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RITRATTO DI DARIO ARGENTO, REGISTA
Thriller. Definizione che, di questi tempi, viene usata troppo spesso, e quasi sempre a sproposito. Non è usata a sproposito quando ci si riferisce al cinema di Dario Argento. Però è limitativo, perché il regista romano, classe 1940, figlio di Salvatore Argento (che produrrà tutti i film del figlio fino a Tenebre) e Elsa Luxardo, è partito dal giallo e dalla suspense per creare uno stile del tutto personale, sempre più cruento, sempre più visionario, sempre più insofferente alle limitazioni. È il 1969. Argento, che viene dalla sceneggiatura (scrive western e film di guerra, ma anche Metti una sera a cena) e dalla critica, si trova in Tunisia. Sta prendendo il sole su una spiaggia e ha una specie d’allucinazione, da cui trae lo spunto per scrivere la storia del suo primo film, L’uccello dalle piume di cristallo. Probabilmente il regista, qualche mese o qualche anno prima, aveva anche letto il romanzo di Fredric Brown “La statua che urla”. I riferimenti sono palesi, ma non c’è nulla di male a farsi ispirare da un grande scrittore come Brown, specie se poi si crea un’opera tanto originale e innovativa. Il film esce nel 1970 ed esplode il caso Argento. La messa in scena, rarefatta, gelida, influenzata da Sergio Leone e da Antonioni nonché simile, per certi versi, a quella del Conformista di Bertolucci, e le esplosioni di violenza, la follia, l’estrema bravura del regista nel condurre lo spettatore lungo i meandri di un terrore impalpabile, colpiscono il nervo ottico degli spettatori. Ma la vera novità del film sta nell’uso disincantato del plot narrativo, da sempre materia intoccabile del giallo, che in Argento veicola qualcosa d’altro, e che sembra condensare ogni esperienza cinematografica precedente, dall’espressionismo alla nouvelle vague, dai generi nostrani meno tradizionali e più snobbati dalla critica (l’horror di Bava e Ferroni, ad esempio, o lo spaghetti-western) fino alla commedia all’italiana. Sull’onda del successo, Argento nel 1971 gira due film. Il gatto a nove code (che annovera tra i soggettisti una delle figure chiave del nostro cinema di genere, Dardano Sacchetti), è più vicino al poliziesco che al thriller ed è tra i meno amati dallo stesso Argento. Tuttavia resta interessante per la figura dell’enigmista cieco dalle particolari capacità deduttive, per la splendida colonna sonora di Ennio Morricone e per la sequenza dell’omicidio in stazione, atroce, dettagliata, che getta le basi di quello che d’ora in avanti sarà il marchio di fabbrica argentiano. Quattro mosche di velluto grigio comincia con una memorabile sequenza costruita in montaggio alternato. Sequenza che termina con il protagonista, il batterista Roberto Fabiani, che uccide una mosca fastidiosa posatasi su uno dei piatti. Il film è il terzo thriller del periodo giallo di Argento, ma la struttura narrativa è sempre più filtrata dal delirio visivo, onirico. Da questo momento in poi ogni paragone con Hitchcock diverrà improponibile. Perché, come dice lo stesso regista, <Hitchcock è più raffinato, troppo raffinato … io non lesino sugli effetti, lui è scarno, rigoroso.> Utilizzare gli effetti non significa soltanto versare sangue a litri, perché non è ancora il momento, ma giocare a proprio piacimento con il materiale che si ha a disposizione, inserendo ad esempio figure da cinema comico e attori presi in prestito dai generi contigui, come Bud Spencer e Oreste Lionello. Argento è curioso, fagocita ogni cosa per creare le sue vicende e sembra voler diventare il paladino di un modus artistico provocatorio e libertario. Come Hitchcock, però, sceglie quale protagonista una bionda (Mimsy Farmer) e ne fa una schizofrenica assassina traumatizzata da un’infanzia allucinante. Il finale è forse il più bello mai girato da Argento e, anche se in mezzo ci sono Le cinque giornate e la produzione televisiva La porta sul buio (di cui Argento dirige un episodio, Il tram, gioiello di tensione e montaggio che i registi delle fiction odierne dovrebbero studiarsi a memoria), la decapitazione al ralenti prelude all’exploit artistico e commerciale del 1974. Argento spiega così la genesi di Profondo rosso: <Volevo realizzare un thriller un po’ epico, con molto spettacolo (…) grande descrittività, situazioni da raccontare, immagini da legare con la musica.> In effetti, il suo capolavoro è un film che ancora adesso lascia....
(continua su Ghost News 26 e nell'Area Soci GHoST)
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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