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LARA CROFT: TOMB RAIDER La pubblicità d’un cellulare abbinata alla promozione di un film è (forse) l’ultima, allucinante trovata di una cinematografia che è sempre più un’industria. D’altra parte, non possiamo pretendere che un film tratto da un gioco virtuale abbia una dimensione umana (sarebbe, probabilmente, una contraddizione in termini). Premesso che del videogame chi scrive ne sa ben poco (giusto che spopolò, o almeno così dicono, qualche tempo fa) e che comunque “Tomb raider” esce forse con un po’ di ritardo rispetto al successo del gioco, è giusto giudicare l’opera di Simon West (“Con Air”, “La figlia del generale”) senza prevenzioni e senza moralismi, che tanto sappiamo d’esser tutti, in un modo o nell’altro, adepti del dio tecnica. Allora, Lara Croft è un’esperta di tombe antiche, figlia di un lord morto in circostanze misteriose. Vive con un maggiordomo che vorrebbe farne una Lady degna del suo rango e con un esperto di computer e cibernetica. Un giorno Lara scopre nascosto nella villa un vecchio orologio e all’interno un altro orologio decisamente più prezioso. Esso è una chiave (l’occhio onniveggente) che può aprire lo scrigno entro cui sono contenuti i due lati del triangolo. Lati che, uniti durante l’allineamento dei nove pianeti, aprono le porte del tempo e conferiscono a chi attua l’operazione un potere immenso, pari a quello di Dio. Ovvio che ci sia chi vuole la chiave, per poi trovarsi nel posto giusto quando vi sarà l’eclisse. Lara entra dunque in azione per combattere contro la setta degli Illuminati. L’amore per il padre morto (anch’egli un Illuminato) la metterà però dinanzi a un terribile dilemma. E qui ci interrompiamo per non svelare l’arcano. Diciamo subito che “Tomb raider” è migliore di quel che pensavamo. Ha un buon ritmo, e non è affatto una cosa scontata. Non viene dato spazio ad inutili vicende sentimentali (a meno di non considerare tali le lacrime che Lara versa per il padre morto), per esempio, sempre in agguato quando c’è di mezzo Hollywood. West fa dell’eroina virtuale una fanciulla che non si perde in eccessive melensaggini, una dura dallo sguardo magnetico. Atmosfera e ambientazioni esotiche (c’è anche Venezia) fanno pensare alle avventure di James Bond, ma il richiamo ai vari “Batman” è comunque evidente. La fotografia e l’illuminazione evitano però la facile strada del dark, ormai trita e ritrita. Non mancano i mostri, come in ogni fantasy che si rispetti, le scene di combattimento sono poche ma ben girate, e il regista non eccede nemmeno con gli effetti computerizzati, il che gli avrà supponiamo attirato le ire dei produttori. Si ha infatti la sensazione che “Tomb raider” abbia avuto una gestazione piuttosto lunga in sede di montaggio, e che sia stato sforbiciato parecchio. Ciononostante l’impianto regge, Angelina Jolie non sarà (decisamente) candidata all’Oscar come miglior attrice ma ha il phisique du role, la si guarda volentieri e lascia il segno (specie quando strizza i suoi begli occhi ed emette un curioso verso a metà tra un miagolio e un ruggito), anche se la presunta carica sexy dell’originale è piuttosto mortificata. Tanto per dire, il famoso costume (calzonicini e canotta) lo indossa solo nella scena iniziale. Poco per i tecno-voyeur. Simpatici i due aiutanti, memorabile la scena in Cambogia quando Lara, dopo un tuffo nella cascata, vorrebbe telefonare a casa e se ne esce con un: <Il mio cellulare s’è bagnato.> Sbagliamo, o Simon West, regista dal talento militaresco, ha remato contro? L’unica scena in cui l’eroina poteva usare il famoso telefonino (non diciamo la marca) sprecata così. Ecco la botta all’industria che non t’aspetti e che riconcilia con il cinema, quello vero.
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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