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SEI DONNE PER L'ASSASSINO Unica produzione della Emmepi di Lucia Grifeo, seppur non apprezzato al botteghino al momento dell'uscita, Sei donne per l'assassino si rivela un film capitale nella storia del cinema di genere italiano: Bava sperimenta alcune trovate formali che verranno poi codificate dal ben più commerciale (e dunque più invasivo) cinema di Dario Argento. Bava si circonda del suo team di fidati collaboratori (Serandrei al montaggio, Terzano alla fotografia) e di attori già conosciuti in precedenti esperienze (Pigozzi, Ressel, Righi) per mettere in scena una buona sceneggiatura di Marcello Fondato. L'ambientazione è classica (un atelier d'alta moda), i personaggi "sporchi" come vuole la regola (ognuno ha qualcosa da nascondere), la ricerca dell'assassino affidata ad un ispettore di polizia. Fino a qui niente di nuovo. La mano di Bava invece pian piano prende possesso del film, decostruendo l'intreccio ed amplificando la figuratività del film. Innanzitutto salta completamente la struttura narrativa e la vera suspence "non sta nel temere la morte delle modelle, che è scontata, ma nel sapere quando ricompariranno i loro cadaveri" (Pezzotta). Le violente scene di morte sono il tessuto connettivo di un film non basato su alcuna progressione narrativa quanto su un’involuzione, sulla graduale scomparsa dei personaggi dalla scena. Se la suspence è basata sull'esasperazione della durata, il cinema di Bava è basato invece sul depistaggio. La suspence regge solo su microsegmenti mentre il regista lavora ancora una volta contro le regole elementari del thriller: lo spettatore ha difficoltà nell'identificarsi con un personaggio mentre Bava dissemina trappole figurative e narrative che fanno cadere i sospetti alternativamente su tutti (basti pensare alla scena in cui Tao Li si reca nell'ufficio di Morlachi: è inquadrata in chiaroscuro e si muove con molta calma, tanto da sembrare l'assassino e non la vittima). Scardinata la suspence viene meno anche la figura del poliziotto: vestito come l'assassino, ammantato di un'autorità che non sembra in grado di far rispettare (fornirà lui stesso l'alibi a Morlachi), non giunge a nessuna conclusione perdendo di importanza man mano che il film giunge alla sua naturale fine. Addirittura saranno gli assassini stessi a smascherarsi nel finale e ad uccidersi a vicenda: l'ultima zoomata verso la cornetta del telefono penzolante, al di là della semplice ricorrenza grafica con l'iniziale insegna che cade, è un vero e proprio manifesto dell'etica baviana. La contessa Cristiana non riesce a chiamare la polizia e dunque non riesce a rivelare il movente e l'identità dell'assassino (quella che lo spettatore conosce benissimo): tutto rimane avvolto nel mistero, non c'è una conclusione catartica. Paradossalmente e ironicamente, l'unico indizio utile, il diario di Isabelle, viene bruciato, portando con se tutti i segreti che custodiva. Il regista insiste sull'atrocità dei delitti: il sonoro durante gli assalti dell'assassino è al massimo mentre assai truculento è il "repertorio" dell'omicida (volti bruciati o dilaniati da armi appuntite). Bava mostra insomma la morte al lavoro: i cadaveri compaiono solo in seguito sulla scena, ormai raggelati dal rigor mortis come manichini tumefatti. Indicativo anche il ruolo della colonna sonora: in questo come in molti altri film del regista commenta col suo fraseggio decadente e melodrammatico l'ineluttabilità della morte stessa trasformandosi in un vero e proprio lamento sulla brevità dell'esistenza e sul cinismo del destino. Innovativa anche la raffigurazione dell'assassino (gli assassini, essendo due i colpevoli): in virtù del suo camuffamento (la maschera, l'impermeabile ed i guanti neri) non ha volto, espressione, impronte digitali, forma. E' la morte stessa all'azione, non è più personaggio ma istanza narrativa il cui unico scopo è uccidere: è un elemento che ritroveremo in tutti gli slasher movies americani degli ultimi vent'anni (pensate a Michael Myers o a Jason Vorhees) Bava connota inoltre gli spazi con un uso irreale della luce: se la chiazze di colore de I tre volti della paura erano motivate dall'ambientazione fantastica, qui non hanno alcun significato se non quello di creare un "surrealismo da luna park" (Pezzotta). Innanzitutto constatiamo un cambiamento di illuminazione ogni volta che c'è una situazione di pericolo: mentre solitamente gli ambienti sono rischiarati da luci diffuse quando l'assassino sta per uccidere i contrasti si fanno più evidenti ed il buio cala sulla scena; inoltre le chiazze di colore che Bava fa colare sulla scenografia si intensificano: nella scena dell'omicidio di Nicole, l’appartamento di Franco Scalo è segmentato dai viola, dagli azzurri e da zone d’ombra; abbiamo inoltre un'illuminazione a intermittenza che ricorda quella de La goccia d'acqua, con la fonte di luce (una finestra a forma di occhio) che palpita all'unisono con il cuore della vittima. I colori dominanti sono dunque il viola, l'azzurro e soprattutto il rosso: la morte viene abbellita dalle illuminazioni pop in una vertigine barocca che non è ancora stata uguagliata.
a cura di Marcello Meinero copyright by Marcello Meinero
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