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VISIONA...

SCHEDA TECNICA

 

Titolo:

Fantasmi da Marte

(Ghosts of Mars)
 

Regia:

John Carpenter

 

Soggetto e sceneggiatura:

Larry Sulkis

John Carpenter

 

Fotografia:

Gary B. Kibbe

 

Montaggio:

Paul Warshilka

 

Scenografia:

William Elliot

 

Costumi:

Robin Michel Bush

 

Musica:

John Carpenter

Anthrax

 

Produzione:

Sandy King

 

Personaggi e interpreti:

Ice Cube (James Williams)

Natasha Henstridge (Melanie)

Jason Statham (Jerico Butler)

Pam Grier (Helena Braddock)

Joanna Cassidy (Arlene)

 

Origine:

Usa-2001

 

Durata:

1h e 38' - colore

 

Casa di distribuzione:

Columbia

  

Voto:

9

 


FANTASMI DA MARTE


In un futuro non tanto prossimo Marte è stata finalmente colonizzata, sebbene il processo di terraformazione non sia ancora completo. Un moderno matriarcato comanda un pianeta di miniere e laboratori di ricerca, piccoli avamposti di frontiera collegati da rari treni. Il poliziotto Melaine Ballare e la sua squadra sono inviati in una di queste basi a prendere in custodia un noto criminale locale, tale Desolation Williams, responsabile di aver ucciso sei persone ed averne straziato i cadaveri. All’arrivo nell’avamposto i nostri troveranno una città fantasma e scopriranno di doversi alleare con l’assassino e la sua banda per sopravvivere e tornare alla civiltà. Dalle profondità del pianeta, liberati da recenti scavi, emergono gli spiriti degli antichi abitanti di Marte, capaci di possedere psichicamente i corpi umani e trasformarli in malsane creature violentissime ed inclini alla guerra. L’esistenza stessa di tutti gli insediamenti  è ora messa a repentaglio…

   

Giudizio critico: Si è molto discusso sugli (evidenti?) debiti di Carpenter nei riguardi del genere western e, più specificatamente, nei confronti di Rio Bravo, Un dollaro d’onore o Quel treno per Yuma, ma riteniamo la questione accademica e priva di interesse. Certo, gran parte della sua ultima pellicola echeggia Assault on Precint 13 che, a sua volta, era una sorta di remake impasto delle opere citate, ma i toni e il concetto centrale del film sembrano molto distanti dall’archetipo western. Regista più di ogni altro a corrente alternata e, proprio per questo, ancora più lucidamente anarchico, Carpenter riesce finalmente ad uscire da un lungo tunnel buio durato tre film con una produzione di forte impatto visivo e dalle evidenti letture sociopolitiche. I fantasmi di Marte possono rappresentare una parafrasi dei pellirossa sterminati dagli americani, o di qualsiasi popolazione indigena estintasi a contatto con la civiltà, ed è altresì degno di attenzione, sebbene non approfondito, il tema della società matriarcale e dei rapporti fra i sessi in una tale struttura. Carpenter osa alcune finezze tecniche, come raramente gli è capitato di fare negli ultimi anni, e certe dissolvenze a tenda, l’uso ripetuto dei flashback, alcune sperimentazioni con il digitale rendono ancora più interessante la pellicola. Nonostante qualche concessione alle nuove tecnologie il nostro continua a perseguire la strada dell’artigianato, intrappola Marte in una visione realista al limite dello squallore, scevra di raggi laser ed astronavi scintillanti, densa invece di polvere, deserti e stazioni ferroviarie abbandonate. Tutti presi dai paragoni con Howard Hawks i critici nostrani sembrano quasi dimenticare la lezione che emerge: Carpenter, nonostante le sue dichiarazioni e probabilmente contro il suo stesso volere, è un regista di horror movie e i momenti più intensi sono quelli che ricadono dentro questo genere. Le stanze con i corpi massacrati e le strane sculture che pendono dal soffitto, l’altopiano con le teste impalate e le scarnificazioni sui volti degli indemoniati, l’assedio dei  marziani con il loro ferocissimo leader… Siamo dalle parti dei film di Romero, forse con maggior passione e minore parafrasi sociologica, e quella nebbia rossa che pervade e contamina gli esseri umani non può far altro che ricordare altri tipi di gas ed emanazioni che rendono zombie gli sventurati personaggi de La notte dei morti viventi, così come analoghi sono gli assedi dei mostri e la disperata lotta degli umani. Paradossalmente, sono proprio le scene più facilmente riconducibili al western che sembrano perdere efficacia: le sparatorie e gli scontri sono condotti con mano incerta e impacciata, con orde di creature che aspettano pazientemente di battersi in fila indiana contro gli eroi e le frasi messe in bocca ai personaggi suonano false e di maniera. Carpenter , grande ammiratore del cinema di Hong Kong in tempi non sospetti, sembra non rendersi conto che l’apporto di registi quali Woo, Tarantino, Wachowski bros. o Raimi ha dettato nuovi ed imprescindibili canoni cinetici per scene di questo tipo, non tanto per le posizioni della telecamera o i modi di ripresa quanto piuttosto nella dirigere gli attori, meglio ancora i loro corpi. Inevitabilmente superato (anzi, cocciutamente sordo e cieco al cinema-videogame, del quale non si vogliono mai recepire i lati positivi), il regista di The Thing propone inquadrature poco incisive, lasciando gli attori ad improvvisare con risultati legnosi e statici. In generale risulta inefficace la recitazione dell’intero cast, senza voler far torto a nessuno in particolare, sebbene sia davvero inspiegabile la scelta della Henstridge (un cedimento dell’autarchico Carpenter verso la lectio delle major che prescrivono almeno una bonazza per film?) e totalmente fuori ruolo il buon Ice Cube, che vorrebbe probabilmente ripescare la figura del cow boy cupo, rassegnato, ma uomo (ed umano) fino in fondo. Ice Cube non riesce ad incarnare questo stereotipo, limitandosi a far vagare il suo grasso corpicino in giro per il set, con una perenne espressione da cane bastonato. Eppure, nonostante i dialoghi da fotoromanzo e la narrazione eccessivamente confusa, Ghost of Mars rimane un’opera buona, una delle migliori prove di Carpenter, ricca di visioni suggestive proprio per la loro natura cruda ed artigianale, equilibrata fra le evidenti suggestioni steampunk (i treni, i quadri di comando ed i macchinari in genere…) con un insolito sottinteso sessuale garantito dalla presenza di un gruppo assortito di maschi e femmine in tenuta di pelle e cuoio simil sado-maso. Il digitale viene usato dal regista per cercare di rendere una sensazione di straniamento (quando gli spiriti marziani guardano noi) e bisogna ammettere che l’esperimento è ottimamente riuscito. Finale, come spesso accade per questo autore fuori dalle pastoie hollywoodiane, apocalittico ed ironico nello stesso tempo e con una morale di fondo assai interessante: in tempi duri e difficili, una delle vie migliori per sopravvivere all’omologazione (l’invasamento da parte degli alieni) sembra essere l’assunzione di un qualche tipo di sostanza stupefacente (le pasticche che inghiotte Ballard), fatto che può essere inteso nel suo senso più diretto o metaforizzato (droga = cinema), fate voi. Recentemente, nella storia della celluloide, un altro personaggio ha dovuto inghiottire una pillola (e poteva scegliere, se rossa o blu) per vincere le pastoie di una realtà virtuale che lo vincolava ed imprigionava… Sarà un caso?

  

Curiosità, errori e citazioni: Il film è stato girato nei pressi di una cava di gesso alla periferia di Albuquerque, Nuovo Messico, ma siccome il terreno si presentava bianco occorreva trattarlo ogni giorno con speciali coloranti rossi per alimenti, non nocivi. Prima di iniziare le riprese si dice che il regista abbia preteso una preghiera propiziatoria dallo sciamano di una vecchia tribù indiana dei dintorni. Colonna sonora dello stesso Carpenter, in questa occasione coadiuvato dalla metal band Anthrax, fan dichiarati del regista.

 

a cura di Elvezio Sciallis

 

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