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INFERNO Molti critici e studiosi si sono chiesti, credo, il perché del progressivo declinare creativo di Dario Argento. Fenomeno che, comunque, pare essersi arrestato l’anno passato, quando è uscito “Nonhosonno”, che se non ci ha ricordato i fasti degli anni 70, ci è andato comunque molto vicino. Credo che la scomparsa del padre Salvatore, che ha prodotto tutti i suoi film sino a "Tenebre" (e da “Profondo rosso” entrò a far parte della <ditta> anche il fratello Claudio), abbia contribuito non poco a un certo scadimento del cinema argentiano, soprattutto per quel che riguarda la scelta delle storie. “Phenomena”, influenzato ancora dal precedente periodo, resta l’ultimo capolavoro di Dario Argento, su questo non ci sono dubbi. Altrettanto indubbio è che “Inferno” rappresenti uno dei vertici artistici raggiunti dal regista romano. Può essere considerato, in un certo senso, il seguito di “Suspiria” e il secondo film di una trilogia, mai completata, sulle streghe. Rispetto a “Suspiria”, ambientato quasi tutto nella scuola di danza, “Inferno” si sposta da New York a Roma, due delle città dove sono costruite le residenze delle Madri (la terza è Friburgo), almeno stando a ciò che è scritto in un misterioso libro, opera dell’architetto e alchimista Varelli (interpretato da Feodor Chaliapin, che sarà poi il vecchio benedettino Jorge, cieco e malvagio nel “Nome della rosa”). Sembra quasi un film a episodi, tanto mutevole è lo sfondo della vicenda. Mai come in “Inferno”, la storia è una sorta di labirinto, impossibile da raccontare, e lo stile registico diventa elemento fondamentale. Grazie al direttore della fotografia Romano Albani, al musicista Keith Emerson e alle splendide scenografie di Giuseppe Bassan (ma anche al “Va’ pensiero”, dal “Nabucco” di Verdi), Argento crea un film fantasmagorico che ha il respiro di una sinfonia e l’impatto visivo di un’opera d’arte. Luci, colori, tagli d’inquadratura, movimenti di macchina, dettagli, tutto contribuisce a creare un’atmosfera allucinata, delirante eppure geometrica nelle sue prospettive e logica nei suoi sviluppi. Basti pensare a un particolare come quello dell’odore dolciastro che si respira intorno alla bottega di Kazanian, e che l’antiquario attribuisce alla vicinanza con la fabbrica di biscotti. Argento non rinuncia a un clima quasi fiabesco, perché sa che non v’è nulla di più spaventoso di una fiaba crudele; e la crudeltà in “Inferno” viene sparsa a piene mani, anche se gli eccessi gore sono, nonostante tutto, limitati. Scioccante, bizzarra e beffardamente sorprendente la sequenza in cui l’ambiguo e zoppo Kazanian elimina i gatti annegandoli e viene poi divorato dai topi. Alle sue grida accorre un macellaio che, invece d’aiutarlo, lo finisce, spingendo poi il cadavere verso l’imbocco della fognatura. “Inferno” è un film in cui Argento ha riversato materiale in eccedenza, riuscendo però a comprimerlo con maestria. Dall’eclissi di luna alle citazione colte (lo scrittore De Quincey e Gurdjieff), dalle leggende diaboliche alla raffigurazione della Morte in persona (effetto speciale curato da Mario Bava). Ma, ripetiamo, ciò che colpisce di più sono le sequenze di maggior impatto visivo e spettacolare: dalla discesa della poetessa nella cantina allagata all’incontro di Sara con un misterioso e gigantesco orco che quasi la affoga in un pentolone pieno di un liquame bollente, dall’assassinio della stessa Sara e di un suo malcapitato conoscente, con il corpo di lei che sfonda una tenda, sino all’apparizione della morte e all’incendio finale. Se “Suspiria” stupiva per la bellezza delle immagini, “Inferno” stordisce con la potenza di un racconto dell’orrore del tutto visivo. Mai come in questo caso (escludendo “Profondo rosso”), tra l’altro, appare perfetta la scelta degli attori. Dagli americani e sconosciuti Irene Miracle (peccato non averla più vista) e Leigh McCloskey, ai nostrani Eleonora Giorgi e Gabriele Lavia, ai vecchi Sacha Pitoeff, Chaliapin e Alida Valli, fino alla solita Daria Nicolodi e all'emergente (allora) Anja Pieroni, di cui Argento sfrutta praticamente soltanto i magnifici occhi verdi (e che sarebbe la più bella delle Tre Madri, Mater Lachrimarum, la cui dimora è a Roma). Detto delle grandi collaborazioni di cui il regista s’è potuto avvalere, non possiamo che concludere citando altri due nomi importanti: Lamberto Bava e Gianlorenzo Battaglia, rispettivamente aiuto-regista e addetto alle riprese subacquee, le cui carriere s’intrecceranno e lasceranno un segno nel cinema di genere.
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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