzano le capacità di pensiero. Il secondo capitolo è diviso in due paragrafi, e analizza le diverse forme di libertà presenti nella narrativa fantascientifica, prendendo spunto da alcuni famosi romanzi o racconti. Nel primo paragrafo verranno toccati alcuni temi – la manipolazione sociale, l’immortalità, la clonazione – che, in qualche modo, mettono in questione la libertà degli individui o ne distorcono e snaturano la sostanza, mentre nel secondo paragrafo saranno esaminati tutti quegli archetipi letterari – il robot, il cyborg, l’androide, il vampiro e il mutante – che costituiscono spesso un’autentica difesa della diversità (etnica, biologica, culturale, linguistica) umana, mostrando ancora una volta che la libertà, mai disgiunta da un profondo senso etico di inclusione, si realizza compiutamente nel rispetto di tutti gli esseri umani.
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[1] Cfr. John Stuart Mill, On Liberty, 1859, trad. it. Saggio sulla libertà, Il Saggiatore, Milano, 1981, p. 36.
a cura di Paolo Dondossola copyright by Paolo Dondossola
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