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L'INCUBO DELL'ULTIMA CROCIATA Gabriel Syme si trova a passare per una via di Londra dopo un attentato compiuto dagli anarchici. Dal giorno in cui accade ciò, ogni suo pensiero è rivolto al modo migliore per combattere quei folli nemici dell’umanità. Tempo dopo, nei pressi del Tamigi, s’imbatte in un poliziotto. Costui fa parte di una nuova istituzione della polizia inglese, creata appositamente per sconfiggere gli anarchici. Udendo la passione di Syme, il poliziotto gli dice che deve assolutamente diventare uno di loro. Così lo conduce dal capo, un uomo misterioso che lo accoglie dentro una camera buia. <It was not the ordinary darkness, in which forms can be faintly traced; it was like going suddenly stone-blind.> Non è certo il luogo dove ci si aspetterebbe d’incontrare il responsabile di una sezione della polizia. <Entrare in quella stanza era come diventare all’improvviso completamente ciechi.> <Hai la vocazione al martirio> lo incoraggia l’uomo, e lo assume in servizio. Gli viene consegnata una tessera azzurra su cui c’è scritto: <<L’ultima crociata>>. All’inizio del romanzo, Syme è già in azione: a Saffron Park tiene una sorta di comizio, e si presenta come il poeta dell’ordine e della rispettabilità, distinguendosi dal poeta ufficiale del luogo, un rivoluzionario dalla chioma rossa che fino a quel momento aveva regnato senza rivali. Costui si chiama Lucian Gregory ed è un anarchico; i due ben presto danno vita a una discussione, che vede come testimoni molti spettatori e Rosemary, la sorella di Gregory. A Gabriel Syme la ragazza non è indifferente, ma ella non avrà parte alcuna negli assurdi eventi che seguiranno. Eppure, assicura subito Chesterton, inspiegabilmente la fanciulla continuerà a ricorrere come un motivo conduttore nella pazze avventure che capiteranno a Syme, <… e lo splendore della sua strana chioma seguitò a intrecciarsi come un filo rosso nel buio e mal imbastito tessuto della notte.> Forse, aggiungiamo noi, perché una donna è tanto più presente quando è assente. Gregory, indispettito per la pessima figura a cui lo ha costretto Syme, attende il rivale all’uscita dal giardino dove il poliziotto ha avuto un fuggevole e ovviamente casto incontro con Rosemary. Sembrerebbe voler sfidare Syme a duello, invece vuole convincerlo che lui è un anarchico sul serio, in un senso più profondo e più … mortale. Per farlo, ritiene che vi sia un solo modo: condurlo a una vera riunione di anarchici. Prima, però, Gregory chiede a Syme di giurare che non rivelerà a nessuno ciò che lui gli dirà. Ottenuto il giuramento, Gregory accompagna Syme in una birreria alquanto sudicia e squallida. L’aspetto esterno però contrasta con il servizio. Le vivande sono di gran classe e poi la birreria ha un’altra particolarità: i tavoli sprofondano nel sottosuolo, attraverso <una sorta di camino ruggente, con la velocità d’un ascensore a cui si fosse spezzata la fune.> La riunione alla quale sta per partecipare Syme ha una finalità ben precisa: eleggere colui che prenderà il posto lasciato vacante dal precedente Giovedì, eliminato dopo il fallimento di una missione, nel Consiglio Centrale Anarchico, che è composto da sette membri, chiamati col nome dei giorni della settimana. Il presidente è Domenica. Prima che arrivino gli altri anarchici, Syme confessa a Gregory d’essere un agente di polizia, e lo impegna a giurare che non svelerà la sua identità. Syme si presenta come un osservatore esterno, un ambasciatore mandato da Domenica per sincerarsi che tutto si svolga in maniera regolare. Gregory è sicuro di poter diventare il nuovo Giovedì ma, allo scopo di mostrare a Syme un’anarchia meno terribile, fa un discorso che non piace agli altri anarchici. Syme lo prende in contropiede, parlando con furore dell’unico scopo che deve avere l’anarchia: distruggere la società. Si propone egli stesso come nuovo Giovedì e, nonostante la strenua opposizione di Gregory, che vorrebbe rivelare ai compagni la verità ma è trattenuto dalla parola data, viene effettivamente eletto. Così il poliziotto, nuovo Giovedì, <all’una e mezzo circa d’una notte di febbraio, si trovava a risalire in un piccolo rimorchiatore il Tamigi silenzioso, armato di stocco e rivoltella.> E’ diretto a Leicester Square, al Consiglio Centrale Anarchico, dove incontrerà il terribile presidente. Domenica ha un credo: per passare inosservato un anarchico può mimetizzarsi in un unico modo, esibendosi. Perché <nessuno va in caccia di chi non ha l’aria di nascondersi>. Così la riunione, invece che in un posto appartato, ha luogo sul balcone di un albergo che dà proprio sulla piazza. Syme viene guidato dal segretario del consiglio, chiamato Lunedì, un uomo dal sorriso tutto di traverso, l’aria grave, il volto emaciato, arso da una sorta di tortura intellettuale. Uno dei membri è il polacco Gogol, cioè Martedì, un tizio dallo sconcertante arruffio di capelli e barba che quasi gli ricopre per intero il viso e che contrasta non poco con l’abbigliamento elegante, con l’alto colletto bianco e la cravatta di raso. Guardandosi intorno, a Syme pare che gli altri quattro siano piuttosto simili come altezza e abbigliamento ma, osservandoli meglio, s’accorge d’essersi sbagliato. Ognuno di loro mostra un particolare diabolico, come il sorriso di Lunedì. Mercoledì è il marchese di Saint-Eustache, l’unico che porta gli abiti come se fossero veramente i suoi. <Faceva assurdamente pensare ai grevi profumi e alle lampade morenti dei più cupi poemi di Poe e Byron.> Seduto accanto a Syme, c’è Venerdì, ovvero il professor de Worms. Egli è vecchissimo, malridotto, il suo viso è plumbeo e contrasta con il fiore all’occhiello, pare un cadavere rivestito. In fondo alla tavola siede infine Sabato, il dottor Bull, un giovane di piccola statura, grassottello, semplice. Anche lui però ha una stranezza che ne distorce l’aspetto: un paio di occhiali neri. E quegli occhiali lo rendono agli occhi di Syme il più malvagio tra quegli uomini malvagi. Ma naturalmente è Domenica ad attirare maggiormente l’attenzione del poliziotto/anarchico. <Then, as Syme continued to stare at them, he saw something that he had not seen before. He had not seen it literally because it was too large to see.> Ecco come Chesterton, con il suo consueto e
inimitabile stile infarcito di paradossi, descrive il momento in cui, per la prima volta, gli occhi di Syme si posano su Domenica. <Poi, mentre continuava a guardarli, vide qualcosa che non aveva visto prima. Non aveva potuto vederla perché essa era letteralmente troppo grande da vedere.> Quel qualcosa è, appunto, la
schiena del Presidente. Tale è la sua mole che gli altri membri sembrano rimpicciolire. Scopo della riunione è stabilire le modalità di un attentato che deve colpire lo Zar e il presidente della repubblica francese. A portare la bomba sarà il marchese. Tuttavia Domenica prima di prendere ulteriori decisioni avverte i convenuti che secondo lui a quella riunione vi è una spia. Syme mette mano alla pistola,
credendo che il Presidente lo abbia scoperto. Invece no: la spia è Gogol, che infatti si toglie barba, parrucca, rivelando il volto glabro d’un poliziotto. Inaspettatamente, Domenica lo lascia andare, alludendo però al fatto che qualcosa, dopotutto, potrebbe accadergli. Allontanatosi Gogol, Domenica scioglie la riunione, nonostante le rimostranze di Lunedì, e l’aggiorna alla domenica successiva. Il segretario
vorrebbe discutere il piano per l’esecuzione dell’attentato, ma Domenica lo blocca, dicendo che se c’era una spia, potrebbero essercene anche due. Quindi se ne va, lasciando a Sabato il compito di sistemare le cose. Syme lascia la riunione alquanto turbato, desideroso soltanto di liberarsi <di quella pestifera atmosfera>. Poco dopo però s’imbatte nel professor De Worms, immobile sotto la neve. Cerca in tutti i modi di
seminarlo ma, ovunque vada, se lo ritrova appresso. Syme è sbalordito. Come può quel vecchio malato e paralitico stargli dietro? Entra infine in una lurida taverna nei docks, sperando d’essere riuscito finalmente a seminarlo. Invece lo vede entrare e ordinare il solito bicchiere di latte. Syme lo affronta, scoprendo che non si tratta affatto di un vecchio anarchico ma di un giovane poliziotto travestito,
appartenente alla sua stessa istituzione. Depone sulla tavola una tessera azzurra uguale a quella che possiede Syme. I due s’alleano e decidono d’andare a cercare Bull, per capire il suo piano e impedire l’attentato. Ma anche Sabato, il dottore dai terribili occhiali neri che lo fanno sembrare la morte in persona, si rivela un poliziotto. Sbalorditi, i tre si rendono conto d’aver partecipato a una riunione in
cui c’erano più agenti che anarchici. <Eravamo quattro contro tre> grida Syme. <Avremmo potuto batterci facilmente.> Il professore lo corregge dicendo che erano quattro contro Uno. Il terzetto parte dunque per la Francia, e precisamente per Calais, dove il marchese, vale a dire Mercoledì, si appresta a prendere il treno per Parigi ove compiere l’atto dinamitardo. Devono trovare un modo per
trattenerlo senza rivelarsi. Syme ha un’idea: lo sfida a duello. Mercoledì accetta, scegliendo però un prato vicino alla ferrovia. Tuttavia anche il Marchese si rivela un poliziotto travestito, e si presenta come l’ispettore Ratcliffe. Il treno per Parigi arriva e i quattro vedono scendere da esso un folto gruppo d’anarchici, tutti con le loro brave mascherine nere; in testa, naturalmente, il segretario.
Comincia così una fuga attraverso la campagna di Calais. Quando il gruppo di agenti crede d’essere ormai perduto, poiché pare che l’intera Francia si stia sollevando contro di loro, ecco la rivelazione: gli inseguitori non sono anarchici, sono poliziotti, compreso il segretario Lunedì. Li inseguivano perché convinti che fossero loro gli anarchici, e che stessero cercando in tutti i modi di raggiungere Parigi.
Chiarito l’equivoco, i cinque si recano all’appuntamento fissato con Domenica, decisi ma un po’ timorosi, non sapendo bene come comportarsi. Volendo scoprire chi è realmente il Presidente, vanno all’appuntamento con i rispettivi travestimenti. A Londra ritrovano anche Gogol, e così il gruppo è completo. Domenica non è affatto sorpreso di trovarsi dinanzi degli agenti di polizia; anzi, prima di gettarsi
dal balcone del ristorante, svela loro d’essere l’uomo che li ha assunti in servizio. Poi fugge. I sei agenti lo inseguono attraverso Londra, non mollandolo nemmeno quando Domenica cerca di seminarli salendo in groppa a un elefante dello zoo e quindi prendendo il volo a bordo d’un pallone. Syme e gli altri gli stanno dietro, giungendo fino alle colline del Surrey. Alla fine del lungo peregrinare, stanchi e
sporchi, incontrano un uomo in livrea, che li invita a salire su una carrozza. <Il mio padrone vi attende> dice. Giungono a un edificio lungo e basso, che a tutti e sei ricorda l’infanzia. Qui vengono vestiti con abiti particolari e partecipano a una strana festa-processo, in cui Domenica rivela finalmente chi è. <Io sono il giorno del riposo. Sono la pace di Dio.> A un certo punto Syme vede comparire
Lucian Gregory, l’unico vero anarchico, e finalmente capisce il senso di quell’incredibile avventura. Il risveglio non avviene in una poltrona, o in un prato. Non è nemmeno un vero risveglio. <He could only remember that gradually and naturally he knew that he was and had been walking along a country lane with an easy and conversational companion.> Pian piano, Syme s’accorge di camminare lungo il viale
di un giardino in compagnia di un amico, il poeta Gregory. In fondo alla strada vede la sorella di Gregory, Rosemary, dolce fanciulla dalle chiome d’oro rosso. Concludendo “L’uomo che fu Giovedì” si ha l’impressione d’aver letto un’avventura di rocambolesco dinamismo. E in effetti, pur non avendo a disposizione pirati né viaggi spaziali, tesori da scoprire o
predoni della steppa e, anzi, facendo muovere i suoi personaggi soltanto a Londra e dintorni (tranne per una trasferta nella campagna francese), Chesterton trasporta il lettore in una vicenda ai limiti dell’incredibile. Tutto può succedere e tutto succede. Il tavolo di una sudicia birreria sprofonda nei sotterranei, e pare
affondare nelle viscere della terra. Domenica fugge per le strade di Londra in groppa a un elefante e poi salta su un pallone e sorvola le colline del Surrey. Questo senso del meraviglioso fa del romanzo di Chesterton uno dei precursori della fantascienza e del fantasy, pur non avendo nessun elemento di genere al suo interno. A meno che non si consideri il florilegio di simboli come una caratteristica della moderna
fantascienza. Certo Robert Howard ammise il suo debito di riconoscenza nei confronti di Chesterton, e così pure Brown, Sheckley, Leiber, Borges (che non sarà un classico autore fantasy, ma leggete alcuni suoi racconti e poi ditemi se non era un visionario dei più puri) e molti altri. Proprio Borges (negli articoli “Sopra Chesterton” e “Sopra Oscar Wilde”, pubblicati all’interno dell’antologia “Altre inquisizioni”) scrive a proposito di Chesterton tre riflessioni molto illuminanti: <Chesterton, credo, non avrebbe tollerato l’imputazione di essere un tessitore d’incubi, un monstrorum artifex (Plinio, XXVIII, 2), ma invincibilmente suole incorrere in congetture atroci.> Oppure: <…Chesterton s’impedì d’esser Edgar Allan Poe o Franz Kafka, ma qualcosa nella creta del suo io inclinava all’incubo,
qualcosa di segreto, cieco e centrale.> E ancora: <La pregevole opera di Chesterton, prototipo della sanità fisica e morale, è sempre sul punto di mutarsi in un incubo. La presidiano il diabolico e l’orrore; può assumere, nella pagina più innocua, le forme dello spavento.> È vero, Chesterton provava un’evidente attrazione per le forme del diabolico e del terrore e ne era al contempo atterrito. Sentiva che una parte del proprio io inclinava, traballava pericolosamente, e fece del talento
letterario un puntello con cui restare in equilibrio. Per non precipitare, scrisse racconti e romanzi che erano come castelli d’inespugnabile forza morale. Uno di questi, il più celebre, il più esemplare è “L’uomo che fu Giovedì”. Dove la lotta tra il bene e il male si rivela una pantomima in cui nessuno è tale e quale a come appare, e la cui tessitura è sottile come un incubo nelle mani di Dio.
Sappiamo che Chesterton, inglese e quindi di formazione protestante, si convertì e divenne un cattolico ortodosso, fedele ai principî della chiesa di Roma. Ogni sua novella era, in un certo senso, una metafora del percorso morale dello scrittore, “L’uomo che fu Giovedì” più di ogni altra. Gabriel Syme, il protagonista, l’uomo che appunto fu Giovedì, seppur solo in sogno, s’interroga sugli anarchici, e
vorrebbe combatterli come si combatte ciò di cui si ha paura. <Ho paura di lui> dice in un punto del libro, riferendosi al terribile presidente Domenica. <E non bisogna lasciare nell’universo nulla che c’incuta paura.> Forse l’universo non è altro che la mente di Chesterton, più tormentata di quanto possa far credere la limpidezza delle sue conclusioni filosofiche. Il segretario, nel sesto
capitolo, dice: <Il cervello dell’uomo è una bomba. Il mio cervello sa d’essere una bomba, giorno e notte! Deve espandersi! Il cervello dell’uomo deve espandersi, se vuole mandare a pezzi l’universo!> Chesterton non voleva distruggere l’universo, e cercava un modo per disinnescare la bomba interna al suo cervello. Gli anarchici sono, naturalmente, un pretesto per raccontare il terrore del male e per
cercare di penetrare in esso e scioglierne la consistenza. Non è un caso che Syme provi una sensazione d’inquietudine al solo guardare i rappresentanti del Consiglio Centrale Anarchico, notando in ognuno di essi un particolare diabolico, per poi scoprire che sono tutti poliziotti. Li credeva nemici e invece sono amici. Questa è la dimostrazione lampante di quanto Chesterton, come tutti i grandi scrittori,
mettesse sempre il dubbio al centro del suo pensiero, nonostante il credo ortodosso. Ma dimostra anche che aveva una grande fiducia nell'umanità e una convinzione assoluta: il male, pure dove sembra trionfare, muterà sempre in bene. Non perché il bene vinca. Perché il male, semplicemente, è un’illusione, la rifrangenza di un incubo: non esiste. Straordinaria e significativa, in tal senso, la fuga dei
poliziotti per la campagna francese. Credono d'essere inseguiti dagli anarchici; a un tratto credono addirittura che il mondo intero, ormai interamente anarchico, si sollevi contro di loro in una caccia che culminerà inevitabilmente con la loro morte. Invece il mondo è dei buoni, e agli occhi dei buoni sono loro i cattivi. Il male e il bene, dunque, si confondono, proprio come le sembianze degli uomini, che paiono
malvagi o candidi a seconda di come li si guarda. Tutto il romanzo è d’altronde costruito sull’inganno sortito da una mente i cui occhi non guardano come dovrebbero. Chesterton è l’autore di un considerevole numero di racconti che hanno come protagonista il non convenzionale investigatore Padre Brown. Un prete cattolico che combatte i delinquenti sforzandosi di
pensare come loro. Impresa meno ardua di quanto si pensi. Padre Brown non nutre grande fiducia del metodo deduttivo alla Sherlock Holmes. Anzi, pensa che più a fondo si osservano le cose, meno le si comprende. Un’idea simile ce l’aveva Auguste Dupin, che nel bellissimo racconto di Poe “La lettera rubata” sosteneva che per trovare qualcosa bisogna sempre cercarla nel posto più ovvio. Nel secondo capitolo di “L’uomo che fu Giovedì”, Lucian Gregory narra a Syme di come divenne anarchico e, soprattutto, di come provò ogni travestimento rispettabile che lo celasse dinanzi al resto dell’umanità.
Prima si agghindò da vescovo, poi da milionario, infine da maggiore dell’esercito. Ma venne sempre scoperto, perché il suo carattere lo portava ad eccedere. <Vi sono infatti travestimenti che non nascondono, ma rivelano.> Allora si recò da Domenica per chiedergli consiglio. E Domenica gli disse: <Vuoi un travestimento sicuro? Allora travestiti da anarchico, sciocco!> Gregory fa così. Predica sangue
e sterminio. E nessuno crede che lui sia un vero anarchico. Allorché l’incubo immaginato da Chesterton sta per volgere al termine, Syme capisce il senso di quella strana avventura. Lui ha dovuto essere anarchico semplicemente per capire cosa significa esserlo. Ha dovuto fuggire per capire cosa significa fuggire, provare paura per capire cosa significa provare paura. Soltanto così potrà essere un buon poliziotto e combattere il male sapendo che il male non è altro che uno stato d’animo. Fasullo come un falso anarchico. Inconsistente come un incubo. Nel tredicesimo capitolo, Syme e gli altri agenti chiedono a Domenica cos’è lui. <And you,> said Syme, leaning forward, <what are you?> <I? What am I?> roared the President. Si badi bene, chiedono cos’è, non chi è. Il presidente risponde: <Voi capirete il mare, e io sarò ancora un enigma; saprete che cosa sono le stelle, e non saprete che cosa sono io.> L’eterna domanda, l’eterno dubbio: capire. Per Chesterton tutto quello che c’è da capire è che non v’è nulla da capire oltre all’unica verità a cui l’uomo può accedere: cioè che la vita, il cosmo, l’intero universo e con esso l’uomo sono pura e semplice esistenza che non contempla il Male. Sconfiggere il male significa innanzitutto capire che esso si cela sotto un travestimento mal riuscito, che invece di nasconderlo, lo rivela. E se non si guarderà a fondo, cercando i significati nascosti in ogni apparenza, ma si osserverà soltanto l’apparenza (non il particolare, come gli apparenti dettagli diabolici dei membri del Consiglio, bensì il generale), allora il male scoppierà come una bolla di sapone. Rivelandosi per quello che è: semplicemente l’altra faccia del Bene che, unico e incontrastato, domina l’universo. Quando Syme si sveglia, sente un’insolita elasticità nelle membra, e nella mente una limpidezza cristallina, superiore a tutto quel che dice o fa. <Sentiva d’essere in possesso d’una notizia straordinariamente bella, che trasformava ogni altra cosa in una banalità, ma in una banalità adorabile.> La notizia straordinariamente bella è che nessuna crociata ha motivo d’essere, poiché non v’è nulla contro cui combattere. Kafka, a proposito dell’opera di Chesterton, scrisse: <E’ così allegro che si potrebbe quasi credere che abbia trovato Dio.> Se abbia trovato Dio non sta a noi dirlo, ma è più che probabile. Quel che è certo è che in ogni suo racconto o romanzo cercò con assiduità la forma del bene, per scacciare così il fantasma del male. <Ogni uomo sa in cuor suo che non c’è nulla che valga la pena di fare.> Questo non è pessimismo, come potrebbe?, Chesterton è considerato il campione degli ottimisti, né filosofia spicciola. Bensì il nucleo
profondo e indispensabile di ogni pensiero o azione che tenda al bene. a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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