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LA PROMESSA Nel suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione, il detective Jerry Black, un uomo solo e amareggiato, promette alla madre di una bambina stuprata ed uccisa di trovare l’assassino a tutti i costi. Black, convinto che la polizia abbia preso un innocente, comincia ad investigare per conto proprio, scoprendo altri due crimini simili rimasti irrisolti negli anni precedenti. Per indagare meglio acquista un vecchio negozio con pompa di benzina nel cuore della zona dove opera il killer. Gli unici indizi a guidarlo sono l’altezza del maniaco, una macchina nera, il soprannome di “Mago” e l’interesse morboso nei confronti di bambine bionde vestite di rosso. Black conoscerà una donna divorziata con una figlia bionda con cui creerà un legame affettivo tale da farle trasferire in casa sua e prendersene cura. E’ vero amore o il detective, ossessionato dal maniaco, intende usare la bambina come esca?
Giudizio critico: Sean Penn spiazza pubblico e critica con un capolavoro di rara efficacia, un thriller sospeso fra momenti di incredibile resa estetica ed istanti di forte suspense, sconvolgendo la platea con un finale originale, diverso da qualsiasi risoluzione del confronto poliziotto-killer voi abbiate mai visto. Potendo contare su una troupe e un cast in stato di grazia, il giovane cineasta ci regala una storia intensa e malata, che ruota attorno alla figura di Jerry Black/Jack Nicholson, una persona arida e solitaria, dal passato sentimentale disastroso (due divorzi) e una vita divisa fra il lavoro (pescare i criminali) e l’unico hobby (la pesca in fiumi e laghi). Nicholson, dopo le recenti prove opache, contribuisce in maniera fondamentale alla resa del lungometraggio, dipingendo alla perfezione il protagonista tramite una vasta gamma di espressioni facciali, tic ed andature che suggeriscono i vari sottotesti oltre la superficie delle parole. Splendido anche il resto del cast, una galleria di persone finalmente fuori dai canoni hollywoodiani dove tutti sono carini e benvestiti. Penn sperimenta con la camera, non rinuncia a sequenze d’autore (la scena all’interno dell’allevamento di tacchini, le alternanze delle stagioni…) senza permettere che queste incidano sulla suspense e sul ritmo della storia, coadiuvato da una fotografia a tratti pastosa, in altri momenti dalle tinte forti e decise a seconda delle esigenze sceniche. La cornice naturale del Montana (o meglio, del Canada…) risulta di grande effetto, così come gli eventi atmosferici che sembrano annunciare o sottolineare particolari condizioni dell’animo umano. E’ il ghiaccio il vero protagonista, la fredda desolazione che sembra albergare nel cuore del protagonista, così votato a mantenere la promessa fatta da non accorgersi di calpestare e usare cinicamente l’enorme occasione di calore e amore che la vita gli offre con Lori (Robin Wright) e sua figlia. Ottimo lavoro di montaggio e rimarchevole colonna sonora, che varia dal classico all’elettronico senza forzature. Curiosi alcuni ruoli all’interno del film, come l’indiano interpretato da Benicio Del Toro (qua ancora più gigione del solito) o il padre di una delle tre vittime finito in manicomio (un Mickey Rourke segnato dal tempo e capace di fornire alcuni istanti di buona recitazione). L’epilogo di questa vicenda già di per sé triste e sconsolata giunge del tutto inaspettato, un anticlimax di fortissima presa che è stato scontatamente odiato negli USA, patria dell’assenza di sfumature. In realtà si tratta di una conclusione quasi inevitabile, che richiede allo spettatore qualcosa in più del mero “guardare”, un finale incapace di donare conforto e giustizia, come spesso accade nella vita reale.
Curiosità, errori e citazioni: Piccolo cameo per la madre di Penn nel ruolo di segretaria. Nomination per Penn sia all’Orso d’oro che alla Palma d’oro. Gran parte degli esterni girati in Canada. Scarso entusiasmo da parte di pubblico e critica negli USA, dove gli incassi del film non sono riusciti a recuperare i costi di produzione.
a cura di Elvezio Sciallis copyright by Elvezio Sciallis
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