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SCHEDA TECNICA

 

Titolo:

Intelligenza artificiale

(Artificial Intelligence)
 

Regia:

Steven Spielberg

 

Soggetto:

Ian Watson

Brian Aldiss

 

Sceneggiatura:

Steven Spielberg

 

Direttore della fotografia:

Janusz Kaminski

 

Montaggio:

Michael Kahn (I)

 

Scenografia:

Rick Carter

 

Costumi:

Bob Ringwood

 

Musica:

Paul Barker

Al Jourgensen

John Williams

 

Effetti visivi:

ILM

Dreamworks

Pacific Data Images

 

Effetti speciali:

Thomas Brown

Greg Bryant

Jim Charmatz

Richard Cory

Kim Derry

Chris Eubank

 

Trucco:

Karen Asano-Myers
Terry Baliel
Joel Harlow
Patti Miller
Candace Neal
Ve Neill
Robin Slater
Stan Winston

 

Aiuto regia:

Lisa Brookes
Sergio Mimica-Gezzan
Paul Byrne Prenderville
David H. Venghaus Jr.
Susan Walter

 

Sonoro:

Brian Chumney
Kyrsten Mate Comoglio
Terry Eckton
Sean England
Mark Eshelman
David Hunter
Richard Hymns
Ron Judkins
Noah Katz

 

Produzione esecutiva:

Jan Harlan

Walter F. Parkes

 

Produzione:

Bonnie Curtis

Kathleen Kennedy

Steven Spielberg

 

Personaggi e interpreti:

Haley Osment (David Swinton)
Frances O'Connor (Monica)
Sam Robards (Henry Swinton)
Jake Thomas (Martin Swinton)
Jude Law (Gigolo Joe)
William Hurt (Allen Hobby)
Ken Leung (Syatyoo-Sama)
 

Origine:

Usa-2001

 

Durata:

2h e 25' - colore

 

Casa di distribuzione:

Amblin Entertainment

DreamWorks SKG

Warner Bros

 

Voto:

8

 

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INTELLIGENZA ARTIFICIALE


In una Terra del futuro nella quale lo scioglimento delle calotte polari ha provocato l’inondazione di gran parte delle città costiere, l’uomo è riuscito a produrre robot sempre più evoluti, capaci di replicare ogni atto umano. Uno scienziato intende oltrepassare l’ultimo limite creando un androide in grado d’amare. Il bambino-robot in questione, adottato ed in seguito ripudiato dalla famiglia adottiva, intraprenderà un lungo viaggio nel tentativo di incontrare la Fata Turchina: solo lei infatti potrà tramutarlo in un vero bambino che possa essere nuovamente accettato ed amato dalla madre. Giunto al termine del percorso iniziatico, scoprirà di essere sempre stato molto più umano dei suoi creatori in carne ed ossa.

 

Giudizio critico: Inevitabili i confronti con Blade Runner che tratta lo stesso tema con maggior coscienza e profondità. Spielberg appare sospeso fra una visione del mondo percepita attraverso gli occhi di un bambino e le forti suggestioni kubrickiane, rimanendo alfine incapace di scegliere una precisa linea di condotta. Il risultato è una sorta di favola densa di moniti e simboli che ben presto stanca lo spettatore. Le analisi psicologiche e le inerrelazioni fra i vari personaggi sono banali e scontate. Molte delle scene rappresentate sono poco più che cliché in un film che offre la classica visione hollywoodiana su determinati sentimenti ed emozioni. Spielberg ambirebbe ad essere il nuovo Disney senza purtroppo possederne il genio. Gli interessantissimi spunti che poteva offrire il racconto sono stati trattati superficialmente, mentre è stato lasciato grande spazio, scontatamente, ad effetti speciali e scenografie di grande impatto. I punti di forza vanno quindi cercati negli elementi di contorno, a partire dalle straordinarie interpretazioni fornite da Haley Joel Osment (quasi disumano nella sua bravura, speriamo che sappia amministrare il suo incredibile talento per il futuro) e Jude Law che nella parte dell’androide gigolo offre la migliore prova della sua intera carriera. Buoni gli effetti speciali anche se spesso Spielberg ne abusa ed eccezionali le scenografie e la fotografia (alcuni squarci ed echi di Metropolis, certi interni molto “kubrickiani”, la New York sommersa, tragica previsione a brevissimo termine della tragedia del World Trade Center…). Oltre questi dati, rimane purtroppo poco. Grandi risultati si sarebbero potuti ottenere scavando di più nella progressiva evoluzione dei rapporti fra il bambino robot e la sua famiglia umana, aspetto che nella pellicola viene superato con poche scene scarsamente incisive. Non sappiamo quanto di Kubrick sia rimasto nel prodotto finale, né ci interessa partecipare al giochino favorito al momento dai critici, ovverosia quello di identificare i vari riferimenti facenti capo al regista di 2001:Odissea nello spazio, anche se ci sembra evidente la dicotomia fra una prima parte più kubrickiana ed una seconda molto più spielberghiana. Nonostante il senso di vuoto, di plastica e cibo liofilizzato rimangono alcune sequenze di buona resa, quali la competizione fra i due fratelli durante il pranzo o il gruppo di androidi alla discarica in disperata ricerca di pezzi di ricambio fra i rifiuti. Ultimo particolare, il bambino cerca di avvicinarsi alla sua umanità proprio ripetendo i gesti più semplici a noi familiari, quali il mangiare o il bere, ma la conquisterà totalmente solo quando, nel finale, si addormenterà come un umano accanto al corpo di sua madre. La trascendenza, la sublimazione attraverso il sonno richiama all’epilogo di un grande film, quell’Elephant Man  che proprio come AI ci narrava della lunga e difficile lotta condotta da un “mostro” per diventare uomo.

 

Curiosità, errori e citazioni: Il film è scontatamente infarcito di riconoscimenti all’opera di Kubrick quali insegne al neon (Strange Love e Milk Bar) o riprese di scene (il guardarsi allo specchio, il tip-tap di Law…).

 

a cura di Elvezio Sciallis

 

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