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RAGAZZE, SANGUE E MOSTRI Uno
scrittore che stimo molto, Bruno Garavini, considera il suo mondo narrativo un universo
demente e sostiene che qualsiasi imbecille può essere capace di riempire la
pagina di effettacci. Sono d’accordo fino a un certo punto. Gli inserti gore
non cambiano la qualità di un racconto, come non cambiano la qualità di un
film. Se un racconto (o un film) è buono, o discreto, resta buono o discreto
anche se schizza litri di sangue. Tuttavia, non esiste, a mio parere, una vera e
propria narrativa gore. Sì, Shaun Hutson o Skipp&Spector fanno del
raccapriccio uno degli elementi fondamentali dei loro romanzi, ma si tratta più
che altro di violenza parossistica, estrema e reiterata, organica e
situazionista, per il resto non molto diversa da quella di Ellroy, Harris o di
"America Psycho". A fare la differenza, casomai, è il ricorso al
sovrannaturale, e questo non ha niente a che vedere con il gore. Il
sovrannaturale è un vero genere, che sopravvive da secoli, non una moda
estemporanea. Però,
ribadisco anche questo concetto, è possibile ricorrere all’effetto truculento
per una scelta oserei dire estetica, grafica, espressiva. Come se si volesse
visualizzare con maggiore forza l’orrore che si sta raccontando. Un esempio
non narrativo ma pittorico che mi viene in mente è il celebre capolavoro
espressionista di Edward Munch, "L’urlo". La faccia deformata,
disperata, quasi esplosiva del personaggio di Munch è una sorta di simbolo
della paura, del terrore, dell’orrido, fissato per sempre dalla mano
dell’artista. Forse il paragone è un po’ azzardato ma, almeno per quanto mi
riguarda (e credo sia così per molti altri scrittori, di sicuro per i tanti più
bravi di me), l’uso di effetti sanguinolenti deve per forza di cose avere una
valenza espressiva, grafica, che accentui ciò che si ha in mente di descrivere.
Quello che fatto Munch con "L’urlo", lo aveva già sperimentato in
letteratura il più grande di tutti, Edgar Allan Poe. Leggiamo le ultime,
terrificanti righe del suo racconto "Le vicende relative al caso del signor
Valdemar": < … tutto il corpo di questi, immediatamente, nello spazio
di un solo minuto, forse anche meno, si rattrappì, si sbriciolò, in una parola
si corruppe e si dissolse sotto le mie mani. Sul letto, di fronte a tutti i
presenti, non rimase che una massa liquida di putridume ributtante,
spaventoso.> Questo è splatter, signori, terribilmente visivo, angosciante;
poche parole, di una potenza descrittiva terribile. Come si dice: pare di
vederlo, e non è certo un bello spettacolo. Chiudendo
con lo splatter e il gore, e a proposito del sommo Edgar Poe e di bellezza, il
Garavini di cui scrivevo poc’anzi mi ha detto un’altra cosa su cui vale la
pena riflettere: bisogna intendersi su ciò che significa scrivere un racconto
dell’orrore. È vero, non sempre si hanno le idee chiare sull’argomento, e
spesso l’idea di uno diverge da quella di un altro. Meglio così, d’altra
parte, perché se tutti la pensassimo alla stessa maniera, la creatività
s’appiattirebbe e con essa le buone storie. Proprio
Edgar Allan Poe scrisse che il vero orrore nasce dalla morte di una bella donna;
niente è più triste e malinconico, aggiunse. Non è necessario naturalmente
far morire una bella donna per creare un buon racconto horror. Poe era un genio
a cui tutti noi dobbiamo tutto, ma aveva una visione del mondo non sempre
condivisibile. Fu, lo sappiamo, uno dei padri del decadentismo (o perlomeno,
tale fu considerato dai decadentisti, e in particolar modo da Baudelaire),
corrente artistica lodevole per certi versi, meno per altri. No,
ciò su cui intendo soffermare la mia attenzione è il connubio tra bellezza e
orrore. La superba beltà di una donna, il terrore, il sangue, il mistero, perché
no?, una creatura mostruosa, possono essere ingredienti adatti a creare un
racconto appassionante. Ovviamente, vanno miscelati a dovere. Un esempio è
senza dubbio "Le Mummie" di Seabury Quinn. Le belle e giovani donne,
in questo caso, sono addirittura due, una è cattiva e muore, pazienza. Vi è un
brano di questo racconto che va assolutamente trascritto. <Balzò quindi in
piedi ed afferrò il pesante attrezzo di ferro. Era stata privata non solo dei
vestiti, ma anche di ogni ritegno. Davanti a noi, nella luce azzurra delle
lampade d’argento, non c’era Audrey Hawkins, civile discendente di una
stirpe di rispettabili e pudibondi contadini del New England, ma una primordiale
donna delle caverne, una creatura assetata di vendetta: armata, selvaggia, nuda,
e priva di ogni vergogna. (…) Dalla stanza che avevamo lasciato indietro ci
giunse un urlo alto e selvaggio, poi il riso smodato di una donna, isterico,
acuto e colmo di gioia maligna e il sordo rumore di colpi omicidi.> Niente
a che vedere con Edgar Poe. Quinn ha uno stile certamente più ingenuo, ma
perlomeno la sua bella protagonista non si limita a morire. Dà, invece, la
morte, nuda e armata di roncola. Possiamo immaginare quello che accade in quella
stanza. Un omicidio brutale, sanguinoso, certo, ma compiuto da una
ragazza puritana e nuda. Piaccia o meno, l’effetto è certamente
diverso. Il sangue versato da una fanciulla mite e carina ha un colore diverso
dal sangue che versano in continuazione rozzi e brutali serial-killer. Non tutti
gli scrittori ( e i registi) del terrore paiono averlo capito. Uno dei film
horror italiani più sottovalutati degli ultimi vent’anni, "Streghe"
di Alessandro Capone, racconta di come una ragazza in vacanza con un gruppo di
amici venga posseduta dallo spirito di una strega bruciata sul rogo, e compia
una serie di orribili delitti. La fanciulla è bella, bionda, sexy e
inizialmente la vediamo anche esibirsi in uno spogliarello. Poi ecco che si
trasforma in una spietata assassina dotata, tra l’altro, di una forza
sovrumana. Un macellaio dai bellissimi occhi verdi, in jeans, maglietta e scarpe
da tennis. Capone ci sa fare, eccome se ci sa fare. Ovviamente, così come non
è detto che in un buon racconto una donna debba necessariamente morire, non è
neanche detto che debba per forza di cose uccidere. Però
ripeto: ragazze, sesso, sangue e mistero non sono soltanto i possibili
ingredienti di uno z-movie (che spesso sono i più divertenti), possono
funzionare anche in una novella del terrore. Nel
mio piccolo, ho tentato varie volte di scrivere racconti che unissero la
bellezza di una fanciulla, l’orrore, la paura, il sangue, il mistero e i
mostri. In uno di questi, intitolato "Un film con Janet Agren" ( di
cui ho scritto tre versioni diverse), immagino una sosia della splendida attrice
svedese. Janet Agren, nata a Landskroona, bella, alta, di un biondo tendente al
castano, con degli occhi che farebbero innamorare un cieco, è stata tra
l’altro protagonista di alcuni capolavori dell’orrore. "Paura nella
città dei morti viventi" di Lucio Fulci, uno dei migliori e sanguinosi e
agghiaccianti gore mai realizzati, e "Mangiati vivi!" del grande
Umberto Lenzi. Quest’ultimo è certamente un modello per un possibile buon
racconto. L’elemento erotico e l’elemento crudele convivono in perfetta
armonia. Ma Janet Agren ha anche interpretato "Lo strano caso della
baronessa di Carini", sceneggiato televisivo andato in onda all’inizio
degli anni ’70 che turbò i nostri sonni infantili. Per l’atmosfera
misteriosa e sovrannaturale che lo permeava, e per la bellezza di Janet.
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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