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FULCI E LA COSCIENZA DELL'ORRORE

 

In un articolo pubblicato sul catalogo del Mystfest nel 1984, nell’occasione di una rassegna dedicata a Lucio Fulci, Claudio Carabba scrive: <Non si tratta di rivalutare per partito preso (…) ma di vedere o rivedere con un minimo di scrupolo e buona fede.> Si riferisce ai suoi colleghi critici, ovviamente, che consideravano con sufficienza (quando li andavano a vedere) i film di Fulci. Oggi le cose non sono cambiate granché. È vero che un gran numero di appassionati e studiosi ritiene Fulci uno dei maestri del cinema dell’orrore, e che riviste come Nocturno contribuiscono a mantenere vivo il ricordo degli artisti/artigiani di quel periodo (non solo Fulci: anche Lenzi, Di Leo, Sergio Martino, Margheriti, Deodato e molti altri) ma, in compenso, la struttura produttiva che permetteva la realizzazione di film di genere è crollata e quell’idea di cinema sembra ormai definitivamente scomparsa. Così Fulci e altri come lui (pensiamo al suo grande amico Sergio Corbucci) rischiano di apparire fuori moda rispetto a ciò che si produce attualmente e, forse, di finire nel dimenticatoio. Sarebbe un vero peccato. Rivedendo uno dei pochi western girati da Fulci, “I quattro dell’Apocalisse”, ad esempio, ci si può rendere conto della sua forte personalità artistica. Una personalità che spesso diventa persino ingombrante e pregiudica la riuscita del film, la sua scorrevolezza narrativa. Fu il regista stesso ad ammetterlo: <Tutti i miei errori sono errori di preponderanza sul genere. Tento di metterci un’ideologia, una cifra stilistica molto forte.> “I quattro dell’Apocalisse” non è certo un western particolarmente appassionante, né avventuroso; la tensione (almeno quella tipica di un western) latita, poiché Fulci ha la tendenza a concentrarla in singole scene (vedi il parto difficoltoso) piuttosto che <spalmarla> lungo tutta la vicenda. La sceneggiatura di De Concini è una sorta di tragedia epica, con continui riferimenti alla morte, alla paura, alla follia. I protagonisti non sono eroi, ma disperati che si muovono senza un motivo ben preciso, esseri umani alla deriva. Questo interesse per la degradazione è uno dei temi cari a Fulci, che lo porterà a scegliere l’orrore quasi si trattasse di un percorso naturale. Ma, oltre ad essere un film che, come i primi thriller, anticipa il periodo più nero (artisticamente parlando) di Fulci, “I quattro dell’Apocalisse” colpisce per lo stile di regia. Fulci sa girare come pochi, e anche cineasti più affermati di lui non sono tecnicamente (non hanno un’idea tecnica) alla sua altezza. Nel western del 1975 ci sono inquadrature che senza timore d’esagerare possiamo definire sublimi. L’uso dei grandangoli e della profondità di campo, certi movimenti di macchina, i primi piani ma anche i campi lunghi, tutto è di pura marca fulciana e non può essere confuso con lo stile di altri registi. Fulci è, credo, anche uno dei pochi che ha affrontato lo spaghetti-western senza imitare (o tentare di farlo) Sergio Leone. D’altra parte, Fulci nel 1975 ha già da tempo scelto una strada che lo porterà a realizzare alcuni tra i migliori horror del cinema italiano (e non solo). Il suo primo thriller, “Una sull’altra”, risale al 1968. Ma il regista non arriva alle tinte più oscure per caso. Spulciando nella sua filmografia si scopre una vena macabra latente persino in alcune sceneggiature comiche. “Totò all’inferno” dice già tutto nel titolo, ma anche “Totò nella Luna” e “Letto a tre piazze” (con i suoi <morti> che ritornano), e poi le prime regie, “I ladri”, “Gli imbroglioni” o “I due parà”, sono film che contengono brevi ma intensi lampi neri, terribili, sadici. Dicevamo di “Una sull’altra”. Il titolo inglese è: “Perversion story”, quello spagnolo “Historia perversa”. E “Perversion story” è anche il titolo inglese di un film dello stesso anno, quel “Beatrice Cenci” introvabile, maledetto, che lo stesso Fulci considera uno dei suoi migliori. La perversione è sicuramente uno dei temi che Fulci preferisce e che, con ogni probabilità, nella sua visione del mondo, precede l’orrore. La perversione, la crudeltà, possono scatenare il male. La cattiveria umana ha sempre qualcosa di folle, d’irrazionale, e spesso si nasconde nelle persone più insospettabili. Vedere per credere i primi thriller di Fulci, lo psichedelico “Una lucertola con la pelle di donna” e “Non si sevizia un paperino”. E naturalmente lo splendido “Sette note in nero”, in cui comincia la proficua collaborazione con lo sceneggiatore Dardano Sacchetti. “Sette note in nero” inizia con una scena terrificante, vero prodromo del gore prossimo venturo. Il suicidio della donna, che si getta dal dirupo; atroce è l’attenzione con cui il regista si sofferma sul dettaglio del volto che si spacca contro le rocce. Lo sguardo di Fulci sui rapporti umani, e sul rapporto tra uomo e donna, è piuttosto pessimista, e lo diventa sempre più con il trascorrere del tempo. Chi ha visto il poco riuscito “Quando Alice ruppe lo specchio” (schizofrenico, intimista, splatter, beffardo) sa di cosa parlo. Ma già in “Sette note in nero” non scherza: in fin dei conti, dietro il perfetto, geniale meccanismo giallo e paranormale, si nasconde la dura realtà di un uomo che cerca di eliminare la moglie. La giovane donna, dotata di strane facoltà, crede di <vedere> un omicidio che è già accaduto, invece quelle immagini che la ossessionano riguardano il futuro, e l’omicidio è il suo. Non dimentichiamo che Dardano Sacchetti è stato anche il soggettista di “Il gatto a nove code”, dove il protagonista confonde l’assassino con la vittima. Dopo “Sette note in nero”, comincia il periodo horror di Lucio Fulci. È il 1979. L’anno prima George Romero ha diretto il bellissimo “Zombi”, prodotto da Dario Argento. Fabrizio De Angelis chiede a Fulci di girare un seguito <apocrifo>. Con la sceneggiatrice Elisa Briganti, Fulci partorisce un film che dimostra subito la sua naturale vocazione e l’originalità dell’approccio. “Zombi 2” in effetti ha ben poco a vedere con l’originale di Romero. Là i morti tornavano a vivere per delle radiazioni, qui invece siamo nelle Molucche e la medicina si mischia ai riti vudù. Ma le differenze sono anche altre: Romero dirige un film con un ritmo sostenuto, specie nella seconda parte. Quasi un film d’azione, e gli zombi non fanno granché paura. Sono vittime predestinate, e la metafora politica e sociale stempera la truculenza di alcune scene. “Zombi 2” invece è un’opera terrificante, macabra, ossessiva, insostenibile, ora iperrealista, ora surreale. Mai ironica, se non in alcune scelte estreme. Tra queste va ricordata una sequenza di incredibile arditezza, quella della lotta tra lo zombi e lo squalo. Qualsiasi altro regista sarebbe caduto nel ridicolo, Fulci riesce a rendere agghiacciante persino la furbizia produttiva di voler mischiare due tra i maggiori successi del terrore di quegli anni. Nel 1980 esce il capolavoro di Fulci. Difficile trovare aggettivi che spieghino l’effetto suscitato dalla visione di “Paura nella città dei morti viventi”.....

 

(continua su Ghost News 27 e nell'Area Soci GHoST)

 

a cura di Roberto Frini

copyright by Roberto Frini

 

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