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ORRORI ITALIANI
Più
o meno due anni fa, di questi tempi, qualcuno gridava al miracolo vedendo
distribuito nelle sale un piccolo film italiano dell’orrore, “Medley- brandelli
di scuola”. D’accordo, è probabile che la decisione sia stata presa dopo il
clamoroso successo di “Blair Witch Project”, analogamente girato da giovani
filmmakers alla prima esperienza. Altrimenti chissà “Medley” dove sarebbe
finito. Però era già qualcosa. Peccato che la distribuzione non venne appoggiata
da un’adeguata campagna pubblicitaria (vogliamo definirla così?), cosicché il
curioso e cruento film scomparve quasi subito dai cinema. Chi l’ha visto,
tuttavia, ha potuto ammirare il talento e il coraggio del regista debuttante,
Gionata Zarantonello. Che non ha scelto la strada del terrore puro, gotico,
oscuro, sovrannaturale, come i colleghi americani, ma quella poco italiana dello
sberleffo sadico, grandguignolesco, truce e situazionista. Ambientandolo, tra
l’altro, in uno dei luoghi classici dell’horror d’oltremanica, il liceo e
mettendo in scena uno scontro alunni/insegnanti per nulla <educativo> e buonista.
Un film che poteva amare solo chi apprezza certi registi indipendenti ed estremi
come Henenlotter o Buttgereit o Schnaas, senza però dimenticare che i maestri
dell’eccesso (in tutti i sensi) sono sempre stati i registi nostrani. Eppure
“Medley” mostrava una vitalità e un tentativo di uscire dal pantano delle solite
tre-quattro storie che i nostri cineasti contemporanei sanno raccontare (come ha
detto giustamente Bertolucci: <O commedia all’italiana o neorealismo.> O, ancora
peggio, qualcosa che è una via di mezzo senza nerbo, aggiungiamo noi). Il film
di Zarantonello meritava maggior fortuna in termini d’incassi (ma è sperare
troppo) o, quantomeno, maggiore attenzione critica. Il problema è che il cinema
dell’orrore in Italia non ha mai goduto di grandi simpatie, è risaputo, si
vocifera di produttori importanti ed egemoni che storcono il naso al solo sentir
parlare di buio, grida, paura e sangue. Basta assistere a una qualsiasi
superficiale intervista fatta al maggior rappresentante del genere, Dario
Argento. Solitamente salta fuori la domanda: <Perché fai questi film?” Nessuno,
naturalmente, s’è mai sognato di chiedere a Monicelli perché realizzi sempre
delle commedie o a Visconti perché traesse la maggior parte delle sue
sceneggiature da classici della letteratura. Il fatto che poi il regista di
“Profondo rosso” non attraversi un momento creativo particolarmente esaltante
(ma “Nonhosonno” era un buon film) getta un’ombra ulteriore su qualsiasi
tentativo di rinascita del genere, per di più soffocato dai kolossal
hollywoodiani (dinanzi a “Hannibal” e ad altre pellicole che narrano le gesta di
serial-killer più o meno sanguinosi s’inchinano tutti, almeno sui giornali). Se
pensiamo che l’ultimo capolavoro di Dario Argento risale al 1984 (“Phenomena”) e
che l’ultimo, eclatante successo italiano (e fu una sorpresa) è dell’anno
successivo (“Demoni”, diretto da Lamberto Bava ma sempre sotto l’egida
argentiana) non c’è da stare allegri. Eppure i registi di talento non mancano,
nonostante la scomparsa di Lucio Fulci e l’emarginazione di nomi storici come
Umberto Lenzi e Ruggero Deodato. Quali? Ecco un breve elenco, forse non
completo, ma certo significativo.
Primo tra tutti, se non altro per la lunga militanza nel genere, Lamberto Bava,
appunto, che secondo la rivista Nocturno avrebbe dovuto tornare nelle sale con
un horror gotico prodotto da Pupi Avati (“Il bambino che parlava ai morti”, che
fine ha fatto?) e che invece, dopo una lunga serie di fiabe televisive, s’è
dovuto accontentare di dirigere la solita mediocre fiction mafioso-poliziesca
(“L’impero”).
Carlo Ausino, attivo da anni nel cinema di genere (“La città dell’ultima paura”,
“La villa delle anime maledette”), un regista del quale si parla molto bene ma
che conoscono i soliti quattro gatti (gli altri pensano che il cinema italiano
siano solo Benigni e Aldo, Giovanni e Giacomo). Infatti lavora come
proiezionista al Museo del Cinema e gira cortometraggi.
Zarantonello, appunto, che dopo “Medley” ha potuto realizzare soltanto un corto
non horror (“Alice dalle quattro alle cinque”).
Andrea Marfori, autore anni fa di uno splatter non esaltante ma comunque vitale
(“Il bosco/Evil clutch/Presa tenace”, distribuito negli Stati Uniti dalla Troma),
nonché di un fantomatico action-movie interpretato da Traci Lord (“Mafia docks”
o “Il ritmo del silenzio”) e finito a dirigere “Un posto al sole”: in un
qualsiasi paese civile gli verrebbe data una seconda possibilità, anche se
dubitiamo che l’horror lo interessi veramente.
Non dimentichiamo Marcello Avallone, che dopo gli esordi nel soft-core è passato
alla regia di due pregevoli film di genere come “Spettri” e “Maya”, di una copia
di Indiana Jones (“Panama sugar”), di un thriller misterioso sparito nel nulla
(“Last cut” del 1997); poi il silenzio.
Sergio Stivaletti, grande artista degli effetti speciali e regista del notevole
e ignorato dal pubblico “M.D.C. - maschera di cera”, prodotto dal solito Argento
(ah, se non ci fosse lui). Anche per Stivaletti s’è parlato di un nuovo progetto
top secret a cui starebbe lavorando. Finirà pure questo per essere inghiottito
dall’ignoranza produttiva del nostro paese?
E che dire di Claudio Fragasso, allievo di Bruno Mattei e Joe D’Amato, che ha
cominciato con l’horror (“La casa 5”, “Monster dog” e “Non aprite quella porta
3” tra gli altri) e ha proseguito dirigendo film d’azione (non male
“Milano-Palermo solo andata”) e fiction sulla mafia ma che è tecnicamente molto
dotato?
E ancora, Alessandro Capone, un solo film dell’orrore all’attivo, però molto
bello (“Streghe”), anche lui impantanatosi da qualche anno nella palude
limacciosa delle fiction (“Il commissario”) e dei thriller televisivi senza
senso.
Il filmmaker indipendente Roger A. Fratter, che ha già cinque film all’attivo,
girati in digitale, tra cui gli interessanti “Sete da vampira”, “Anabolyzer” e
“Abraxas” (tutti reperibili in videocassetta), oltre al bellissimo documentario
in due parti “Joe D’Amato totally uncut”, omaggio a uno dei maestri del b-movie
italiano realizzato in collaborazione con la rivista Nocturno Cinema.
Alvaro Passeri, effettista di film come “Tentacoli” e “Piranha paura”, ora
passato alla regia e che gira esclusivamente per il mercato estero, ha diretto i
succulenti “Plankton/Creatures from the Abyss” del 1993 (un film che è già una
leggenda, tanti ne parlano, nessuno lo ha visto) e “The Mummy theme park”.
Al Festa, che dopo il non eccelso “Fatal frames”, progetta un film in digitale
che dovrebbe raccontare gli strani accadimenti avvenuti durante una vera seduta
spiritica. Titolo: “Progetto Sapientia”. Se Festa non ha dimostrato ancora un
grande talento, di sicuro ha spirito d’iniziativa.
Last but not least, Michele Soavi, che possiamo (o potevamo) tranquillamente
considerare tra i maggiori registi del cinema fantastico internazionale. Il suo
film d’esordio, “Deliria”, ottenne un premio ad Avoriaz, “La chiesa” e “La
setta” buoni incassi, “Dellamorte Dellamore” (tratto dal bellissimo romanzo di
Sclavi) ricevette grandi consensi di critica e lodi dagli addetti ai lavori,
eppure il regista per continuare a girare ha dovuto riciclarsi nelle serie
televisive (“Ultimo – la sfida”, “Uno bianca”, “Il testimone” e, in
preparazione, la ricostruzione della vicenda di Donato Bilancia, <assassino di
prostitute>, sai che novità), peraltro dirette con il consueto talento e con un
piglio narrativo che altri si sognano.
E che dire di due bravissimi sceneggiatori come Dardano Sacchetti e Ernesto
Gastaldi (per tacer degli altri), messi colpevolmente in disparte? Il vero
problema, nel nostro paese, è che a chiunque è data la possibilità di farsi
produrre un film su una storia inesistente o d’improvvisarsi regista (più che
giusto, sia ben chiaro: il cinema non è un’arte sacra, e poi i problemi sono
altri) tranne a chi il regista lo sa fare veramente, perché lo ha imparato dopo
un lungo apprendistato, gente come Soavi, Bava, Fragasso appunto, e alcuni
grandi <vecchi> di cui non stiamo nemmeno qui ad elencare i nomi, ma solo i
cognomi: i già citati Lenzi (“Gatti rossi in un labirinto di vetro”, “Incubo
sulla città contaminata”) e Deodato (“Cannibal holocaust”, “La casa sperduta nel
parco”), ma anche Bruno Mattei (“Virus”, “Rats, notte di terrore”) e Fernando Di
Leo (“La bestia uccide a sangue freddo”), Margheriti (“Danza macabra”, “Il
terrore negli occhi del gatto”) e Luigi Cozzi (“Il tunnel sotto il mondo”
“Paganini horror”), Tonino Ricci (“Bakterion”) e Sergio Garrone (“Le amanti del
mostro”, “La mano che nutre la morte”), Enzo Castellari (“L’ultimo squalo”) e
Stelvio Massi e Sergio Martino (“Torso”, “La montagna del dio cannibale”). Sia
ben chiaro, la situazione del cinema è complessa e incomprensibile, la necessità
di girare sempre e comunque può far apparire Rai e Mediaset come le uniche
ancore di salvezza (anche se non garantiscono la visibilità del prodotto, e il
caso dei tv-movie horror di Fulci, Bava e Lenzi mai trasmessi è lì a
dimostrarlo) e quindi nulla si può imputare a Martino, Caiano, Deodato e
Castellari, che hanno scelto questa strada. Ma non vedere più certi nomi sulle
locandine provoca in ogni caso una certa tristezza. Magari girerebbero dei
brutti film ma, di sicuro, tecnicamente più validi e interessanti di opere prime
o seconde che è difficile considerare <cinema>, titoli veicolati esclusivamente
sull’appeal di star come (tanto per fare dei nomi) Luciana Littizzetto e Sabina
Guzzanti e Piero Chiambretti. Non è forse questo è il vero orrore?
a
cura di Roberto Frini
copyright by Roberto Frini
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