home  cinema  narrativa  musica  arte  misteri  articoli  interviste  link  archivioghost  news  forum  album  produzioni  info

TORNA INDIETRO

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

VISIONA...

 

TORNA INDIETRO

SANGUE, LOCANDINE E

PROSSIMAMENTE

 

La prima volta che vidi il film “La montagna del dio cannibale” ero un ragazzino. Credo sia stata questa pellicola a far nascere in me l’amore per il cinema-spazzatura, quello indifendibile, che adesso è di culto (perché estinto) e allora era semplicemente un modo di fare cinema. Un amore che sedimentò nel mio inconscio per rinascere anni dopo. Ricordo ancora la sala, uno di quei cinematografi di provincia dove i film di serie b (allora ancora non sapevo cosa fossero) si gustavano appieno. Non conoscevo il regista, chiaro, a spingermi a vedere il film fu il fascino per l’orrore, che al contempo m’intimoriva non poco, l’esotismo vagamente salgariano del titolo e, soprattutto, la conturbante locandina in cui troneggiava Ursula Andress seminuda. Una locandina promettente. Il film non mi deluse, ricordo che chiusi gli occhi più di una volta, e non mi deluse nemmeno quando lo rividi in videocassetta. “La montagna del dio cannibale” era presentato come un film d’avventura, ma certo era molto diverso da ciò che soltanto qualche anno dopo una tale definizione poteva significare. Con “I predatori dell’arca perduta”, tanto per dire, spartisce soltanto l’ambientazione equatoriale, lussureggiante. D’altra parte, Sergio Martino è stato varie volte un regista sorprendente, alfiere della commistione dei generi (anche perché li ha praticati tutti) e di una libertà creativa spesso sconfinante nell’insensato. Quale altro regista sarebbe capace (avrebbe il coraggio) di girare, negli anni novanta, un film come “La regina degli uomini-pesce”, con la starlette televisiva Ramona Badescu? Ammesso che questo film l’abbia poi girato, perché io non l’ho mai visto e non ho nemmeno mai visto in giro la videocassetta. Ammesso che non sia uno dei tanti film-fantasma, ma se lo fosse, confermerebbe la strana genialità di Martino. “La montagna del dio cannibale” è avventura per adulti. Contiene scene molto violente, ai limiti dello splatter. Non a caso era vietato ai minori di 14 anni. Nel 1978 i divieti avevano ancora un senso. Esisteva, se non sbaglio, anche un divieto per i minori di 16 anni. Oltre a quello per chi non ne aveva ancora compiuti 18. I titoli dei film che appartenevano a questa fascia li scorrevo sui flani dei giornali sempre con una certa attrazione morbosa, mista a senso di colpa e paura, immaginando oscenità, turpitudini a iosa e scene terrificanti oltre ogni limite. D’altronde, se “La montagna del dio cannibale” (v.m. 14 anni) mostrava un antropofago che evirava un uomo, quali vertici d’orrore e di perversione potevano raggiungere film come “Ilsa, la belva delle ss”, che era vietato ai 18, o “Buio omega”? Prima accennavo alla locandina di “La montagna del dio cannibale”. Le locandine dei film di serie b, non solo italiani, degli anni 70 e 80 erano davvero intriganti. Trionfava la manualità dei grandi artisti, e a chi non poteva entrare al cinema restava il piacere di gustarsi la locandina fuori dalla sala (o sul giornale) e le foto di scena. Non potendo vedere “Buio omega”, passavo sempre davanti al cinema, e ogni volta mi fermavo a osservare la locandina e le foto. Sia ben chiaro: probabilmente non sarei entrato nemmeno se avessi potuto. Le foto la dicevano lunga sul contenuto del film di Joe D’Amato, e io non mi sentivo ancora pronto per il gore. Soltanto qualche anno prima, avevo avuto gli incubi per la donna tagliata a pezzi di “Io non vedo, tu non parli, lui non sente” e per il cadavere nel forno di “Piedino il questurino”. Voglio dire, si trattava pur sempre di due film comici. Ma lo shock dell’orrido è ancora più potente quando è inaspettato. Proviamo ad immaginare cosa significherebbe vedere una testa mozzata in un film con Bud Spencer e Terence Hill. Già inquietavano le poche gocce di sangue che colavano in un altro gioiello italiano di quel periodo, “La collina degli stivali”. Sempre a proposito di locandine, nello stesso anno di “La montagna del dio cannibale” uscì “Piraña” di Joe Dante, prodotto da Roger Corman, guru del b-movie. “Piraña” è uno dei più bei film di mostri degli ultimi trent’anni, girato in fretta e furia per sfruttare l’enorme successo dello squalo spielberghiano. Anche la locandina è molto simile. Una fanciulla che nuota a pelo d’acqua, il mostro che giunge dalle profondità. Ma se la locandina de “Lo squalo” è bellissima, quella originale di “Piraña” è magnifica. Nessuna locandina, da quel momento in poi, m’avrebbe fatto provare un’emozione più intensa, l’emozione dell’attesa. Alcune ci sono andate vicino. Quella di “Zombi”, ad esempio (… quando non ci sarà più posto all’inferno, i morti cammineranno sulla Terra …), o di “Alien 2 sulla Terra” (un falso sequel di serie z, diretto da Ciro Ippolito e ingiustamente ignorato) o ancora la locandina del fantasy “La terra dimenticata dal tempo” di Kevin Connor. “Piraña”, al contrario di “Buio omega”, riuscii a vederlo, anche se era vietato ai minori di 14 anni. E mi piacque, mi piacque tantissimo, mi piacque Kevin McCarthy che interpretava il ricercatore, mi piacque il suo laboratorio abitato da strane creature, mi piacque la velocità con cui attaccavano i piraña e il rumore che producevano, mi piacque il fatto che non era troppo sanguinolento, perché altrimenti sarei stato costretto a chiudere gli occhi. Ho sempre avuto una particolare passione per le pellicole sui mostri acquatici. “Piraña”, “Lo squalo” e “Lo squalo 2” di Jeannot Swarcz (che pure è un film discreto e niente più) sono scolpiti nella mia memoria. In tempi recenti, “Lake placid” di Miner e “Blu profondo” di Renny Harlin m’hanno appassionato. Probabilmente uno psicanalista troverebbe interessante questa predilezione per il sangue, le fauci fameliche e l’acqua, così come le sensazioni irripetibili datemi dalla visione delle locandine o dei prossimamente. Già, i prossimamente. Oggigiorno si chiamano trailers. Rappresentano comunque la quintessenza del cinema. Suppongo che, sempre per restare in una dimensione simbolica, i prossimamente stiano al film come i preliminari stanno all’atto sessuale. Ma lasciamo perdere i simboli. Ho sempre pensato che il sangue, in un film dell’orrore, sia un elemento importante. Molti dicono che versare litri di sangue in un film è facile. Non è vero. Registi come Henenlotter (“Brain damage”), Stuart Gordon (“Re-Animator”) e Clive Barker (“Hellraiser”) hanno dimostrato che usare bene il sangue può essere un’arte. E prima di loro lo ha dimostrato un regista come Lucio Fulci, che non ha caso li ha influenzati tutti e tre. Fulci ha raggiunto vertici artistici nel genere truculento, forse perché non dimenticava mai che il disgusto dev’essere sempre accompagnato dal terrore. Era un’artista che prendeva la paura molto sul serio, e infatti trovava abbastanza disdicevoli le variazioni esagerate e comiche come “La casa 2” di Raimi e “Braindead” di Peter Jackson. Lucio Fulci ha diretto un film memorabile come “Paura nella città dei morti viventi”, che non è solo il primo spettacolo gore a cui ho assistito, ma è legato al ricordo di uno dei prossimamente più scioccanti che abbia mai visto. Scioccante quasi quanto quello di “Gatti rossi in un labirinto di vetro”, di un altro regista fondamentale nella storia del cinema del terrore, Umberto Lenzi. Con il tempo, e riflettendo sull’effetto che ebbero su di me quei prossimamente, mi sono reso conto di quanto importante sia il trailer per un film dell’orrore. Almeno quanto lo è un buon uso del sangue. Non ricordo d’aver visto, negli ultimi anni, un prossimamente paragonabile a quello dei film di Fulci e Lenzi. Non mi sembra per la verità che siano usciti horror degni di questo nome. Un buon trailer era quello di “Blair Witch Project”, non a caso un film a basso budget. Se poi il trailer non vende fumo, e il film si rivela all’altezza dei <preliminari>, meglio ancora. Per quel che riguarda “Paura nella città dei morti viventi” (secondo capitolo della trilogia sui living dead, dopo “Zombi 2” e prima di “L’aldilà”) nessun dubbio: si tratta di un gore cupo, soprannaturale, ossessivo, agghiacciante, forse il miglior film truculento della storia del cinema italiano. “Gatti rossi in un labirinto di vetro” (“The silent killer-Eyeball”) è invece un thriller girato in gran parte a Barcellona (trattasi infatti di una coproduzione italo-spagnola) e che nel titolo animalesco sembrerebbe ispirarsi al modello argentiano, tanto in voga nei primi anni settanta. In realtà Lenzi gira in maniera molto personale, che ha ben poco a che spartire con lo stile, d’altronde inimitabile, di Dario Argento. Chiunque abbia visto più d’una volta capolavori come “Kriminal” o “Un posto ideale per uccidere”, “Spasmo” o “Da Corleone a Brooklyn”, “Incubo sulla città contaminata” o “Mangiati vivi!”, sa a cosa mi riferisco. Non tutti i registi di serie b hanno personalità, Lenzi l’ha (quasi) sempre avuta, anche nelle sue opere minori (roba tipo “Un milione di dollari per sette assassini” o “Ghosthouse”). “Gatti rossi in un labirinto di vetro” inizia in maniera splendida e imita Argento soltanto nell’identità dell’assassino, che ovviamente non sveliamo (casomai qualcuno debba ancora vederlo). Il prossimamente di questo film, con la sua teoria di globi oculari femminili estirpati (un’ossessione di Lenzi, evidentemente) e lo spaventoso assassino con l’impermeabile rosso, è il trionfo del terrore, dell’ansia e anche, perché no, del cattivo gusto. Una buona dose di cattivo gusto è un altro elemento indispensabile sia all’horror che ai film di serie b. Soltanto il cinema preconfezionato, depurato, che deve piacere a tutti, è sempre di buon gusto. Lenzi non è mai stato un regista di buon gusto, ha sempre girato  in maniera ruvida, sadica, sporca, maniacale, pornografica. Un altro dei migliori ricordi cinematografici è legato ancora a un prossimamente di un Lenzi <minore>. Era la fine degli anni ottanta. Senza preavviso, nel buio di una sala con pochi spettatori, mi trovai di fronte a un trailer che mi colpì molto. Onestamente non sapevo nulla di quel film. Era un horror, un b-movie (lo si capiva lontano un miglio) diretto da un tal Harry Kirkpatrick. Decisi di andarlo a vedere, e mai decisione fu più azzeccata. Il film s’intitolava “Nightmare beach” e il regista, lo seppi tempo dopo, era Umberto Lenzi, anche se alcune scene pare siano state girate dallo sceneggiatore e effettista Vittorio Rambaldi. Sono passati più di dieci anni, i film di serie b ormai raggiungono solo raramente le sale cinematografiche, Lenzi è inattivo da parecchio tempo e i suoi prossimamente non saltano fuori quando meno te l’aspetti. Le locandine sono meno emozionanti (ma quelle di “Lake placid” e “Blu profondo” erano notevoli, dunque tutto torna) e andare al cinema (quando non escono un “Belfagor” o un “Nonhosonno”) è un po’ meno divertente. 

 

a cura di Roberto Frini

copyright by Roberto Frini

 

A

R

T

I

C

O

L

I

home  cinema  narrativa  musica  arte  misteri  articoli  interviste  link  archivioghost  news  forum  album  produzioni  info