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ROLLERBALL Lawrence Kasdan, in una recente intervista, dice: <Il problema che abbiamo sempre avuto con le critiche cinematografiche è che hanno la tendenza a semplificare troppo. Oh, quel film è meraviglioso. Oh, quel film è terribile. È raro che i film siano così: a volte solo cinque minuti sono meravigliosi. Ma le pressioni commerciali costringono a questo atteggiamento da pollice verso/pollice alzato.> Queste parole sono illuminanti sul rapporto tra industria e critica. I film con grossi problemi produttivi, con tensioni continue tra regista e finanziatori, spesso vengono abbandonati e mandati al massacro. È il caso di “Rollerball”, che s’è rivelato un insuccesso ed è stato stroncato dalla critica. Ma il film di John McTiernan si rivela meno brutto di com’è stato dipinto. Credo che il regista di “Nomads” e “Predator” sia ormai considerato dall’industria americana un cineasta poco assimilabile e quindi ingestibile. Alla stregua di molti altri registi emarginati, da Cimino a Carpenter, da Walter Hill allo stesso Kasdan. Il trattamento che in “Rollerball” viene riservato ai giocatori è forse simile a quello che Hollywood usa con i registi. Certo, la morale del film non è nuova, né storia e ambientazione risultano particolarmente originali. A parte il prototipo di Norman Jewison, altri film hanno affrontato gli stessi temi (ricordiamo almeno “L’eliminatore” di Glaser e “Giochi di morte” di People). Ciò che colpisce maggiormente di “Rollerball” è proprio il fatto che sia sbagliato, pieno di difetti, evidenti soprattutto nel finale, ma anche la ferrea volontà di McTiernan di girare un film che non fosse veicolabile sul mercato come un videogame innocuo. A parte i cinque minuti meravigliosi di cui parla Kasdan, che in “Rollerball” ci sono (l’inizio e la fuga notturna, girata con una fotografia sgranata e con una dominante verde), si ha la sensazione che McTiernan abbia volutamente realizzato un film grezzo, slegato, torbido, qualcosa di estremamente contrario a un’estetica sofisticata e adatta a qualsiasi tipo di pubblico e nello stesso un prodotto sopra le righe, fumettistico, anti-psicologico e ossessivo ai limiti della paranoia. I produttori volevano un giocattolo di fantascienza facilmente digeribile? McTiernan dirige invece un film dall’apparato scenografico futuristico ridotto, preferendo mischiare l’ironia beffarda e il terrore cupo. Un oggetto misterioso in tutti i sensi, costruito sugli sguardi e su una tensione implosiva, sulla musica hard-rock, su un montaggio corrosivo e sui movimenti continui della macchina da presa, su una violenza prosciugata e su una rabbia che s’intuisce autentica. Clamorosamente sbagliata anche la direzione (o la scelta?) degli attori. Talmente sbagliata da spingere a pensare che sia anch’essa voluta. Jean Reno (che viene da Besson, come l’autore della colonna sonora Eric Serra) è l’unico che sappia davvero recitare, ma s’agita in un ruolo di russo cattivo che abbassa parecchio il livello di credibilità di un film di per sé già poco convincente.
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini |
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