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CRASH Argomento centrale il piacere perverso e morboso di un giovane pubblicitario scoperto per caso dopo un incidente d'auto. Trae piacere dagli incidenti stradali a tal punto che anche la morte diventa il culmine del desiderio sessuale. Personaggio chiave è Vaughan che ricostruisce dal vivo incidenti in cui sono state coinvolte persone famose e in grado di spingere tutti in questo gioco autodistruttivo. "Seppelliscono i morti così in fretta. Dovrebbero lasciarli in giro per mesi" (Catherine Ballard/ DeborahUnger). La fantascienza che ci aspetta è plumbea, minacciosa, ambigua. Fantascienza come luogo della mente. E del corpo. Corpi intravisti e spezzati dal metallo delle lamiere e dai finestrini a chiusura automatica. Eros e Thanatos, meccanica perversa.Il corpo eburneo e algido di Deborah Unger e l'impenetrabile Holly Hunter, le protesi lolitesche di Rosanna Arquette, e infine James Spader, un disorientato e perverso Michael J. Fox alle soglie del nuovo millennio... qualsiasi futuro è qui, nel vapore che si dirada leggero dalla carcassa cromata di un'automobile. Sono lividi, spettrali, assenti, i luoghi della carne. Sono l'hangar plumbeo dell'aeroporto, le infinite corsie di un ospedale semivuoto e le arterie congestionate dal traffico in cui le macchine si snodano lente. Sono paesaggi spersonalizzati, zone di passaggio sospese tra vita e morte in un limbo asettico, indolore, forse in attesa che l'energia si liberi, quella del doloroso cozzare della materia, dei corpi, delle lamiere. Quella
che lascia i segni. In un'epoca in cui tutto è già visto e prevedibile, la
morte violenta attrae perché sottrae alla prevedibilità e avvicina al mito. "Non ti preoccupare, quel tizio ci vedrà senz'altro" sono le ultime parole di James Dean che Vaughan (Elias Koteas) ripete, mentre simula il suo incidente mortale "...non ti preoccupare, quel tizio ci vedrà senz'altro...". Cronenberg mette in scena gli sguardi. Quello clinico della dottoressa Remington e quello da artista dello scrittore/regista James Ballard sono i modi di guardare alla realtà mutata e mutante della pelle che si adatta alla lamiera, dell'organico che si annienta e ferisce, della tecnologia che ingloba. Non c'è più purezza. In "2001" di Kubrick l'uomo convive con la macchina, cerca di difendersene, la disattiva, prova a sfuggirne. In "Crash" essi non sono più avversari, ma si contaminano e si compenetrano in un unico corpo mutante. Anche gli sguardi si rincorrono: non è più l'uomo che guida guardando fuori dall'auto, ma l'auto che osserva l'uomo dal di dentro e lo seduce. Qui
la seduzione è una questione di sguardi. Resta quello dello spettatore,
colpevole voyeur che si disgusta ma non può smettere di guardare. E non a pochi
è capitato di farlo, attraversando il luogo di un incidente.
a cura di Cristiana Astori
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