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UNA PASSEGGIATA NELL'OSCURO

BOSCO DEL ROMANZO GOTICO

 

“THE TEMPESTUOUS LOVELINESS OF TERROR”

Questo verso del poeta romantico Percy Bysshe Shelley coglie in maniera significativa l’anima ispiratrice più profonda del romanzo gotico, genere letterario maledetto, che ha fatto scorrere brividi freddi sulla pelle di intere generazioni di ignari lettori. In queste poche pagine voglio introdurvi l’argomento, che peraltro si presenta vasto e sconfinato, per delinearne i tratti principali ma soprattutto per cercare di suscitare quella curiosità che mi ha spinto ad entrare nel “bosco oscuro”. Il romanzo gotico può essere paragonato ad un bosco immaginario fatto di alti alberi con rami senza fine selvaggiamente intrecciati in una libera creazione di forme aliene, che ispirano un sottile senso mistico ed un piacevole timore. Se però riusciremo a resistere e a non fuggire dal castello dei fantasmi, potremmo scoprire che ciò che ci ha così tanto spaventati è soltanto una dolce illusione.

 

Gotico è un temine usato in architettura per indicare lo stile caratterizzato da archi acuti molto slanciati verso l’alto, grandi rosoni intarsiati e alte guglie, con cui venivano costruite imponenti cattedrali nell’XI e nel XII secolo. Questa parola di origine rinascimentale ha come significato generico quello di “barbaro”, selvaggio distruttore della tradizione classica. Per comunanza di elementi fantastici e spirituali è stato dato lo stesso nome al genere letterario nato nella seconda metà del settecento in Inghilterra. Infatti il romanzo gotico (chiamato anche nero) è caratterizzato da un’abbondanza di luoghi religiosi tetri e pittoreschi come conventi, abbazie, oppure antichi castelli, labirinti, rovine. E’ ambientato solitamente in epoca medievale, età che però non interpreta nella sua realtà culturale e sociale. Il medioevo cupo, sinonimo di barbarie e di violente passioni offre ai lettori il piacere di un coinvolgimento in un’atmosfera oppressiva. Diventa uno spazio narrativo ideale di sogno e di mistero, che trasuda angoscia ed avvolge col fascino dell’irrazionale.

In quest’ottica si colloca anche la riscoperta dei paesi latini, ricchi di storia, ed in particolare dell’Italia, considerata il luogo più “antico” del mondo, che farà da sfondo a molti di questi romanzi.

Gli scrittori gotici colgono con piena consapevolezza la bellezza dell’orrido, tanto da creare una vera e propria estetica fondata su di esso. I nuovi personaggi che popolano questo mondo letterario sono spettri, mostri, creature demoniache prodotte da una fervida immaginazione. Sono affascinanti, stupefacenti e fuori dal comune.

Il fascino del mostruoso misura la nostra attrazione verso ciò che è altro, alieno e pertanto sconosciuto. Il romanzo gotico in particolare fa leva su quella parte “sospesa” dell’anima che non conosciamo mai perfettamente, che rimane ignota, latente, sospesa nell’aria sopra le righe del nostro vivere quotidiano. In questo luogo galleggiano le nostre paure, i terrori che ci accompagnano fin dall’infanzia, i nostri desideri inconfessabili ed è questo il materiale che gli scrittori gotici hanno utilizzato per le loro opere. Gli elementi soprannaturali così presenti e così importanti non sono altro che l’espressione codificata di paure comuni. Sono la metafora di una condizione di crisi di fine settecento rispecchiabile nel lacerante processo di mutamento sociale, nelle violente e radicali trasformazioni operate dalla rivoluzione industriale. La paura costituisce la più straordinaria molla dell’immaginario sociale.

Il fantasma, il vampiro del gotico esprimono infatti una reazione conservatrice fondata sul “divino”, sul trascendente.

La parte oscura dell’anima viene fuori, si diffonde in ogni pagina e come un soffice fumo avvolge ogni parola. La paura, con la sua funzione catartica e tentatrice, ci spinge sempre verso la tana del lupo, ci fa avvicinare alla soglia. Paradossalmente ci da coraggio in quanto innesca nel profondo la perversità dell’animo umano che, in una continua e interminabile sete di conoscenza, sfida la natura rischiando la vita, cioè varcando quella soglia.

La sfida con il soprannaturale è pertanto una sfida col limite che risveglia in noi la cosiddetta “fear of the unknown” ossia la paura di ciò che è sconosciuto. Facendo leva su un sentimento così vitale, il romanzo gotico ha attirato un pubblico vasto ed eterogeneo, rispondendo al suo bisogno di fantasia e di attesa del diverso. Ed è per questo che ha influenzato tutta la letteratura successiva arrivando fino ai giorni nostri con il genere horror che rimane il vero continuatore di questo filone, anche se ha portato alle estreme conseguenze la mitologia gotica del fantastico.

Il romanzo gotico considerato a torto genere minore, ha avuto il suo padre fondatore in Horace Walpole, con l’opera “Il castello d’Otranto”.

La data che ne segna la nascita infatti, viene fatta risalire alla sua pubblicazione nel 1764. Esso è considerato il capostipite in quanto è il primo romanzo che amalgama due convenzioni narrative, quella del soprannaturale e quella del quotidiano considerate prima di Walpole totalmente inavvicinabili tra loro. L’effetto che lo scrittore inglese riesce così ad ottenere è quello di suggerire al lettore misteriose corrispondenze tra una realtà fisica esterna ed una interna e psicologica.

In breve la storia narra di Isabella, destinata sposa al figlio di Manfredo, duca d’Otranto, che viene però rinvenuto misteriosamente ucciso nell’antico castello. Manfredo allora decide di prenderne il posto, ma l’atterrita Isabella fugge con l’aiuto di un giovane contadino, Teodoro. Dopo lugubri vicende il vecchio castello crolla. Teodoro e Isabella si sposano mentre Manfredo si rifugia in un convento.

Il libro inizia con l’incipit tipico della fiaba ma manca però un io narrante creatore della storia: qui è la storia stessa ad essere protagonista con una serie di misteri e contraddizioni che danno vita ad un romanzo continuamente rinnovato da nuovi eventi e colpi di scena imprevisti.

Il divenire temporale viene fissato ed immobilizzato dallo spazio surreale del castello; non a caso infatti la dimensione del sogno e dell’irreale creata da Walpole sarà un punto di riferimento fondamentale di Andrè Breton nel suo Manifesto del Surrealismo. Il titolo stesso del libro sottolinea l’importanza dell’elemento spaziale: questo castello medievale entro cui si svolge tutta l’azione, sospeso volutamente lontano nel tempo e nello spazio. L’isolamento dell’azione dal resto del mondo costituisce il passo fondamentale che permette all’autore di creare quella dimensione della paura di cui parlavo prima.

Così come accadrà in seguito nei grandi scrittori dell’Ottocento, a cominciare da Poe, anche in Walpole l’ambiente fisico rivela nella sua inquietante architettura i cunicoli e i meandri oscuri della mente dell’uomo. Walpole però sembra addirittura andare oltre: la forma architettonica del castello, con i suoi sotterranei ed i suoi passaggi segreti, ispira una struttura narrativa complessa basata su una storia costruita secondo il modello del racconto nel racconto.

I romanzi gotici successivi possono essere per comodità suddivisi in due categorie: quelli in cui il soprannaturale è spiegato, cioè alla fine le apparizioni spettrali rivelano avere cause naturali e quelli dove fantasmi e demoni esistono davvero. Al primo gruppo appartengono i romanzi di Clara Reeve (autrice de “Il vecchio barone inglese”) e della regina del terrore per eccellenza, Ann Radcliffe l’incantatrice. I suoi libri più famosi sono i classici del genere gotico, come il libro “I misteri di Udolpho” e “L’italiano o il Confessionale dei penitenti neri” ma anche “Il romanzo siciliano”, opere ricche di suspense su eroine perseguitate e rinchiuse in tetri castelli. La Radcliffe inoltre teorizzò la differenza tra i romanzi del “terrore”, com’erano i suoi, e quelli dell’”orrore”. Ella scriveva: “il terrore espande l’anima e risveglia i sensi al più alto grado; l’orrore invece li contrae, li paralizza, e quasi li annulla”.

Ai romanzi dell’”orrore” possiamo dire che appartengono lo spaventoso “Vathek” di William Beckford così come “Melmonth” di Charles Robert Maturin, che resero famigliari grandi temi fantastici come la possessione demoniaca e l’ebreo errante. Ma l’opera più rappresentativa è “Il monaco” del diabolico Matthew Gregory Lewis.

Il romanzo inizia in media res: la prima scena che ci si presenta davanti è una folla assiepata in una chiesa, fremente di ascoltare la parola di un uomo considerato Santo. Tale uomo è Ambrosio, abate dei cappuccini di Madrid e protagonista dell'opera. Già dalle prime righe Lewis trascina con sé il lettore in una sensazione di soffocamento, confusione e attesa, portandolo ad identificarsi con la rumorosa massa di fedeli. Così abilmente l'autore ci inserisce nella vicenda in modo travagliato e brutale. La fissa schematicità formale del romanzo di Walpole è superata per tradurre a livello lessicale e stilistico  una libertà morale e una profonda opposizione ai costumi  sociali dell'epoca. Pubblicato infatti nel 1796 nella puritana Inghilterra, "Il monaco" diede scandalo e dopo l'enorme risonanza iniziale fu volutamente precipitato nell'oblio. La storia del virtuoso monaco Ambrosio che, sedotto da una bellissima donna travestita da novizio, Matilde, precipita attraverso crisi di lussuria, degradazione e delitto, fino all'inferno, è narrata con libertà di linguaggio e gusto dell'eccesso: un ribollente calderone di orrore, necrofilia, incesto in cui abbondano scene orripilanti. Ma nella sua sfrenata ed eccessiva violenza, che ispirerà il romanticismo nero di Hoffman ("Gli elisir del Diavolo") e di Nodier, questo romanzo è un atto di accusa contro la società repressiva (rappresentata dall'Inquisizione Spagnola), che soffoca gli istinti naturali. Ambrosio diventa malvagio per colpa delle innaturali regole della Chiesa che ne hanno inibito e distorto il carattere. La sua tentatrice Matilde è si l'incarnazione del male ma è connotata come creatura "umana" e suscita compassione nel lettore.

"Il monaco" si presenta come un'opera ben più composita e pluricorde de "Il castello d'Otranto" e gli stili usati sono innumerevoli: ad esempio il linguaggio poetico di piccole composizioni in versi arricchisce il racconto di immagini simboliche e diventa un mezzo efficace per sottolineare la capacità dell'occhio poetico di penetrare oltre la superficie del reale.

L'opera raccoglie tutte le forme e gli ingredienti del romanzo gotico portandoli alla perfezione: l'uso del sensazionale, del tono iperbolico, degli eventi improvvisi. L'orrore governa i canoni dell'estetica dello stupore.

Quest’opera si può considerare romantica perché progredisce dal male come esperienza estetica, al male come ambigua componente dell'uomo. Se in Walpole l'apparizione soprannaturale rimane a livello di favola, inspiegata ma non perturbante, in Lewis l'ambiguità si interiorizza e riguarda il problema del male nell'uomo: il soprannaturale è qui la personificazione, l'evocazione di questo male umano.

 

a cura di Stefano Nicosia

(Parma, 31 ottobre 2001)

  

 

Stefano Nicosia
nato nel '77 a Parma dove vive attualmente e studia ingegneria meccanica.
E' un grande appassionato di fantastico e di tecnologia.
Ha pubblicato materiale su varie riviste, come il racconto cyberpunk "Ali nella carne" su Avatar n.3 (www.kipple.it) o sulla rivista universitaria Pulp 462-0614 "Vomito d'anima". Ha partecipato a concorsi letterari tra cui il VII trofeo Rill (www.rill.it) arrivando in finale con il racconto cyberpunk "Nuove informazioni". Inoltre è stato segnalato alla Biennale dei Giovani artisti 2001 nella sezione scrittura.
Adesso sta lavorando ad una raccolta di racconti che spera presto di pubblicare.

 

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