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AMERICAN PSYCHO Patrick Bateman, giovane ed aggressivo agente di borsa newyorchese, trascorre le sue giornate fra saloni di bellezza, riunioni con colleghi da invidiare o dai quali viene invidiato per futili
motivi, serate fra ristoranti e discoteche, nottate di sesso estremo con prostitute d’alto bordo. Il vuoto di un’esistenza costruita esclusivamente sull’importanza dell’avere e dell’apparire mina la sanità mentale del nostro, che lentamente si trasforma in uno spietato serial killer incapace di provare qualsiasi passione. L’unica persona in grado di destare in lui qualche tipo di sentimento, la sua
segretaria, diventa ben presto possibile preda… La degenerazione progressiva rende difficile comprendere quanta parte degli omicidi ed atti violenti sia accaduta realmente e quanta sia stata proiettata esclusivamente nel cervello di Patrick. Giudizio critico: Tratto dal romanzo capolavoro di B. E. Ellis, il film deve per forza operare alcune cesure rispetto al testo di partenza per la violenza estrema di alcuni brani,
perdendo in questo modo l’immediatezza del flusso di coscienza godibile mediante la lettura. Ma questo è l’unico dato negativo dell’opera di Mary Harron che, in un periodo di forte abuso della figura del serial killer, confeziona un prodotto stilisticamente maturo e contenutisticamente assai intrigante. Grazie ad ottime scelte di scenografia e fotografia veniamo scagliati negli effimeri anni ottanta, fatti di
loft ultrafreddi (nello scegliere un’illuminazione di questo tipo Sekula compie un buon lavoro), edonismo reganiano e fiumi di cocaina. La regista, alternando ai momenti di vita “normale” (direi quasi più agghiaccianti dei crimini stessi) gli efferati ed insensati atti di violenza, prende lo spettatore per mano e lo sprofonda in un incubo insolito, dove uccidere un’altra persona è forse l’unico modo per
sentirsi ancora vivi in una metropoli vetrificata e deserta. E’ proprio l’assenza di motivi, l’impossibilità di una spiegazione finale o di una redenzione (“This is not an exit” recita una scritta su una porta al termine del film…) che turba lo spettatore già stremato dall’impatto grafico di alcuni degli omicidi. Grande, enorme rilievo ha la recitazione di Christian Bale, fisico e volto da vero
yuppie, ghigno folle e sguardo che scava dentro lo schermo, in cerca di risposte da parte nostra, risposte che latitano. Il giovane attore recita con il corpo e con le espressioni facciali, mantiene un certo distacco anche nelle situazioni più coinvolgenti e condisce le sue performances con una sottile vena d’ironia che sicuramente non guasta. Ennesima ottima prova di Dafoe, qui nelle vesti di un ispettore di
polizia, funzionale tutto il resto del cast. Da sottolineare infine come la Harron abbia posto molta enfasi nel farci dubitare di tutto quel che vediamo: potrebbe essere solo un gigantesco trip mentale del deviato protagonista, aspetto questo sul quale l’autore del romanzo non riversa grande attenzione. Curiosità, errori e citazioni: Mentre Bateman fa ginnastica a casa, la televisione trasmette The Texas Chainsaw Massacre. Alcuni errori sia per la collocazione
temporale (siamo negli ‘80 ma si vedono televisori ed estratti di film porno di fine anni ‘90) che per microfoni e troupe visibili durante le riprese.
a cura di Elvezio Sciallis
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