TERRORE NELLO SPAZIO
Nel
1965 il regista Mario Bava dirige quello che può essere considerato ancora oggi
il capolavoro della s.f. italiana: Terrore
nello Spazio.
Girato
con pochissimi mezzi e un budget a dir poco ridicolo, Terrore
nello Spazio è un chiaro esempio di come questo grande autore italiano sia
riuscito a regalarci pellicole memorabili: Mario Bava è stato un regista di
classe, un abile artigiano nel mondo del cinema horror e fantascientifico che,
con pochissimi soldi, riusciva a dare il massimo di se stesso: una limpida
testimonianza di come si possa fare dell’ottimo cinema senza l’ausilio di
miliardi e miliardi come sono invece abituati i signori di Hollywood.
Il
film
Un
gruppo di astronauti a bordo di due veicoli spaziali captano strani segnali
provenienti da “Aura”, un insolito pianeta di un lontano e sconosciuto
sistema ricoperto da una tetra e fitta nebbia.
Inizialmente
le due astronavi orbitano attorno al pianeta per tentare di decifrare i
misteriosi segnali quando, all’improvviso, vengono attirati da un potente
campo di forza che li costringe ad atterrare.
L’equipaggio
della “Argus”, una delle due navi spaziali, perde improvvisamente i sensi,
costringendo il comandante Mark, l’unico ancora cosciente, a un atterraggio di
fortuna.
Quando
la “Argus” atterra sul pianeta i membri dell’equipaggio, una volta
rinvenuti, vengono colti da un attacco di follia e si scagliano contro il
comandante; dopo pochi minuti, però, tornano di nuovo normali. Tuttavia uno di
loro, essendo ancora in preda della misteriosa forma di pazzia, riesce ad uscire
dall’astronave: Mark e i suoi uomini lo raggiungono poco dopo, trovandolo di
nuovo cosciente e constatando anche che l’atmosfera del pianeta, coperto da
fittissimi banchi di nebbia e nuvole di gas, è respirabile.
Nel
frattempo, il radar di bordo della “Argus” rivela la posizione della “Galyous”,
la sua nave gemella. Il comandante Mark e i suoi uomini, avendo appurato
l’impossibilità di decollo della loro nave (una misteriosa forza
gravitazionale la tiene ancorata al suolo), decidono di raggiungere la
“Galyous” a piedi.
Dopo
aver attraversato una palude di fuoco, la “Galyous” viene finalmente
rinvenuta e la scoperta del suo interno è orribile: parte dell’equipaggio,
compreso il comandante, è deceduto, tre uomini (scomparsi misteriosamente)
mancano all’appello e tutte le apparecchiature per il decollo sono andante
distrutte, rendendo così la “Galyous” inutilizzabile.
Mark
comprende quasi subito il motivo dell’inspiegabile follia che ha flagellato il
suo equipaggio: non è infatti stato un caso accidentale ma, bensì, voluto.
I
cadaveri vengono avvolti in sudari di plastica e sepolti sotto mucchi di terra,
con delle strane croci affisse accanto ai tumuli.
Mentre
il comandante e i suoi uomini continuano a esplorare i dintorni, un uomo
dell’equipaggio viene messo di guardia proprio vicino alla “Galyous”.
Durante questo periodo l’uomo si sente chiamare da “qualcosa” e, quando
Mark e gli altri ritornano sul posto, l’uomo è scomparso.
Intanto,
nel luogo della sepoltura, si sta verificando un impressionante evento: i
cadaveri, infatti, tornano misteriosamente in vita e, rompendo le loro
coperture, si inoltrano nelle tenebre.
Durante
il turno di riposo sulla “Argus” il comandante Mark sorprende un suo uomo
mentre tenta di sabotare gli strumenti di volo della nave: è come se fosse
posseduto da un’entità che lo costringe a compiere atti non voluti dalla sua
volontà. Mark e i suoi uomini, ben presto, cominciano a capire che il pianeta
è abitato da esseri intelligenti, capaci di controllare la mente degli
astronauti quando questi dormono o sono in stato d’incoscienza.
Intanto,
gli uomini di guardia fuori dalla “Argus” notano degli inspiegabili globi
luminosi in mezzo alla nebbia e mettono così in allarme l’intero equipaggio:
una delle guardie viene comunque colpita a morte.
Mark
e i suoi uomini, riuniti all’interno dell’astronave, cercano disperatamente
di trovare risposta agli strani fenomeni che stanno accadendo.
Il
giorno dopo, gli astronauti continuano a esplorare i dintorni finché scoprono i
resti di un’astronave di provenienza aliena. Al suo interno viene rinvenuto lo
scheletro di un umanoide di grandi dimensioni.
Dopo
aver esplorato l’intera nave spaziale, Mark e i suoi uomini tornano nei pressi
dell’“Argus” ma, durante il tragitto, vengono avvistati alcuni compagni
dell’equipaggio da loro ritenuti morti. Quest’ultimo straordinario evento
costringerà Mark a disporre nuovi turni di guardia per consentire ai suoi
uomini di riparare la strumentazione di volo della “Argus”, permettendo così
di lasciare al più presto il pianeta. Ma, durante la notte, gli uomini di
guardia scompaiono misteriosamente
e Mark ne sorprende uno mentre tenta di sabotare le apparecchiature di
volo dell’astronave. Ed è proprio in questo frangente che, nel corso di
un’accesa colluttazione, Mark viene a scoprire tutta la verità: il pianeta
Aura è popolato da alieni invisibili ormai prossimi all’estinzione. Essi
hanno bisogno dei corpi degli astronauti per utilizzarli come “involucro” e
dare un nuovo inizio alla loro civiltà.
Seguirà
una dura lotta a base di raggi laser, al termine della quale riusciranno a
salvarsi soltanto Mark e due membri dell’equipaggio.
I
supersiti, una volta saliti sulla “Argus”, riescono a decollare e a mettersi
in salvo. Ma il colpo di scena finale rivelerà che due di loro sono stati
posseduti dalle entità aliene di Aura e che il loro prossimo obbiettivo è…
l’invasione della Terra!
Segreti
e curiosità
Frutto
di una coproduzione italo-spagnola sostenuta anche dalla American International
Picture (la casa produttrice dei film di Roger Corman), Terrore
nello Spazio, come già detto, fu girato con un budget assai ridotto. Bava
non aveva nulla a disposizione: soltanto uno squallido teatro di posa tutto
vuoto che avrebbe dovuto rappresentare il pianeta Aura.
Eppure,
nonostante i pochi mezzi a disposizione e la pressione insistente degli
sceneggiatori della AIP nel pretendere ogni volta le modifiche di molte riprese
per adattare meglio il film al pubblico americano, Bava riuscì a realizzare un
capolavoro che, a distanza di anni, viene ancora oggi apprezzato e acclamato
dalla critica specializzata.
Per
lo scenario del tetro pianeta Aura, Bava utilizzò due grosse rocce di plastica
(erano gli avanzi di un film mitologico) piazzandole proprio in mezzo al set,
mentre per coprire il pavimento sparse qua e là zampironi fumogeni oscurando lo
sfondo dove c’era soltanto una parete bianca. Poi, incredibile ma vero,
semplicemente spostando quelle uniche rocce da un posto all’altro, Bava girò
il film.
Tratto
dal racconto Una notte di 21 ore
(pubblicato nel 1960 dal veneziano Renato Pestriniero sulla rivista Oltre il cielo), Terrore nello
Spazio è una pellicola affascinante, ricca di scenografie futuristiche dove
fantascienza e horror si fondono abilmente, creando una miscela superba che,
oltre ad essere incredibilmente azzeccata, riesce a rimanere assai funzionale
nel creare la giusta tensione.
Non
ci vuole quindi molto a capire che alcune scene dell’ormai famoso Alien
(girato però quindici anni dopo con un budget stratosferico) siano state
rifatte pari pari da Mr. Ridley Scott e compagnia bella e che, quindi, tali
signori si siano permessi di prendere molti spunti dallo stupendo lavoro di
Bava, partorito nel lontano 1965 con estrema meticolosità artigianale.
Per
scrivere il soggetto di Terrore nello
Spazio la produzione si avvalse di ben sei sceneggiatori: oltre allo stesso
Bava, per la cronaca, vi parteciparono anche l’affermato scrittore Alberto
Bevilacqua e il noto critico cinematografico Callisto Cosulich.
Da
notare anche l’ingegnosa furbizia di Bava nel non rivelare per tutto il film
la vera provenienza dei cosmonauti. Lo spettatore, infatti, viene ingannato fino
alle scene conclusive, anche se, da una più attenta visione del film, si può
notare l’ambiguità di certe azioni da parte degli astronauti: il tempo viene
misurato in modo diverso e le croci issate non sono certamente come quelle che
noi conosciamo, senza contare poi che la Terra non viene neanche nominata. Se
vogliamo quindi essere più precisi, il colpo di scena finale si divide in due
differenti fattori assolutamente geniali che lasciano di stucco l’impreparato
spettatore.
In
America il film di Bava venne curiosamente intitolato Planet
of the Vampires perché ritenuto anche un film di vampiri: la scena del
ritorno in vita degli astronauti morti ha colpito molti studiosi di cinema
vampiresco come Alain Silver e James Urini che tra l’altro, nel loro
importantissimo libro The Vampire Film
(New York, 1975), citano il film del regista italiano.
In
conclusione Mario Bava, con questo straordinario film, non solo ha anticipato
diversi temi e situazioni che verranno riproposti nel cinema successivo ma ha
dato anche vita a una nuova, insuperabile e affermata leggenda italiana: la sua.
a
cura di Massimo Ferrara
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