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SCHEDA TECNICA

 

Titolo:

Opera

 
Regia:

Dario Argento
 

Soggetto e sceneggiatura:

Dario Argento

Franco Ferrini

 

Fotografia:

Ronnie Taylor

 

Scenografia:

Davide Bassan

 

Montaggio:

Franco Fraticelli

 

Musiche:

Brian Eno
Roger Eno
Daniel Lanois
Claudio Simonetti
Bill Wyman

 

Musiche addizionali:

Vincenzo Bellini
Giacomo Puccini
Giuseppe Verdi

 

Architetto scenografo:

Gian Maurizio Fercion

 

Costumi:

Lia Francesca Morandini

 

Trucco:

Franco Casagni
Ferdinando Merolla 
Rosario Prestopino

 

Effetti speciali:

Renato Agostini
Antonio Corridori
Giovanni Corridori
Germano Natali
Sergio Stivaletti

 

Sonoro:

Nick Alexander
Giancarlo Laurenzi
Romano Pampaloni
Robert Rietty
Stefano Rossi
Federico Savina

 

Aiuto regista:

Antonio Gabrielli
Alessandro Ingargiola
Michele Soavi
Paolo Zenatello

 

Produzione:

Dario Argento
Ferdinando Caputo

 

Interpreti:

Cristina Marsillach (Betty) 
Ian Charleson (Marco)
Urbano Barberini (Santini)
Daria Nicolodi (Mira)
Coralina Cataldi Tassoni (Giulia) 
Antonella Vitale (Marion)
William McNamara (Urbano) 

 

Origine:

Italia-1987

 

Durata:

1h e 45' - colore

  

Voto:

7

 

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OPERA


Non siamo di fronte a un film come gli altri, e per un motivo molto semplice: nel percorso artistico di Dario Argento rappresenta la linea di demarcazione tra quello che faceva prima e quello che farà dopo. “Opera” in effetti sembra voler aprire un nuovo capitolo e chiudere con il passato. A cominciare dai riferimenti chiaramente autobiografici della vicenda; tanto per dire, la fidanzata del regista Mark è impersonata da Antonella Vitale, all’epoca realmente fidanzata con Argento. Anche Dario Argento avrebbe dovuto mettere in scena un’opera (il “Rigoletto” di Verdi) per lo Sferisterio di Macerata, progetto che gli verrà tolto di mano per divergenze artistiche con la direzione del teatro. Molte delle idee di regia Argento le riversa nell’allestimento del “Macbeth” interno al film. Ci sono poi numerosi riferimenti ai suoi capolavori, primo tra tutti il regista Mark che nel finale vediamo intento a riprendere una mosca legata con un filo alla cinepresa (come in “Phenomena”). Tutto ruota intorno alla vicenda di una giovane cantante lirica, Betty, che deve sostituire la star del “Macbeth”, investita da un auto proprio la sera che precede la prima. L’assassino si rivela il commissario Alan, nel passato amante della sadica madre di Betty, che lo obbligava a violentare e uccidere mentre lei guardava. Soluzione e modo d’arrivarci sono certo meno interessanti che in passato, e in questo “Opera” anticipa in maniera negativa film deludenti come “Trauma” e “La sindrome di Stendhal”. Mancano soprattutto la magia e il mistero, anche se l’inizio è promettente e le scene memorabili non mancano. Argento conferma d’avere un talento visivo straordinario e i suoi movimenti di macchina sono sempre eleganti e studiati per accentuare il lato simbolico della storia, che ha un substrato erotico non indifferente. Come in “Suspiria” e in “Phenomena” la figura femminile protagonista è candida e verginale, e il male del mondo che la circonda cerca di corromperla. Il finale (ambientato nelle Alpi svizzere, come l’intero “Phenomena”) parla chiaro (sin troppo, e la voce del narratore Argento comincia a diventare ripetitiva) e  attraverso la lucertola imprigionata tra gli steli d’erba si riallaccia a quello che resta a tutt’oggi il capolavoro e il film-mito argentiano, il mai abbastanza elogiato “Profondo rosso”, qua richiamato anche dal terribile rapporto con la figura materna (un’ossessione per il regista). Chiusura di un ciclo, appunto. Non a caso Argento ci metterà parecchio tempo prima di girare un nuovo lungometraggio, dedicandosi alla produzione e alla realizzazione di un piccolo gioiello come “Il gatto nero” (episodio di “Due occhi diabolici”), che faceva sperare in ben altri sviluppi creativi. “Opera” ha comunque alcuni evidenti difetti che apparteranno al periodo degli anni 90. La figura del poliziotto, ad esempio, troppo grottesca e brutale, troppo americana, preludio ad un imbarbarimento degli assassini argentiani, sempre più simili ai serial-killer d’oltreoceano. L’uso di attori scarsamente dotati e soprattutto poco funzionali: si salvano, ma solo in parte, Cristina Marsillach (che comunque fa rimpiangere la Connelly di “Phenomena”) e Ian Charleson. La mancanza di un tema musicale originale, che resti impresso; né l’heavy-metal (più adatto a produzioni come “Demoni”) né le arie verdiane colmano la lacuna. “Opera” resterà però nella storia del cinema del terrore per l’idea degli spilli attaccati con lo scotch alle palpebre di Sally, che la costringono ad assistere agli omicidi, per l’uso della louma, con cui Argento simula in soggettiva il volo dei corvi, e per il virtuosistico momento della pistolettata nell’occhio di Daria Nicolodi sparata attraverso lo spioncino. Pregevole uso della tecnica e dei particolari, dunque, che è d’altronde sempre stata una caratteristica argentiana. Purtroppo però la tecnica non basta a creare l’atmosfera giusta, né a far lievitare la tensione e nemmeno a trasmettere quella sensazione quasi tattile di folle malvagità, di crudeltà malsana, che hanno reso grandi i migliori film di Dario Argento. Tra un buon film sostanzialmente innocuo come “Opera” e la genialità labirintica e truculenta, maledetta e perversa di “Inferno” o di “Tenebre” c’è una certa differenza.

 

a cura di Roberto Frini

copyright by Roberto Frini

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