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LA CASA 3 Prologo. In una villa solitaria vivono una coppia di anziani coniugi e la loro piccola, strana figlia, di nome Henrietta. Una sera il padre, Sam Baker, scopre la bambina con in mano un
coltello insanguinato e la punisce segregandola nella soffitta. La bimba, sola nel buio, abbraccia un grande pupazzo-clown dall’espressione inquietante, mentre si ode riecheggiare una cantilena infantile. Più tardi, i genitori vengono massacrati da una presenza misteriosa che prima con una pesante ascia spacca il cranio dell’uomo, poi trafigge il collo della moglie. Il sangue cola sul pavimento. Scena clou: lo
specchio che si deforma e infine esplode. Vent’anni dopo. Un giovane radio-amatore, Paul, capta una richiesta d’aiuto e delle grida allucinanti. Insieme alla fidanzata Martha si reca nel luogo da cui proviene il segnale, vale a dire la villa. Durante il tragitto danno un passaggio
ad un ragazzo di colore, Pepe. Arrivati, s’imbattono in uno strano vagabondo che spaventa Marta sopraggiungendo silenziosamente e che chiede bruscamente cosa ci fanno lì. La villa si rivela abbandonata. I due, nella soffitta, trovano il baracchino di un radio-amatore e scoprono che appartiene al giovane Jim che, insieme a Mark, alla sorella di questi, Tina, e alla fidanzata Susan, si è fermato alla villa con il
camper. Riascoltando il nastro, si rendono conto che la voce che chiede aiuto appartiene proprio a Jim, ma lui sostiene di non saperne nulla, e che non può aver usato la radio dal momento che non ha ancora installato l'antenna sul tetto. Quella notte decidono di fare un esperimento, di sintonizzare la radio per captare ancora il messaggio. Intanto Marta si reca nella cantina e viene spaventata dall’esplosione di
alcuni vasi e da una testa mostruosa che gira in una lavatrice. Più tardi, mentre Paul, Mark e gli altri attendono che succeda qualcosa, il fantasma di Henrietta (con il solito pupazzo-clown tra le braccia) appare a Tina nel televisore del camper, con il viso striato di sangue; il camper comincia a sobbalzare, la ragazzina fugge urlando. Nella cantina, Jim assiste ad uno strano fenomeno: un ventilatore funziona
nonostante la spina non sia inserita nella presa; in un angolo poi vede apparire Henrietta; una delle pale del ventilatore si stacca e trancia la gola di Jim, uccidendolo. Mark, cercando Jim, ode le urla di Tina, aggredita dal folle vagabondo Valkos. Accorre e s’impegna in una lotta con Valkos che però, armato di forcone, sta per avere la meglio. Sopraggiungono Marta e Paul, questi riesce a mettere fuori
combattimento Valkos. Ma il folle, poco dopo, fugge. Mentre gli altri portano Mark in ospedale e avvertono la polizia, Marta perlustra la villa e giunge nella cameretta di Henrietta, dove ode la cantilena e trova il pupazzo che l’aggredisce, mentre una forza soprannaturale scatena il finimondo nella stanza. Marta riesce a liberarsi del pupazzo. Quando Paul torna, trova Marta in preda ad una crisi di pianto. Il
tenente di polizia ritiene che ad uccidere Jim sia stato Valkos, e spiega ai ragazzi cosa successe nel 1967 in quella villa: i due coniugi uccisi, la bimba trovata morta nella cantina. Paul decide d'indagare, e torna a Boston insieme a Marta. Studia la cantilena al computer e compare la parola burial. Scopre che Sam Baker aveva un’impresa di pompe funebri. L’attuale proprietario, allora assistente di Baker, gli
rivela che l’uomo aveva il vizio di rubare oggetti ai defunti e che pochi giorni prima di morire aveva sottratto un pupazzo ad una salma, sostenendo che sarebbe piaciuto ad Henrietta. Intanto, nella villa, Mark, Susan e Tina stanno per partire, ma il camper non funziona. Tina viene spaventata dall’improvviso arrivo di Pepe, che decide di trascorrere la notte nella villa. L’impresario delle pompe funebri viene
ucciso da Valkos, che lo accusa di essere complice dei ragazzi e sacrilego come loro. Tina resta uccisa da una lama appesa al soffitto della cantina, che la trancia in due. Susan scopre che dai rubinetti esce sangue e trova Pepe morto. Martha comunica con la villa attraverso la radio, trova Mark e gli dice che devono andarsene ma è lei ad essere aggredita da Valkos e a fuggire nel cimitero, dove Paul sta parlando
con il guardiano. Mark precipita nelle fondamenta della villa, in un liquido bianco ribollente e infestato da cadaveri putrefatti; riesce a risalire ma viene ucciso da Susan, che lo scambia per un mostro. Paul cerca Martha e trova Valkos impiccato. Infine brucia il cadavere di Henrietta, proprio mentre Susan sta per essere agguantata da un cadavere brulicante di vermi. La maledizione ha fine. Almeno così sembra. In
realtà, tempo dopo, Martha vede il pupazzo in una vetrina, e assiste all’investimento di Paul da parte di un autobus. “Ghosthouse-La casa 3” è un classico horror italiano della fine degli anni Ottanta, prodotto con un budget piuttosto basso (sia ben chiaro: in Italia, tranne che per Dario Argento, non sono mai state spese cifre colossali per il cinema fantastico), con attori praticamente sconosciuti (fanno eccezione Lara Wendel e Mary Sellers, scream-queens dalla carriera breve ma intensa) e in alcuni casi penosi, ambientazione americana e una confezione da ormai siamo alla frutta. Nel senso che un’epoca stava finendo (nonostante i sussulti di Bava e Soavi) e i registi per primi se ne rendevano conto (o forse no?). A parte questo, “Ghosthouse” è tutt’altro che da buttare via. La follia è un tema che Lenzi ha trattato spesso, la follia dell’uomo singolo (“Spasmo”, “Gatti rossi in un labirinto di vetro”, “Mangiati vivi”) o dell’umanità (“Incubo sulla città contaminata”). In questo caso, la follia di un atto sacrilego scatena una maledizione e una catena di terrificanti omicidi. Pur essendo costruito su un buon soggetto, è chiaro che “Ghosthouse” attrae più per lo stile crudele di Lenzi, per i suoi deliri visionari, piuttosto che per la vicenda piuttosto confusa. Le idee affascinanti non mancano: gli specchi che si deformano ed esplodono, l’atroce morte di Tina, le fondamenta putrescenti della villa, l’uccisione di Mark da parte di Susan, la ragnatela con i cadaveri sanguinolenti dei topi, la testa nella lavatrice. E anche il finale, con il primo piano di Martha che urla, non è male. La tensione, considerato che si tratta di un b-movie da viale del tramonto, è creata con mestiere (per chi non è avvezzo al genere, può bastare) e, pur essendo “Ghosthouse” infarcito di spunti presi da altri film (“Evil Dead”, “Poltergeist”, “Inferno”), non si ha mai la spiacevole sensazione di assistere ad un puzzle di citazioni affastellate senza costrutto. Lenzi dirige come deve fare un artigiano con una carriera trentennale alle spalle, senza lasciarsi fuorviare da tentazioni meta-linguistiche (com'era successo all'ultimo Fulci). Il suo “Ghosthouse”, insomma, è un film dell’orrore, bello o brutto, dignitoso o meno, ma un film dell’orrore: non un manuale auto-analitico ad uso e consumo dei cinefili amanti del trash.
a cura di Roberto Frini
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