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SCHEDA TECNICA

 

Titolo:

Demonia
 

Regia:

Lucio Fulci

 

Soggetto e Sceneggiatura:

Lucio Fulci

Piero Regnoli

 

Fotografia:

Luis Ciccarese

 

Montaggio:

Otello Colangeli

 

Musica:

Giovanni Cristiani

 

Costumi:

Massimo Bolongaro

 

Trucco:

Franco Giannini

 

Aiuto regista:

Camilla Fulci

 

Produzione:

B.S.C. International

Rome-Lanterna

Editrice Rome

 

Personaggi e interpreti:

Rutger Hauer (Detective Stone)

Kim Cattral (Michelle)

Michael J. Pollard (il cacciaratti)

Alun Armstrong (Thrasher)

Pete Postlethwaite (Paulsen)

 

Origine:

Italia-1990

 

Durata:

1h e 26' - colore

 

Casa di distribuzione:

Playtime

Eden Club

 

Voto:

8

 

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DEMONIA


Nel 1992 il periodo della decadenza creativa del regista più sanguigno (in tutti i sensi) del cinema italiano pareva giunta a un punto di non ritorno. Dopo il buon risultato ottenuto con “Aenigma” nel 1986, e fatta eccezione per il discreto tv-movie “La casa nel tempo” (realizzato per Reteitalia e mai trasmesso, un brutto colpo), tra “Un gatto nel cervello” e “Sodoma’s ghost”, “Il miele del diavolo” e “Voci dal profondo”, “Quando Alice ruppe lo specchio” e “Zombi 3” (che non sarebbe stato neanche male, ma che il regista molla a metà riprese, portate a termine dal più accomodante Bruno Mattei), Fulci non azzecca più un film, anche per colpa dei budget ristrettissimi con i quali si trova a dover lavorare e dello scarso talento degli sceneggiatori (con tutto il rispetto, Daniele <Turbo> Stroppa non è Dardano Sacchetti). Difficile salvare qualcosa in film del genere, se non il solito <divertimento> provocato dai consueti eccessi gore. Eppure “Demonia”, che conclude la serie, è senza dubbio il più riuscito e il più ispirato e Fulci sembra ritrovare almeno in parte la vena dei suoi capolavori. Una giovane archeologa si trasferisce nella Valle dei Templi, in Sicilia, per studiare le influenze della cultura greca. Già prima di partire, però, durante una seduta spiritica, turbata da una visione, sviene. Giunta nel luogo di scavo, scopre che gli abitanti hanno qualcosa da nascondere e che in un monastero vicino, nel Medioevo, quattro suore e la madre superiora furono crocifisse. La ragazza visita il monastero, vede i cadaveri mummificati e ha delle allucinazioni in cui rievoca il terribile fatto. Intanto un archeologo subacqueo viene ucciso con una fiocina dal fantasma nudo di una donna. Altri omicidi si susseguono, tra le quali quello di una donna del luogo, che racconta alla ragazza ciò che accadde, e che viene massacrata dai suoi gatti. L’ispettore Carter (interpretato dallo stesso Fulci) indaga insieme al suo assistente, ma non arriveranno a scoprire granché; responsabile delle morti è proprio l’archeologa, invasa dallo spirito della madre superiora. I poliziotti sono figure abbastanza inutili e poco interessante risulta anche il personaggio del professore, che ha il volto d’un attore molto amato dal regista, quel Brett Halsey già interprete di vari film di Freda. Spicca invece il bel viso della sconosciuta Meg Register, sui cui occhi Fulci zooma spesso e volentieri e che resta attonita per l’intera vicenda quasi come l’insuperabile Janet Agren. D’altronde è bionda come lei e, si sa, Fulci aveva una passione per le donne e in particolare per le bionde. Come confermerà in un’intervista: <<Hitchcock aveva detto: non avrei mai girato tanti dei miei film se ogni volta non avessi avuto una bionda in pericolo! (…) E io pure ingaggio donne bionde.>> . I momenti migliori di “Demonia” sono appunto le deambulazioni diurne e notturne della Register fuori e dentro il monastero, elogio della lentezza di un regista sempre più arroccato nelle sue convinzioni, e ovviamente i momenti splatter, non particolarmente esagerati ma riusciti. L’omicidio del macellaio, tramortito dai quarti di bue nella cella frigorifera, sgozzato con un uncino e lasciato congelare con la lingua inchiodata a un tavolo. O lo morte, atroce, di un giovane archeologo: effetto speciale quasi miracoloso, considerati i pochi soldi a disposizione, e dimostrazione di come i cineasti italiani siano bravissimi nell’arte d’arrangiarsi. “Demonia” è quasi il testamento di Fulci, regista emarginato e per questo oltremodo incattivito e cinico, ma qui ancora capace di dirigere un film senza farsi prendere la mano dal suo nichilismo anti-borghese, che lo spingeva spesso oltre i limiti. Come la sua cattiveria nei confronti dei bambini. Due scene del film restano infatti nella memoria: quella del bambino che inciampa nella corda e per questo causa lo squartamento del padre (e lo vedremo poi lordo di sangue) e la lunga inquadratura del neonato arso vivo. Si può sghignazzare, ammirare il coraggio o rimanere disgustati. Ma si capirà meglio il tutto se s’accetterà l’idea cinematografica che il regista aveva maturato dai tempi de “L’aldilà”: filmare un susseguirsi di orrori assoluti e agghiaccianti, senza un senso logico, quasi come nel Teatro della Crudeltà di Artaud, folle poeta visionario che Fulci tanto ammirava.

 

a cura di Roberto Frini

(copyright by Roberto Frini)

 

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