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VISIONA...

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SCHEDA TECNICA

 

Titolo:

Nonhosonno

 
Regia:

Dario Argento

 

Soggetto:

Dario Argento

Franco Ferrini

 

Sceneggiatura:

Dario Argento

Franco Ferrini

Carlo Lucarelli (collaborazione)

 

Fotografia:

Ronnie Taylor

 

Montaggio:

Anna Napoli

 

Effetti speciali:

Sergio Stivaletti

 

Scenografia:

Antonello Geleng

 

Costumi:

Susy Mattolini

 

Musica:

Goblin

 

Produttore esecutivo:

Claudio Argento

 

Produzione:

Medusa

 

Distribuzione:

Medusa Film
 

Personaggi e interpreti:

Max Von Sydow (Ulisse Moretti)

Stefano Dionisi (Giacomo)

Chiara Castelli (Gloria)

Rossella Falk (Laura De Fabritiis)

Paolo Maria Scalondro (Manni)

Roberto Zibetti (Lorenzo)

Gabriele Lavia (avvocato Betti)

 

Origine:

Italia-2000

 

Durata:

1 h e 57' - colore

 

Casa di distribuzione:

Medusa Video

 

Sito Internet:

www.nonhosonno.it

 

Voto:

7

 

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NONHOSONNO


Ciò che distingue Nonhosonno dai precedenti film di Dario Argento realizzati negli anni Novanta non è il genere. D’accordo, Il fantasma dell’Opera apparteneva, o avrebbe dovuto appartenere, all’horror puro, ma Trauma e La sindrome di Stendhal cos’erano se non dei thriller? Quindi, poche storie, il tanto sbandierato ritorno al giallo di Dario Argento è solo un’abile (?) operazione di marketing. A tracciare una linea netta tra Nonhosonno e i tre film citati è la qualità. Nonhosonno è un grande film, gli altri non lo erano. Ma Nonhosonno è un grande film perché recupera un modus operandi che ha fatto di Dario il sanguinario un maestro. Primo, bando alle ambientazioni internazionali e ritorno ad una città italiana (Torino, splendida). Poi, storia più essenziale e, come dire, concentrata, ma zeppa di buone idee (l’assassino che non è un nano ma un bambino e che soffre d’asma e che man mano che cresce, avendo possibilità di muoversi, allarga il raggio dei suoi omicidi: geniale), complici Franco Ferrini e lo scrittore Carlo Lucarelli (team italiano vincente). A proposito, perché Argento non recupera anche il bravissimo Dardano Sacchetti? Terzo elemento che fa di Nonhosonno un film memorabile, naturalmente loro: i Goblin, autori di una colonna sonora magica, bella quasi quanto quella di Profondo rosso (lo ribadiamo, casomai ce ne fosse bisogno: il miglior thriller della storia del cinema). Al risultato contribuiscono anche gli attori, tutti bravi e funzionali, cosa che non capitava dai tempi di Phenomena (fatta eccezione per l’episodio di Due occhi diabolici, un piccolo gioiello sui generis).

Ma, ciò che soprattutto rende Nonhosonno un film da vedere e rivedere è lo stile di Dario Argento. I suoi movimenti di macchina (meno virtuosistici di una volta ma sempre avvolgenti), i suoi angoli di ripresa (da mandare a memoria la sequenza in cui Dionisi e la Caselli seguono l’ubriacone e giungono alla casa), il montaggio e il gusto per il dettaglio; la suspense che riesce a creare inquadrando una stanza buia, le atrocità (abbastanza limitate, a dire il vero) che solo lui riesce a rendere metafisiche, come nella scena dello sparo finale. Da sottolineare anche il valore del direttore della fotografia Ronny Taylor.

Qualcuno ha detto che di Nonhosonno si possono salvare giusto i primi venti minuti. Certo, un delirio di virtuosismo/musica/montaggio/terrore puro come quello iniziale non si vede tutti i giorni ma, permettete, chi ha nel sangue il cinema italiano degli anni Settanta non può restare indifferente di fronte alla scena ambientata nei sotterranei della discoteca, tanto per dirne una. Coloro che invece apprezzano soltanto i kolossal americani se ne stiano pure a casa. Altri hanno sostenuto che Dario Argento si è limitato a rifare Profondo rosso, quasi fosse una colpa. Personalmente, credo che Argento possa andare avanti all’infinito a rifare Profondo rosso: i risultati sarebbero sempre migliori della maggior parte dei film italiani che escono di questi tempi. Anche se, con poca originalità, mette semplicemente in scena un assassino psicopatico che uccide giovani donne (ma è poi così necessario essere originali?).

Assolutamente consigliato.

 

a cura di Roberto Frini

 


L’anziano commissario Ulisse Moretti, ora in pensione, si trova coinvolto in una nuova indagine su di una serie di omicidi che ricalcano gli schemi di assassini su cui aveva indagato diciassette anni prima. L’uomo ritenuto colpevole dei passati omicidi era un nano, trovato successivamente morto. Insieme a Giacomo, la cui madre l’assassino uccise sotto i suoi stessi occhi, il commissario Moretti passa le sue insonni notti seguendo il filo dei ricordi che affiorano lentamente, cercando di risolvere il mistero e svelare l’identità del folle omicida.

Il “maestro” torna a dirigere un giallo-horror dopo la sfortunata parentesi de Il fantasma dell’opera ma anche questa volta il risultato non è all’altezza della sua grande e meritata fama.

Ogni qualvolta Argento dirige un film di genere è inevitabile fare un parallelo con il suo capolavoro Profondo rosso, e più che mai in questo caso dato che sono molti gli elementi in comune nei due film: a partire dall’ambientazione della vicenda a Torino la stessa città in cui girò il suo capolavoro, passando per la filastrocca infantile (scritta dalla figlia Asia) a cui l’assassino si ispira per i suoi delitti, ed anche le stesse realizzazioni delle uccisioni (si ripete l’affogamento di una vittima nell’acqua e il viso spappolato contro le pareti di un’altra, morti che ricordano da vicino due degli efferati omicidi già messi in scena in Profondo rosso), e poi le musiche composte dagli stessi Goblin e uno dei protagonisti, Gabriele Lavia, già interprete del capolavoro di Argento, ma molte altre ancora sono le autocitazioni con cui Argento infarcisce questo suo Non ho sonno. Nonostante questi espedienti però, “il maestro” questa volta non riesce a ricreare quel perfetto connubio di tensione, angoscia e paura che aveva saputo realizzare in Profondo rosso; i motivi sono molteplici a partire dalle pessime interpretazioni di alcuni attori, infatti eccetto i sempre bravi Max Von Sydow, Gabriele Lavia e Rossella Falk, le performance degli altri interpreti, compreso l’insicuro protagonista Stefano Dionisi, sono da dimenticare; la colonna sonora dei Goblin poi, può definirsi competente ma è ben lontana dalla perfezione raggiunta nel capolavoro del maestro. Buoni invece gli effetti speciali di Stivaletti e la sceneggiatura, a cui ha collaborato anche il giallista Carlo Lucarelli.

In definitiva anche lasciando stare scomodi raffronti con Profondo rosso non si può negare che Argento pare abbia perso parte del suo smalto: Non ho sonno sembra quasi un prodotto di imitazione dei suoi splendidi gialli-horror che tanto lo hanno fatto amare da pubblico e critica; anche il collaudato doppio finale, elemento che caratterizza quasi tutti i thriller firmati dal regista, comincia a risultare ripetitivo e ahimè scontato (se fate attenzione ai particolari capirete chi è il vero assassino già dopo venti minuti di film).

Ma gli amanti del genere e del regista (quindi me compreso), ritroveranno comunque vittime grondanti sangue, alcune sequenze ottimamente realizzate (da segnalare in particolare la scena sul treno del primo assassinio e le sequenze dell’omicidio in teatro) e lo stampo registico di Dario Argento riuscendo ad apprezzare ugualmente il film.

 

a cura di Marco Castellini

 

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