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LE PORTE DELL'INFERNO Non
è certo facile da recuperare, questo film di Umberto Lenzi, sia in
videocassetta che, tantomeno, in dvd; però è passato a tarda ora su un canale
privato e sicuramente ne esisterà una versione giapponese, più costosa di un
abito firmato, con duemila extra, puntualmente recensita da Nocturno. Scritto
ancora una volta da Olga Pehar (come i pregevoli “Ghosthouse” e “Demoni
3”), che è poi la moglie di Lenzi, “Le porte dell’inferno” è
sicuramente uno dei peggiori film diretti dal regista di “Spasmo”. Anche se
l’idea non era male. Un gruppo di speleologi si addentra in una caverna alla
ricerca di un collega scomparso, scoprendo che da quelle parti le viscere della
terra sono infestate dagli spiritici vendicativi di sette monaci neri,
condannati al rogo nel 1100 per i loro atti sacrileghi. Purtroppo
l’ispirazione latita, al punto da citare <Il nome della rosa>, mostrando
addirittura l’edizione tascabile Bompiani. Non sappiamo se la trovata sia
stata dettata dal tentativo di sfruttare l’onda lunga del successo di Umberto
Eco, o dare un alibi colto al film, comunque è una scelta pessima, che subito
fa capire cosa ci troveremo di fronte. Un horror fiacco, povero di spunti e
nemmeno tanto sanguinolento, chiaramente girato in fretta e furia per accodarsi
ai buoni risultati, artistici e commerciali, de “La chiesa” di Michele Soavi
(altro film partorito dal “Nome
della rosa”). D’altronde, nel 1988 l’epoca d’oro del gore all’italiana
stava tramontando, Fulci sparava le sue ultime cartucce, all’orizzonte
s’intravedeva la dittatura televisiva e la morte del b-movie. Eppure Lenzi
riesce a dare un’unghiata da maestro, con un bel finale che, pur non
riscattando gli ottanta minuti precedenti, resta impresso. La protagonista si
sveglia, scopre d’aver sognato tutto, poi terrorizzata ode le urla del collega
sceso nella caverna. Il suo incubo era dunque una premonizione. Un finale
sospeso sul volto dell’attrice, puro Lenzi-style. Tra gli attori, oltre a
Barbara Cupisti, all’epoca reginetta del genere, ritroviamo Giacomo Rossi
Stuart, vecchia gloria del cinema italiano che fu. Giudizio:
fiacco.
a cura di Roberto Frini
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