|
Michele Soavi: l'erede di Argento
Michele Soavi
testo a cura di Gabriele Saffioti
data di pubblicazione: 29/11/2003 -
copyright by Gabriele Saffioti
Nel
panorama mondiale del cinema di
genere, Michele Soavi merita sicuramente un posto non indifferente. Rivelatosi,
con il suo primo lungometraggio “Deliria” (vincitore nel 1987 della
sezione “paura” al festival francese di Avoriaz), regista dotato di un forte
talento visionario, Soavi si è imposto da subito all’interesse del pubblico e
della critica, soprattutto transalpini e d’oltreoceano. Pensate che Tarantino è
un suo accanito ammiratore e che su sceneggiatura di questo gli è stato proposto
di girare, alcuni anni fa, il film “Dal tramonto all’alba” poi diretto da
Robert Rodriguez.
Formatosi professionalmente con il cinema del
compianto Aristide Massaccesi, alias Joe D’Amato, svolgendo sul set mansioni di
vario genere e recitando spesso e volentieri in alcuni ruoli secondari, Soavi
prima di esordire come regista, ha collaborato come aiuto regista in alcuni film
di Lamberto Bava (“La casa con la scala nel buio”, “Blastfighter”,
“Dèmoni”) e con Dario Argento, dapprima come assistente alla regia per il
film “Tenebre, in seguito come aiuto regista per i film “Phenomena”
e “Opera”, dimostrando di avere ottime capacità tecniche e un personale
gusto per l’inquadratura ( molte inquadrature dei suoi film sono mere
ricostruzioni e omaggi a quadri di pittori famosi quali Bosch, Vallejo, Ernst,
Magritte e Bocklin).
Dopo il successo di “Deliria”, egli è stato
scelto da Argento stesso per dirigere due pellicole horror: “La Chiesa” e
“La Setta”, film di buon successo commerciale che lo hanno consacrato
l’erede del maestro dell’horror di casa nostra (Dario Argento).
Spinto
da ambizioni personali e dal desiderio di staccarsi di dosso l’etichetta di
“erede” del cinema di Dario Argento, Soavi ha spiazzato tutti realizzando il
bellissimo “Dellamorte Dellamore”, film atipico nel suo genere, una
meditazione sul destino e sull’amore, tratto dall’omonimo romanzo di Tiziano
Sclavi, il papà di Dylan Dog.
A ben vedersi questo film, uscito nelle sale nel
1994, è molto diverso dai film precedenti più marcatamente argentiani, non tanto
per lo stile, sempre virtuoso e visionario (più maturo in questo film), ma per
il contenuto lontano dalle tematiche dell’horror tradizionale, e più vicino a un
film noir, nella fattispecie affine al mondo fantastico, surreale e grottesco di
Tiziano Sclavi. Forse anche influenzato dal cinema onirico e demenziale dell’ex
Monty Python Terry Gilliam, per il quale ha diretto alcune scene importanti del
suo “Le avventure del Barone di Munchausen”, Soavi caratterizza in
maniera ancora più forte, si direbbe addirittura sopra le righe, i personaggi
del suo film. Basta citare il personaggio di Gnaghi, compagno e aiutante del
protagonista becchino Francesco Dellamorte, custode del cimitero di Buffalora
(paesino immaginario della Lombardia meridionale), per capire la valenza
caricaturale e simbolica di tutti i personaggi della storia.
Gnaghi è un adulto-bambino, dall’aspetto deforme,
molto grasso, con un’espressione ebete, di età indefinibile e capace di
esprimersi con una sola parola: “gna”, che più che una parola sembra essere un
verso infantile. Egli rappresenta l’ideale complemento di Francesco Dellamorte:
la metà piccola e grassa, che si esprime selvaggiamente, senza paura,
apparentemente stupido, ma in realtà in possesso di una grande intelligenza e
sensibilità, e capace di provare sentimenti puri; attributi che Francesco
Dellamorte non possiede, o almeno ha solo in parte. La complementarità
inscindibile tra i due personaggi, è straordinariamente confermata nella scena
finale, in cui i due si scambiano i ruoli: Gnaghi comincia improvvisamente a
parlare e Dellamorte emette il verso infantile dell’amico. I due personaggi sono
talmente lontani che “si toccano”, così come i temi principali del film: la
morte e la vita, due dimensioni opposte, ma complementari (“…la morte che vive,
la vita che muore…e non hanno mai fine, non hanno mai inizio…”).
Di
primo acchito, il film può sembrare una storia fuori dallo spazio e dal tempo,
dove la logica non ha criterio, dove i morti tornano in vita entro sette giorni
dal decesso, e dove i vivi sembrano comportarsi come degli zombies, come se le
leggi della natura si fossero capovolte trasformando il mondo in un universo
surreale. Ci si diverte a vedere i personaggi muoversi un po’ come marionette in
uno scenario fumettistico che può ricordare una realtà molto vicina alla
nostra…è qui che Soavi, promosso autore a pieni voti, vuole arrivare: alla
desolante e triste condizione sociale dei nostri tempi, nella fattispecie egli
allude al “Bel Paese”: l’Italia; infatti i personaggi del film, Francesco
Dellamorte fra tutti, fanno confusione a distinguere chi è vivo e chi è morto,
esattamente come fanno certi politici nella realtà odierna nostrana (sulla
politica italiana preferisco non pronunciarmi poiché sarebbe fuori luogo).
Soavi, molto intelligentemente cerca di nobilitare, nei suoi limiti, il cinema
di genere, toccando temi e contenuti che apparterrebbero a un cinema più alto,
di un Tarkovskij o di un Kubrick (“Shining” è un modello da seguire),
sostenendo la grande possibilità o meglio il dovere inderogabile che il Cinema
ha di rispecchiare e rappresentare in chiave allegorica la nostra realtà,
diversa a seconda del periodo storico in cui viviamo. Abbiamo molto bisogno di
un cinema così, soprattutto di questi tempi in cui c’è una forte crisi di valori
e dove l’uomo sta perdendo sempre più la propria identità; non importa se sia un
film horror o di guerra, impegnato o di genere, l’importante è che mandi un
messaggio, in una forma di linguaggio non banale così che lo spettatore possa
rifletterci sopra per capire meglio se stesso e il mondo in cui vive.
Michele Soavi, dove sei? Sono più di sette anni che
non fai più un film per il cinema…non rinunciare a mettere in scena i tuoi
sogni, perché costituiscono la tua (nostra) unica verità!
Il ritorno-tv di Michele Soavi
Il buon Soavi non si è dissolto nel nulla, è solo
passato in un’altra dimensione: la più amata dagli italiani, ovvero la tv. Prima
o poi tutti i grandi passano sul piccolo schermo, chi a inizio carriera, chi a
fine carriera, ma il nostro regista è un’eccezione, in quanto, si è trovato in
piena attività e in pieno successo a dover abbandonare il suo più grande sogno:
il cinema.
Le cause possono essere tante più o meno veritiere:
problemi personali legati alla nascita del suo primo figlio, la mancata fortuna
nel trovare finanziamenti per alcuni suoi progetti annunciati (un film
fantastico molto ambizioso dal titolo “I Mangianuvole”), la crisi di idee
(dopo il suo capolavoro “DellaMorte DellAmore” non è riuscito a trovare
una storia valida che continuasse il discorso complesso e profondo intrapreso in
maniera ammirevole con questo suo ultimo film), o semplicemente la crisi del
cinema italiano di genere e non (in quegli anni, ’90, in pieno sviluppo) che ha
inghiottito anche lui nel baratro della inattività professionale. Una
possibilità poteva essere quella di andare a lavorare altrove, negli U.S.A. per
esempio, dove l’industria e il mercato cinematografico sono fervidi e
continuamente stimolati da una enorme richiesta di pubblico. Infatti da lì
proposte gli sono arrivate, e alcune anche interessanti (il film poi diretto da
Rodriguez “Dal tramonto all’alba” è stata un’occasione persa), che non ha
accettato o perché fossero progetti banali o perché hanno avuto anche lì negli
U.S.A. problemi di produzione, bah! Chi lo sa? Fatto sta che Michele Soavi è
rimasto per ben sei anni senza fare un film.
Un vero peccato per un regista di talento come lui
che ha avuto riconoscimenti in tutto il mondo, persino da Martin Scorsese (ha
elogiato il suo “DellaMorte DellAmore”)!
Il
1999 ha segnato il ritorno di Soavi dietro la macchina da presa, ma questa volta
per un film destinato alla tv e targato mediaset. “Ultimo-la sfida” è il
primo di una trilogia su fatti di cronaca, realmente accaduti, che hanno
consacrato uomini semplici, per lo più appartenenti alle forze dell’ordine, al
titolo di piccoli grandi eroi di una battaglia tanto sofferta e sentita contro
l’ingiustizia e la delinquenza nel nostro Paese.
Ultimo è l’ufficiale dei carabinieri che diresse le
operazioni della cattura Del mafioso Totò Riina, interpretato da un Raoul Bova
molto motivato e credibile nei panni di questo personaggio fuori dal comune, un
po’ hippy e con un profondo e radicato senso della giustizia e dell’eguaglianza.
“Uno bianca” racconta invece la storia di un
altro piccolo eroe, questa volta è un poliziotto, interpretato da un bravissimo
e naturale Kim Rossi Stuart, anch’egli ha un radicato senso della giustizia, ed
è ossessionato dalla ricerca della verità. Il male in questa storia veste i
panni del bene ossia dei presunti uomini di giustizia: alcuni poliziotti
corrotti che hanno fatto strage di innocenti attraverso numerose rapine,
rintracciabili solo per l’auto utilizzata nelle loro azioni criminali: una uno
bianca.
Infine “Il testimone” racconta la storia
esemplare di un uomo, testimone di un delitto di mafia, interpretato dal già
collaudato Raoul Bova, che decide di mettere a rischio la propria vita e quella
della sua famiglia a costo di aiutare la vittima innocente figlia dell’ucciso.
Presentando la propria testimonianza alla questura l’uomo proverà su di sé e sui
suoi familiari (la moglie e la piccola figliola) la terribile esperienza alla
quale sono chiamati i testimoni di giustizia: abbandonare il proprio lavoro,
farsi chiamare con un nome falso senza però ricevere subito nuovi documenti, a
cambiare residenza in continuazione senza potere avere nessun contatto con
conoscenti e amici, a vivere una vita in modo non giustificato se si considera
lo sforzo, la volontà, il coraggio, il sacrificio e l’onestà di un uomo che ha
dato un grande esempio a tutti, è stato un modello di comportamento civile e ha
contribuito in maniera determinante a fare giustizia sulla vicenda in cui è
stato coinvolto.
Soavi ha saputo riscattarsi in maniera intelligente.
Ha dato prova di una profonda sensibilità verso temi toccanti e concreti che
assillano da tempo il nostro Paese, del tutto assenti nel suo cinema fantastico,
che guardava a ben altri argomenti. Eppure egli ha saputo abilmente amalgamare
il suo forte talento visionario e registico con storie strettamente legate alla
realtà, alla cronaca triste e crudele della quotidianità, nobilitando in
maniera esemplare, molta della nostra fiction televisiva sicuramente priva di
quel tocco cinematografico che la renderebbe certamente più vincente. Questi
suoi film-tv costituiscono, onestamente, il frutto di una maturità totalmente
raggiunta, per cui tutti questi anni trascorsi nel silenzio, fanno pensare a un
grande lavoro che il regista a fatto su di sé, interiormente, per cercare una
motivazione forte che lo spingesse a tirare fuori quello che di importante, in
questo momento della sua vita, aveva da dire, e ci è riuscito con grande
riconoscimento ed entusiasmo di tutti. Il suo stile si avverte nelle sequenze
d’azione e di suspense, e soprattutto in quelle (non molte, ma indimenticabili )
oniriche che ossessionano e angosciano i protagonisti delle tre storie. Un salto
di qualità evidente è stato fatto passando dalla regia di “Ultimo-la sfida”
alla regia di “Uno bianca”, quest’ultimo sicuramente il più riuscito dei
tre grazie anche all’ottima sceneggiatura e all’affascinante e intrigante storia
trattata. Una nota di rilievo e di entusiasmo personale, devo fare a “Il
testimone” perché ho rivisto, soprattutto nella prima puntata, il fascino
visivo caratteristico del genere più amato da questo regista, appunto quello
fantastico, che mi ha fatto ricordare, con un po’ di nostalgia, alcuni tra i
suoi film più belli (almeno visivamente), potrei citare tra questi “La Setta”
e l’ormai osannato “DellaMorte DellAmore”.
Dopo aver dato prova di sé, riscuotendo anche in tv
notevole successo, mi chiedo che cosa Soavi vorrà fare nel prossimo futuro:
regalarci un attesissimo film per il cinema o propinarci una lunga serie di
film-tv pur sempre godibili e sicuramente di grande impegno sociale e morale?
Credo che sia importante per lui, ma anche per il
cinema italiano, tornare a fare un film per il grande schermo. Il Cinema, quando
è arte, offre la possibilità di esprimersi liberamente, senza falsi pudori e
schemi rigidi da rispettare; consente al regista, soprattutto se è anche autore,
di sfogare le proprie passioni e fantasie, instaurando discorsi che sarebbe
impossibile proporre in un contesto controllato e censurato come è quello
televisivo.
Michele Soavi…dai libero sfogo alle tue fantasie e
ai tuoi sogni, torna a fare cinema!
FILMOGRAFIA ESSENZIALE DEL REGISTA:
1985 Dario Argento’s World of Horror (documentario)
1987 Deliria
1989 La Chiesa
1991 La Setta
1993 Dellamorte Dellamore
1999 Ultimo-la sfida (serial televisivo)
2000 Uno bianca (serial televisivo)
2001 Il testimone (serial televisivo)
|