|
|
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |
|
FANTASMI DA MARTE In un futuro non tanto prossimo Marte è stata finalmente colonizzata, sebbene
il processo di terraformazione non sia ancora completo. Un moderno matriarcato
comanda un pianeta di miniere e laboratori di ricerca, piccoli avamposti di
frontiera collegati da rari treni. Il poliziotto Melaine Ballare e la sua
squadra sono inviati in una di queste basi a prendere in custodia un noto
criminale locale, tale Desolation Williams, responsabile di aver ucciso sei
persone ed averne straziato i cadaveri. All’arrivo nell’avamposto i nostri
troveranno una città fantasma e scopriranno di doversi alleare con
l’assassino e la sua banda per sopravvivere e tornare alla civiltà. Dalle
profondità del pianeta, liberati da recenti scavi, emergono gli spiriti degli
antichi abitanti di Marte, capaci di possedere psichicamente i corpi umani e
trasformarli in malsane creature violentissime ed inclini alla guerra.
L’esistenza stessa di tutti gli insediamenti è ora messa a repentaglio… Giudizio
critico: Si è molto
discusso sugli (evidenti?) debiti di Carpenter nei riguardi del genere western
e, più specificatamente, nei confronti di Rio Bravo, Un dollaro d’onore o
Quel treno per Yuma, ma riteniamo la questione accademica e priva di
interesse. Certo, gran parte della sua ultima pellicola echeggia Assault on
Precint 13 che, a sua volta, era una sorta di remake impasto delle opere
citate, ma i toni e il concetto centrale del film sembrano molto distanti
dall’archetipo western. Regista più di ogni altro a corrente alternata e,
proprio per questo, ancora più lucidamente anarchico, Carpenter riesce
finalmente ad uscire da un lungo tunnel buio durato tre film con una produzione
di forte impatto visivo e dalle evidenti letture sociopolitiche. I fantasmi di
Marte possono rappresentare una parafrasi dei pellirossa sterminati dagli
americani, o di qualsiasi popolazione indigena estintasi a contatto con la
civiltà, ed è altresì degno di attenzione, sebbene non approfondito, il tema
della società matriarcale e dei rapporti fra i sessi in una tale struttura.
Carpenter osa alcune finezze tecniche, come raramente gli è capitato di fare
negli ultimi anni, e certe dissolvenze a tenda, l’uso ripetuto dei flashback,
alcune sperimentazioni con il digitale rendono ancora più interessante la
pellicola. Nonostante qualche concessione alle nuove tecnologie il nostro
continua a perseguire la strada dell’artigianato, intrappola Marte in una
visione realista al limite dello squallore, scevra di raggi laser ed astronavi
scintillanti, densa invece di polvere, deserti e stazioni ferroviarie
abbandonate. Tutti presi dai paragoni con Howard Hawks i critici nostrani
sembrano quasi dimenticare la lezione che emerge: Carpenter, nonostante le sue
dichiarazioni e probabilmente contro il suo stesso volere, è un regista di
horror movie e i momenti più intensi sono quelli che ricadono dentro questo
genere. Le stanze con i corpi massacrati e le strane sculture che pendono dal
soffitto, l’altopiano con le teste impalate e le scarnificazioni sui volti
degli indemoniati, l’assedio dei marziani
con il loro ferocissimo leader… Siamo dalle parti dei film di Romero, forse
con maggior passione e minore parafrasi sociologica, e quella nebbia rossa che
pervade e contamina gli esseri umani non può far altro che ricordare altri tipi
di gas ed emanazioni che rendono zombie gli sventurati personaggi de La notte
dei morti viventi, così come analoghi sono gli assedi dei mostri e la
disperata lotta degli umani. Paradossalmente, sono proprio le scene più
facilmente riconducibili al western che sembrano perdere efficacia: le
sparatorie e gli scontri sono condotti con mano incerta e impacciata, con orde
di creature che aspettano pazientemente di battersi in fila indiana contro gli
eroi e le frasi messe in bocca ai personaggi suonano false e di maniera.
Carpenter , grande ammiratore del cinema di Hong Kong in tempi non sospetti,
sembra non rendersi conto che l’apporto di registi quali Woo, Tarantino,
Wachowski bros. o Raimi ha dettato nuovi ed imprescindibili canoni cinetici per
scene di questo tipo, non tanto per le posizioni della telecamera o i modi di
ripresa quanto piuttosto nella dirigere gli attori, meglio ancora i loro corpi.
Inevitabilmente superato (anzi, cocciutamente sordo e cieco al cinema-videogame,
del quale non si vogliono mai recepire i lati positivi), il regista di The
Thing propone inquadrature poco incisive, lasciando gli attori ad
improvvisare con risultati legnosi e statici. In generale risulta inefficace la
recitazione dell’intero cast, senza voler far torto a nessuno in particolare,
sebbene sia davvero inspiegabile la scelta della Henstridge (un cedimento
dell’autarchico Carpenter verso la lectio delle major che prescrivono almeno
una bonazza per film?) e totalmente fuori ruolo il buon Ice Cube, che vorrebbe
probabilmente ripescare la figura del cow boy cupo, rassegnato, ma uomo (ed
umano) fino in fondo. Ice Cube non riesce ad incarnare questo stereotipo,
limitandosi a far vagare il suo grasso corpicino in giro per il set, con una
perenne espressione da cane bastonato. Eppure, nonostante i dialoghi da
fotoromanzo e la narrazione eccessivamente confusa, Ghost of Mars rimane
un’opera buona, una delle migliori prove di Carpenter, ricca di visioni
suggestive proprio per la loro natura cruda ed artigianale, equilibrata fra le
evidenti suggestioni steampunk (i treni, i quadri di comando ed i macchinari in
genere…) con un insolito sottinteso sessuale garantito dalla presenza di un
gruppo assortito di maschi e femmine in tenuta di pelle e cuoio simil sado-maso.
Il digitale viene usato dal regista per cercare di rendere una sensazione di
straniamento (quando gli spiriti marziani guardano noi) e bisogna ammettere che
l’esperimento è ottimamente riuscito. Finale, come spesso accade per questo
autore fuori dalle pastoie hollywoodiane, apocalittico ed ironico nello stesso
tempo e con una morale di fondo assai interessante: in tempi duri e difficili,
una delle vie migliori per sopravvivere all’omologazione (l’invasamento da
parte degli alieni) sembra essere l’assunzione di un qualche tipo di sostanza
stupefacente (le pasticche che inghiotte Ballard), fatto che può essere inteso
nel suo senso più diretto o metaforizzato (droga = cinema), fate voi.
Recentemente, nella storia della celluloide, un altro personaggio ha dovuto
inghiottire una pillola (e poteva scegliere, se rossa o blu) per vincere le
pastoie di una realtà virtuale che lo vincolava ed imprigionava… Sarà un
caso? Curiosità, errori e citazioni: Il film è stato girato nei pressi di una cava di gesso alla periferia di Albuquerque, Nuovo Messico, ma siccome il terreno si presentava bianco occorreva trattarlo ogni giorno con speciali coloranti rossi per alimenti, non nocivi. Prima di iniziare le riprese si dice che il regista abbia preteso una preghiera propiziatoria dallo sciamano di una vecchia tribù indiana dei dintorni. Colonna sonora dello stesso Carpenter, in questa occasione coadiuvato dalla metal band Anthrax, fan dichiarati del regista. a cura di Elvezio Sciallis
|
C I N E M A |
|
home cinema narrativa musica arte misteri articoli interviste link archivioghost news forum album produzioni info |