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SATURN 3 Ciò che maggiormente colpisce e stupisce di “Saturn 3” è la firma del regista. Stanley Donen, famoso per i suoi capolavori nel campo del musical (“Un giorno a New York”, “Sette spose per sette fratelli”, tanto per
citarne un paio) e della commedia (“L’erba del vicino è sempre più verde”), sarebbe sembrato il meno adatto a dirigere un film di fantascienza carico di suspense e con virate nell’orrore metallico. Eppure, chi di cinema se ne intende un po’ sa che Donen s’era esercitato nell’uso della tensione e della violenza (seppure filtrate attraverso una regia brillante) con due ottimi thriller-rosa come
“Sciarada” e “Arabesque” (interpretato da una fulgida Sophia Loren). Quando si citano i migliori film di fantascienza dell’ultimo quarto di secolo, saltano fuori sempre i soliti titoli: “Guerre stellari” e “Alien”, “Blade runner”, “E.T.” (?) o, roba da ridere, “Strange days” e “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Pochi considerano “Saturn 3”, che invece in un’ipotetica
classifica dovrebbe piazzarsi ai primissimi posti. Il capitano James, psichicamente instabile secondo i superiori, elimina il suo sostituto e parte per una missione da Stazione 5, un pianeta di Alpha Centauri. Lo scopo è quello di portare su Saturn 3 un robot che aiuti il maggiore Adam e la sua assistente Alex nello studio di un particolare minerale che potrebbe fornire una sostanza nutriente. Sulla Terra, infatti,
il cibo scarseggia. James però s’invaghisce di Alex e vorrebbe strapparla dalla braccia di Adam, che lui considera vecchio e inadatto. La sua mente malata influisce sul robot Hector, che assorbe informazioni dal suo creatore e finisce per sviluppare una personalità malvagia. Ribellatosi a James, lo uccide e prende il comando di Saturn 3, asservendo Adam e Alex. L’uomo però si sacrifica e fa saltare in aria il
robot insieme a se stesso. Il finale vede Alex in viaggio verso la Terra, dove non è mai stata. La sceneggiatura, bellissima, è opera di uno tra i maggiori scrittori inglesi contemporanei, Martin Amis, che riesce a mantenere una dimensione umana e quotidiana, alternando i toni da commedia nel rapporto di coppia tra Adam e Alex, lo studio filosofico sulla natura umana e la tensione, per poi far esplodere
quest’ultima nella seconda parte. Della regia di Stanley Donen abbiamo detto: all’interno del suo film, teso e claustrofobico, nulla è lasciato al caso, nulla è superfluo, e la sintesi narrativa è uno dei maggiori pregi di “Saturn 3”, grazie anche ad un montaggio semplicemente perfetto. Molti registi attuali, che non sanno tagliare e girano film noiosi che non finiscono mai, dovrebbero imparare da lui.
Scene memorabili: Hector che toglie dall’occhio di Alex un filamento metallico, la ricostruzione del robot, l’esplosione di Adam e Hector. Scenografia e trucchi di una bellezza irripetibile. Bastano il segno sul collo di Alex e Adam, o gli effetti delle pastiglie blu (soltanto accennato, mai visualizzato) per capire che siamo proprio a un altro livello rispetto ai simbolismi cyberpunk degli anni novanta. Capitolo
attori: sappiamo quanto sia più importante un interprete funzionale piuttosto che un mattatore ingombrante. “Saturn 3” raggiunge però un delicato equilibrio tra funzionalità e bravura. Non si può in effetti fare a meno di rilevare la prova straordinaria di Harvey Keitel e l’apporto d’esperienza di Douglas. Quanto alla presenza della bionda Farrah Fawcett, all’epoca sex-symbol molto americano, potrebbe
sembrare soltanto decorativa e invece è l’epicentro dell’intero film. Capace di far esplodere la rivalità tra i due uomini ma anche di scatenare i neuroni del robot che non ha mai visto prima d’ora una donna. I dialoghi regalano perle: <O lo sta smontando o il robot sta smontando lui.> Che è poi un modo come un altro (migliore di un altro) per dire che tra il robot e l’uomo non v’è poi una gran
differenza.
a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini |
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