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L'UCCELLO DALLE PIUME DI CRISTALLO Esordio di Dario Argento e film che segna una svolta nella storia del cinema giallo, che il regista contribuirà a rivoluzionare in maniera ancora più radicale con le opere successive. In
un’intervista Argento afferma che il soggetto gli venne in mente mentre si trovava su una spiaggia della Tunisia a prendere il sole. Di sicuro aveva letto il bel romanzo di Fredric Brown “La statua che urla”: l’inizio è molto simile. Così come alcuni particolari della vicenda (qua c’è un quadro, là una statua, ad esempio). Sam Dalmas, il protagonista, è uno scrittore americano di passaggio in Italia.
Con la fidanzata Movita progetta di tornare negli Stati Uniti. Roma è sconvolta dagli omicidi di alcune ragazze. Una sera Sam assiste all’aggressione d’una giovane donna, Monica Ranieri, in una galleria d’arte. L’intervento di Sam salva la vita alla donna, ma l’aggressore riesce a fuggire. La polizia collega l’aggressione agli omicidi. L’ispettore Morosini sospetta proprio di Sam, e gli ritira il
passaporto. Lo scrittore è convinto d’aver visto qualcosa che potrebbe condurre alla scoperta dell’identità del maniaco omicida. Comincia così a indagare, e per due volte sfugge al tentativo di eliminarlo da parte del fantomatico assassino, che intanto continua a uccidere. Il colpevole si rivelerà proprio Monica Ranieri e la soluzione apparirà chiara a Sam quando capirà d’essersi ingannato: la vittima
dell’aggressione era in realtà il vero aggressore. Il meccanismo del giallo classico sta sicuramente stretto a Dario Argento. Dimostra subito d’interessarsi maggiormente all’aspetto visivo (e sonoro), alla frammentazione dello spazio e della materia e d’essere un onnivoro consumatore di cinema. La sua militanza nella critica, il suo essere un critico non elitario, lo porta a fare il regista in maniera
spiazzante. Così il suo stile si forma su modelli eterogenei: Godard e Bertolucci, Leone e Mario Bava, l’espressionismo di Fritz Lang e le pratiche basse, l’avanguardia americana e i film di consumo. “L’uccello delle piume di cristallo” non mette ancora in scena, e in evidenza, la macelleria e i litri di sangue che diventeranno, da “Profondo rosso” in poi, un marchio di fabbrica argentiano. Ma ciò che
colpisce maggiormente del film è il sottile equilibrio/contrasto tra il sadismo e il desiderio di purificazione. Monica Ranieri che impazzisce dopo aver visto un terribile quadro naif dipinto da un ex-pugile, ma la cui causa primaria è la violenza subita quand’era ragazzina. L’ex-pugile, non a caso, ha smesso di creare opere violente e attraversa un periodo mistico. E sempre non a caso, il maniaco viene cercato
tra i pervertiti classici. Mentre l’ispettore Morosini sostiene che forse l’assassino è una persona normalissima, che non sembra affatto un assassino. La normalità <perversa> sarà uno dei temi centrali del cinema di Dario Argento. Indimenticabile il pre-finale, quando la vera colpevole viene arrestata, con Sam immobilizzato, schiacciato sotto un’enorme opera d’arte e la m.d.p. che inquadra
l’assassina da ogni punto di vista e poi alle spalle, quando giungono i poliziotti. Vere scene madri ne “L’uccello dalle piume di cristallo” non ve ne sono, se non il lungo inseguimento centrale e quella splendida in cui Sam cerca la propria fidanzata e giunge nell’appartamento di Monica Ranieri. Ma la struttura del film, pur nel suo essere un oggetto cinematografico per nulla levigato e coerente, mette
subito in risalto lo straordinario, inimitabile talento del giovane regista. Le sue inquadrature portano già la firma d’autore, i movimenti di macchina, ancora non estremi e virtuosistici, sono unici. Da ricordare le carrellate iniziali su Sam che parla con un amico. Poi c’è la capacità di scegliere gli attori giusti, che non sempre capiterà nel prosieguo della carriera. Tra tutti, svetta Enrico Maria
Salerno, sobrio ed efficace come pochi nel tratteggiare l’ispettore di polizia. a cura di Roberto Frini copyright by Roberto Frini
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