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FOG "Dietro
la nebbia, la paura". Questa la frase di lancio di un piccolo film
dell’orrore, diretto da un John Carpenter che non era ancora considerato un
maestro del genere, nonostante avesse già diretto un capolavoro (“Distretto
13”), due ottimi film (“Dark star” e “Halloween”) e un pregevole
thriller per la televisione (“Pericolo in agguato”). 1980. Altri tempi.
Trionfavano gli slasher movie, l’iperrealismo situazionista di Tobe Hooper e
Wes Craven, l’horror organico di Cronenberg, gli incontri ravvicinati.
Carpenter volle staccarsi dallo stile dell’epoca e da Michael Myers, che
rischiava d’ingabbiarlo, recuperando la paura vera, le atmosfere anni 50 e le
storie di fantasmi (ma anche l’assassino protagonista de “La notte delle
streghe” era un fantasma, o quasi). In un’intervista a l’écran
fantastique del 1981, Fulci dirà: <Ci servirebbe (in Italia)
una produzione di 30 film fantastici all’anno per vedere apparire un giovane
genio come John Carpenter.> In effetti Fulci fu sicuramente influenzato da
“Fog”, dalle splendide riprese della cittadina silente, dal sovrannaturale,
dal misticismo, quando poi girò l’ultra-gore e terrificante “Paura nella
città dei morti viventi”. <Tenete d’occhio il mare stanotte,> dice
l’intrattenitrice radiofonica Adrienne Barbeau, che trasmette da un faro. In
effetti al seguito di squali, piovre e affini, dall’oceano giungono stavolta
gli spiriti vendicatori di una colonia di lebbrosi, sterminati a causa di un
prezioso carico d’oro e che dopo cent’anni tornano e, muovendosi in
un’avvolgente coltre di nebbia, uccidono a colpi d’uncino gli abitanti di
Antonio Bay. A parte la bellezza e l’intelligenza della storia, degna di una
novella classica (e infatti la vicenda è raccontata da un vecchio marinaio a un
gruppo di ragazzini, in riva al mare), del film colpì soprattutto lo stile di
Carpenter, le sue inquadrature così speciali, così splendidamente panoramiche,
capaci di fissare la suspense come
pochi altri, di rendere espressivi i silenzi e i rumori e i paesaggi, tanto da
far sentire davvero la presenza della nebbia come una minaccia incombente. Nel
cinema niente nasce per caso, tutto deriva da tutto. Carpenter amava i western e
Howard Hawks e ha diretto dei bellissimi film dell’orrore, continuando fino ad
oggi (tra alti e bassi, per la verità, passando attraverso King, le leggende
cinesi, gli incontri con extraterrestri, l’uomo invisibile, la follia, il
sottovalutato remake di un classico della science-fiction, un sequel fiacco e
persino i vampiri in salsa noir e tarantiniana) con ammirevole e anacronistica
coerenza. Perché il cinema, dagli esordi di Carpenter, è mutato in maniera
esponenziale e il mondo pure. Il tema centrale dei suoi film (l’uomo dinanzi
al Male) è e sarà sempre d’attualità, ma certe rudezze sin troppo manichee
rischiano di far apparire i nuovi film dei video-game stilisticamente splendidi
(“Fantasmi da Marte”) ma, nella sostanza, innocui. Vanificando tutto ciò
che di buono Carpenter ha fatto negli anni 70 e 80, a cominciare proprio da “Fog”.
Ma sono i registi come lui a non saper più provocare nello spettatore il
brivido sottile del terrore sovrannaturale, oppure noi spettatori, avendo visto
ormai tutto (ed essendo, dunque, precocemente invecchiati), siamo diventati
impermeabili a certe sensazioni? Segue dibattito. Giudizio:
maestoso a cura di Roberto Frini
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