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JURASSIC PARK III In “Nudo e selvaggio” di Michele M. Tarantini assistiamo a una scena in cui un velivolo precipita nella giungla amazzonica, proprio come in “Jurassik Park 3”. Solo che nel rozzo film italiano pochi passeggeri si salvano, gli altri escono massacrati dal tremendo impatto. È impensabile pretendere un simile iperrealismo gore dai kolossal americani (e spielberghiani in particolare), ma lascia perplessi che vengano spesi tanti soldi per ricreare dei dinosauri d’impressionante verosimiglianza e poi si sfiori il ridicolo nella costruzione della storia. Forse hanno ragione i giornali, forse questi film vengono creati per un pubblico di ragazzini e adolescenti, a cui interessano soprattutto i mostri zannuti che ruggiscono e della vicenda non gliene frega niente. Chi scrive è come i ragazzini e quindi, nonostante tutto, viva “Jurassik Park” anche dovesse arrivare sino al ventesimo episodio. Però, anche volendo stare al gioco, questa terza avventura tra gli animali preistorici ricreati in laboratorio non convince e fa acqua da tutte le parti. Un bambino che sopravvive otto settimane nella terribile Isla Sorna, dove ovunque ti giri incappi in un dinosauro affamato? Roba da far ridere i polli, e non ci vengano a raccontare che è una metafora della fantasia infantile che lotta contro la paura. Di balle simili Spielberg ne ha già filmate sin troppe. Il cellulare che funziona ancora dopo essere stato ingoiato ed evacuato da un t-rex, e viene trovato tra gli escrementi fumanti, è una scena degna di Mel Brooks. Ma pazienza, saremmo disposti a sorvolare anche su questo e, anzi, ad accettarlo (poiché l’ironia, volontaria o meno, ha da sempre una certa importanza nei film dell’orrore), se almeno assistessimo ad un finale avvincente come succedeva nei precedenti episodi. Invece niente: quando pensiamo che lo spettacolo stia per cominciare, arrivano i nostri (l’esercito, capirai), gli eroi sono salvi e gli pterodattili (unica novità del film) volano chissà dove. A proposito, finora dov’erano? Perché è chiaro che nessun recinto avrebbe potuto fermarli, e dal primo episodio ad oggi dovrebbero già aver nidificato a New York. Comunque, il tirannosauro con la cresta viene messo in fuga da qualche scottatura e i velociraptor (che non fanno granché paura) s’accontentano di recuperare le loro uova. A questo film sembra non credere nessuno, forse nemmeno i dinosauri. D’altra parte, Joe Johnston ci pare il regista meno adatto a girare un film del genere, pur appartenendo ormai alla categoria degli yes-man (categoria inventata a Hollywood e che comprende anche cineasti di grande talento). In sostanza, dovrebbe saper dirigere qualsiasi storia e invece, alla resa dei conti, dimostra di saper dirigere ben poco, se non un paio di scene: quella con gli pterodattili e la lotta tra i t-rex. Confezione di lusso, ovviamente, ma di quelle che luccicano soltanto a distanza: viste da vicino, sono di grana grossa.
a cura di Roberto Frini |
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