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INTELLIGENZA ARTIFICIALE In
una Terra del futuro nella quale lo scioglimento delle calotte polari ha
provocato l’inondazione di gran parte delle città costiere, l’uomo è
riuscito a produrre robot sempre più evoluti, capaci di replicare ogni atto
umano. Uno scienziato intende oltrepassare l’ultimo limite creando un androide
in grado d’amare. Il bambino-robot in questione, adottato ed in seguito
ripudiato dalla famiglia adottiva, intraprenderà un lungo viaggio nel tentativo
di incontrare la Fata Turchina: solo lei infatti potrà tramutarlo in un vero
bambino che possa essere nuovamente accettato ed amato dalla madre. Giunto al
termine del percorso iniziatico, scoprirà di essere sempre stato molto più
umano dei suoi creatori in carne ed ossa. Giudizio
critico:
Inevitabili i confronti con Blade Runner che tratta lo stesso tema con
maggior coscienza e profondità. Spielberg appare sospeso fra una visione del
mondo percepita attraverso gli occhi di un bambino e le forti suggestioni
kubrickiane, rimanendo alfine incapace di scegliere una precisa linea di
condotta. Il risultato è una sorta di favola densa di moniti e simboli che ben
presto stanca lo spettatore. Le analisi psicologiche e le inerrelazioni fra i
vari personaggi sono banali e scontate. Molte delle scene rappresentate sono
poco più che cliché in un film che offre la classica visione hollywoodiana su
determinati sentimenti ed emozioni. Spielberg ambirebbe ad essere il nuovo
Disney senza purtroppo possederne il genio. Gli interessantissimi spunti che
poteva offrire il racconto sono stati trattati superficialmente, mentre è stato
lasciato grande spazio, scontatamente, ad effetti speciali e scenografie di
grande impatto. I punti di forza vanno quindi cercati negli elementi di
contorno, a partire dalle straordinarie interpretazioni fornite da Haley Joel
Osment (quasi disumano nella sua bravura, speriamo che sappia amministrare il
suo incredibile talento per il futuro) e Jude Law che nella parte dell’androide
gigolo offre la migliore prova della sua intera carriera. Buoni gli effetti
speciali anche se spesso Spielberg ne abusa ed eccezionali le scenografie e la
fotografia (alcuni squarci ed echi di Metropolis, certi interni molto “kubrickiani”,
la New York sommersa, tragica previsione a brevissimo termine della tragedia del
World Trade Center…). Oltre questi dati, rimane purtroppo poco. Grandi
risultati si sarebbero potuti ottenere scavando di più nella progressiva
evoluzione dei rapporti fra il bambino robot e la sua famiglia umana, aspetto
che nella pellicola viene superato con poche scene scarsamente incisive. Non
sappiamo quanto di Kubrick sia rimasto nel prodotto finale, né ci interessa
partecipare al giochino favorito al momento dai critici, ovverosia quello di
identificare i vari riferimenti facenti capo al regista di 2001:Odissea nello
spazio, anche se ci sembra evidente la dicotomia fra una prima parte più
kubrickiana ed una seconda molto più spielberghiana. Nonostante il senso di
vuoto, di plastica e cibo liofilizzato rimangono alcune sequenze di buona resa,
quali la competizione fra i due fratelli durante il pranzo o il gruppo di
androidi alla discarica in disperata ricerca di pezzi di ricambio fra i rifiuti.
Ultimo particolare, il bambino cerca di avvicinarsi alla sua umanità proprio
ripetendo i gesti più semplici a noi familiari, quali il mangiare o il bere, ma
la conquisterà totalmente solo quando, nel finale, si addormenterà come un
umano accanto al corpo di sua madre. La trascendenza, la sublimazione attraverso
il sonno richiama all’epilogo di un grande film, quell’Elephant Man che
proprio come AI ci narrava della lunga e difficile lotta condotta da un
“mostro” per diventare uomo. Curiosità,
errori e citazioni:
Il film è scontatamente infarcito di riconoscimenti all’opera di Kubrick
quali insegne al neon (Strange Love e Milk Bar) o riprese di scene (il guardarsi
allo specchio, il tip-tap di Law…).
a cura di Elvezio Sciallis
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