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THE BLAIR WITCH PROJECT Un esperimento interessante come dice Bertolucci o una noia mortale come afferma Enrico Ghezzi? Nel dubbio tutti sono andati a vederlo e la pellicola di Sanchez e Myrick costata 22 mila dollari ha polverizzato il record d’incassi in Italia superando nel fine settimana d’apertura il blockbuster Titanic (costato però 140 milioni di dollari). La trama: ricostruzione della scomparsa di tre studenti in un bosco del Maryland mentre giravano un documentario sulla leggenda della strega locale. Che cosa sia loro successo forse neanche le immagini possono spiegarlo. Commento: il film sulla strega di Blair è entrato nella storia del cinema. Opera d’alto profilo concettuale nonché film di genere e blockbuster cinematografico indaga in moltissime direzioni il media-simbolo del ‘900. Non è un documentario, eppure ne contiene le caratteristiche, compreso il fatto che per buona parte del film gli attori non recitano. È un film di genere (l’horror) senza averne né le caratteristiche né i cliché. Oltretutto non “si vede” nulla. Proprio niente, con intere sequenze notturne annegate nel buio più fitto. L’assenza della luce, mentre gli attori soffrono di paura sullo schermo spinge lo spettatore ad andare più a fondo. Più a fondo, dietro lo schermo, annullando le distanze tra loro (gli attori) e noi (gli spettatori). Non c’è troupe, non c’è scenografia, non c’è astrazione. Tutto si muove sul piano del reale. Del reale immaginato, forse, ma pur sempre del reale. Spingendo fino al limite l’estetica del film povero i due registi esordienti confezionano una pellicola da mal di mare, sfregiata, sporca all’inverosimile dove per la maggior parte del tempo “non si capisce nulla”. Chi sta girando? Dove siamo? E si finisce inghiottiti ancor di più nel gorgo di questo piccolo meta-horror. Pellicola limite da tutti i punti di vista, che forza la mano allo spettatore trasmettendogli sottili angosce ed anche pellicola limite nel budget ridicolo, nei ricavi miliardari, nel battage di riflesso. Operazione extra filmica anche nel lancio su Internet, avvenuto prima che i registi trovassero un distributore, che ha coinvolto migliaia di navigatori a giocare al gioco della paura (e sul sito sono presenti molti spezzoni inediti, interviste alle forze dell’ordine, ai genitori dei ragazzi scomparsi, ecc.). Perché parafrasando X-files, “I want to believe” (io voglio credere), che tutto sia veramente successo, voglio emozionarmi per qualche cosa. Opera sperimentale e d’avanguardia, insomma, che ci dice qualcosa sulle moderne tecnologie e sulle loro possibilità. Ma anche un’opera che racconta qualcosa sul nostro essere umani, sulle nostre paure e sui nostri limiti. Ed infine un’opera rivoluzionaria, che invita a diventare filmakers, a prendere in mano una videocamera, a girare. Un’opera che grida: il cinema non è morto, è nostro, riprendiamocelo.
a cura di Dario Morgante recensione estratta da Pianeta Cinema Per contatti: d.morgante@flashnet.it Pianeta-Press: http://www.pianeta.it/pianetapress
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