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Bagno di servizio
racconto fantastico
scritto da Simona Cremonini
data di pubblicazione: 19/01/2004 -
copyright by Simona Cremonini
RACCONTO SELEZIONATO (2° POSTO) PER IL
CONCORSO PREMIO NARRATIVA GHoST 2003
Alcune
settimane fa, trascinate dalla forte passione comune per la lettura, mi
sono recata con un’amica a Chiari, in provincia di Brescia, per una
rassegna di argomento letterario. Abbiamo pranzato in un bar sulla
statale, dove una curiosa vetrinetta all’interno del locale dava la
possibilità di comprare oggetti dimenticati da altre persone di passaggio;
mi sarebbe piaciuto comprare un bellissimo ombrello con dei gattini sopra,
ma alla fine ho preso per pochi euro un libro di poesie di una ragazza di
Modena che l’aveva presentato il giorno prima nel corso della rassegna.
Sulle ultime pagine bianche, dedicate alle riflessioni indotte dal libro,
un burlone ha scritto con mano malferma le righe che seguono. So che si
tratta di uno scherzo di cattivo gusto, eppure continuo a pensare a quell’ombrello
e al fatto che io e la mia amica in bagno ci siamo andate insieme……
Chiari, 8
Novembre 2003
Mi chiamo Marco Barlottini e
lascio questo diario perché ho deciso di andare in bagno.
Cielo, se rileggo la frase che
ho appena scritto non riesco neppure io a credere all’incubo che sto vivendo!
Eppure sono qui, appoggiato al tavolino di un bar, a scrivere di fatti che mi
appaiono incredibili.
Un’ora fa eravamo tutti in
questo stesso piccolo caffè, contenti perché Sandra, una nostra amica, ha appena
pubblicato la sua prima raccolta di poesie. Scrive da quando era bambina e
pubblicare è stata la realizzazione di un sogno materializzatosi dopo anni di
contatti e di tentativi con le case editrici.
Finalmente “Aquiloni” è stato
stampato e presto sarà nelle librerie. Proprio per questo siamo venuti fino a
Chiari, alla rassegna della microeditoria italiana. C’è stata una presentazione
ufficiale al pubblico e abbiamo voluto essere vicini alla nostra amica, che è
tanto sensibile quanto riservata. Abbiamo creduto importante mostrarle che le
siamo vicini e abbiamo cercato di farle coraggio perché avrebbe dovuto parlare
in pubblico e sapevamo che avrebbe avuto una paura immensa di affrontare questa
esperienza.
Quanto eravamo affiatati!
Eravamo pronti a esserle tutti attorno mentre realizzava un sogno, terrorizzata
di non trovare le parole o di non riuscire a rispondere alle domande del
pubblico. Eppure la presentazione è stata un gran successo.
Purtroppo non posso dire lo
stesso della decisione di pranzare in questo piccolo bar.
Oggi piove e c’è molto vento,
quindi, quando siamo usciti dalla antica villa dove si svolge la manifestazione,
abbiamo deciso di pranzare nel locale più vicino che siamo riusciti a trovare
per non dover fare molta strada a piedi e finire bagnati come pulcini. L’Alfa di
Alessandro è parcheggiata piuttosto lontano, perché non conoscendo il paese non
si è fidato di lasciare l’auto da poco acquistata parcheggiata sul ciglio della
statale come abbiamo visto fare a tanti altri visitatori. Perciò era molto più
conveniente fermarci qui a mangiare, perché arrivare fino alla macchina avrebbe
finito per inzupparci di pioggia.
Il bar è un locale abbastanza
vecchio. Dalla forma esterna sembra un grosso chiosco per i giornali, una specie
di bungalow azzurrognolo e dal colore arrugginito. Dentro sembra una vecchia,
piccola osteria. Entrando, sulla sinistra c’è una bizzarra piccola vetrina con
degli oggetti di tutti i tipi in vendita. E’ curioso, perché un piccolo cartello
indica che sono gli oggetti dimenticati nel bar dalle persone di passaggio, che
non sono tornate a prenderli. Ci sono degli ombrelli, accendini, portafogli,
portachiavi, un paio di pupazzi di peluche, una camionetta giocattolo dei
pompieri, alcuni pacchetti di sigarette di varie marche e un libro di Camilleri
in edizione economica.
Appena di fianco, alla parete
sono persino appesi indumenti di abbigliamento, tra cui una giacca di pelle nera
da cui Paola non è riuscita a staccare gli occhi per un po’, data la sua
passione per l’abbigliamento usato.
Sulla parete di fronte
all’ingresso ci sono delle scansie con merce nuova, non usata: giocattoli,
cartoline, bigliettini d’auguri, portachiavi; evidentemente le cose dimenticate
non sono sufficienti per fare business.
Entrando, siamo rimasti stupiti
che il locale fosse vuoto, visto che si stava svolgendo una manifestazione
importante a poca distanza, però non ci è dispiaciuto proprio del tutto starcene
da soli in santa pace. Abbiamo potuto utilizzare due dei piccoli tavolini e
sederci comodi. Abbiamo ordinato panini e tramezzini e da bere, e proprio allora
è cominciato tutto. Alessandro ha chiesto dov’era il bagno.
Il barista, un uomo anziano che
pareva un po’ assente di mente, ha spiegato che non c’è un bagno interno, ma
solo il bagno di servizio, due porte più avanti a lato del bar, dopo la porta
della cucina. L’ha guardato con uno sguardo da pazzo e gli ha chiesto se era
sicuro di dover andare in bagno. Alessandro ha risposto sghignazzando che sì,
aveva proprio bisogno di farlo. Abbiamo riso tutti per lo strano comportamento
del vecchio, che ha aggiunto di dovergli consegnare una chiave perché non lascia
mai quella porta aperta.
Ho capito cosa intendeva dire.
Il servizio ha una porta esterna, laterale rispetto al bar e nascosta dalla
strada. Sembra, entrando, un ripostiglio per attrezzi, anche perché c’è una
specie di falciatrice a mano appoggiata contro la parete di fronte alla porta.
Si entra in questo piccolo ambiente e sulla destra, dopo nemmeno due metri, c’è
una porta che conduce in un piccolo locale che ospita un vespasiano e un
lavandino. E’ una di quelle latrine che persino nelle favelas si proverebbe
repulsione a usare; eppure non c’è altro, e per fortuna non è necessario sedersi
su un appoggio comune, ma solamente chinarsi perché non c’è un water ma sono un
gabinetto a terra. Ho immaginato che la decisione di chiudere a chiave fosse una
maniera per impedire che qualche drogato finisse per occupare il bagno per
bucarsi, ma in quel momento le parole del vecchio sono risultate un po’ tetre.
Paola ha chiesto a bassa voce ad
Alessandro se poteva andare per prima in bagno, visto che probabilmente aveva,
come lo ha definito lei, “un problema femminile”.
Katia si è offerta di
accompagnarla, visto che aveva degli assorbenti nello zainetto. Così le abbiamo
viste uscire insieme dalla porta da cui siamo entrati.
Ale si è avvicinato e mi ha
detto, facendomi ghignare, che se fossimo andati in cucina, avremmo visto il
vecchio che spiava da un buco fin dentro il bagno, come Norman Bates in
Psycho.
Poi ha aggiunto, con un’aria da finto saputello, che forse poteva evitarsi il
disturbo chiedendo a me se Katia fosse una visione per cui valeva la pena di
rischiare di essere denunciato come guardone. Al che il mio sorriso da sornione
è svanito e gli ho detto bruscamente che non erano affari suoi; mi sono
rabbuiato perché da alcune settimane circolano nella nostra compagnia strane
voci riguardo me e Katia; in realtà siamo usciti noi due da soli un mercoledì
sera, ma a parte il bacio della buonanotte non è successo nulla. E da allora lei
sembra evitare in tutti i modi di stare sola con me, forse per non parlare di
quel bacio molto tenero che ci siamo scambiati sulla porta di casa sua quando
l’ho riaccompagnata.
Katia e Paola sono tornate dal
bagno dopo alcuni minuti.
Abbiamo mangiato, sotto gli
occhi artificiosamente distratti del barista, che non abbiamo fatto fatica a
ribattezzare “caro vecchio Norman”.
Finito il suo panino, dopo aver
pagato, Alessandro ha detto che non poteva aspettare oltre per pisciare. Ha
fatto un cenno molto appariscente al barista per farsi riconsegnare le chiavi e
a me ha detto che, seppur distante, avrebbe anche fatto un salto fino alla
macchina perché aveva finito le sigarette e in macchina ne aveva un pacchetto di
scorta.
Ho ordinato un caffè e mi sono
messo a rileggere alcune poesie dal libro di Sandra, di cui avevo una copia con
me. Le ragazze chiacchieravano tra loro guardando i biglietti di auguri.
Dopo una decina di minuti mi
sono reso conto che Alessandro si era tenuto le chiavi del bagno senza
restituirle prima di andare fino alla macchina. Paola ha detto che aveva appena
avuto un altro allarme dalle sue “parti basse” e ha aggiunto che probabilmente
il solito vecchio Ale aveva lasciato le chiavi appese alla porta del bagno,
fregandosene dell’accortezza del vecchio nel chiudere sempre la porta. Così è
uscita di nuovo, rasentando il muro per evitare la pioggia battente e arrivare
al bagno. Io e Katia siamo rimasti soli nel locale. C’era solo il vecchio,
misteriosamente occupato in piccole mansioni da barista, tipo asciugare i
bicchieri o lavare le stoviglie, e così, posando il libro, ho buttato lì a Katia
un commento su una delle bancarelle di presentazione di un editore, perché la
tensione di essere soli dopo queste ultime settimane sembrava, come direbbe uno
scrittore, che si potesse tagliare con un coltello.
Dopo un po’ di conversazione,
Katia ha ricordato a entrambi che Paola non era ancora uscita dal bagno e ha
detto che voleva andare a vedere se era successo qualcosa.
Avrei voluto dirle qualcosa tipo
“no resta, parliamo di quel bacio, perché mi piaci davvero” ma c’era Norman che
da solo rendeva l’atmosfera tanto lugubre da non sentirmela di affrontare un
argomento delicato. E lei mi piaceva davvero tanto….
Ora mi accorgo che uso il
passato per parlare di lei; eppure solo un’ora fa eravamo tutti e quattro qui
insieme.
Comunque, ho visto uscire anche
lei dal locale e sono rimasto solo, con il barista.
Dopo una decina di minuti
trascorsi a fissare il libro e a pensare a come fare per chiarire con Katia, ho
capito che c’era sul serio qualcosa che non andava. Katia e Paola, nel lasso di
tempo trascorso, avrebbero potuto fare tutto quello che potevano aver da fare
almeno due volte, e Ale sarebbe già dovuto tornare dalla macchina da un po’.
A quel punto un signore è
entrato nel locale e ha ordinato un panino e da bere. Ha anche chiesto dov’era
il bagno. Il barista gli ha indicato di passare fuori, rasentando il muro per
evitare la pioggia, e gli ha detto che probabilmente la porta era aperta,
guardandomi di sottecchi.
“Mi scusi”, ho chiesto allo
sconosciuto appena arrivato, “non ho visto tornare due mie amiche dal bagno, le
dispiace se vengo con lei?”
Quello mi ha squadrato e,
intuendo che ero inoffensivo, mi ha detto che non c’era alcun problema se volevo
che dessimo un’occhiata insieme. Norman mi ha guardato storto, e sono uscito con
il nuovo arrivato. Arrivato davanti alla soglia del bagno, ho visto a terra la
chiave della macchina di Ale. Mi sono sentito ancora più inquieto. Siamo entrati
nel gabinetto insieme, ma non c’era altra traccia né delle mie amiche né di
Alessandro.
A quel punto sono uscito,
lasciandolo a fare i suoi bisogni in pace, da solo.
Ho pensato di tornare alla
macchina, anche se non capivo come Ale avesse potuto andare fin là, senza
chiave, o per lo meno non tornare nemmeno indietro per recuperarla se l’aveva
persa.
Ero spaventato perché non capivo
dove fossero finiti tutti. Sono rientrato nel bar, dando uno sguardo
interrogativo in giro, ma c’era solo il barista che asciugava delle stoviglie.
Ho quindi deciso di provare
comunque ad andare fino alla macchina. Ho preso l’ombrello, che ancora era
appoggiato a terra nel bar, e ho infilato il libro sotto il giaccone. L’ombrello
giallo di Katia e quello con i gattini di Paola erano ancora posati a terra. Mi
sono chiesto dove potessero essere andate sotto la pioggia battente. Ho chiesto
al barista se per caso fossero rientrate mentre io ero in bagno, ma quello ha
fatto spallucce e mi ha ignorato.
Frustrato, sono uscito dal bar.
Speravo di incrociare i miei amici tornando alla macchina e mi sono incamminato
lungo il viale alberato che porta al parcheggio del teatro, dove Ale ha
parcheggiato questa mattina. Ma una volta arrivato lì ho visto l’Alfa grigia
sotto la pioggia battente nella stessa identica posizione in cui era l’ultima
volta che ne siamo scesi; intorno non c’era nessuno.
Non sapevo cosa fare. Non sapevo
come spiegarmi queste sparizioni. E perciò ho fatto l’unica cosa sensata che mi
restava da fare: sono tornato al bar ad aspettarli.
Sono entrato dalla porta
d’ingresso. Posati a terra c’erano ancora gli ombrelli delle mie amiche.
I miei jeans erano inzuppati di
pioggia e i miei capelli erano mezzi bagnati. E’ stato allora che ho notato
l’ombrello e la ventiquattrore dello sconosciuto accompagnato in bagno nemmeno
un quarto d’ora prima. Ho avuto veramente paura. Paura per la sorte dei miei
amici. Paura per lo sconosciuto amichevole che non è più tornato dal bagno. E il
vecchio barista ancora taceva, proseguendo con le sue mansioni.
Non ce l’ho fatta più. Mi sono
messo a urlare, ma lui è rimasto impassibile. Non ha parlato, non ha detto
nulla, non ha dato alcuna spiegazione, soprattutto è stato imperterrito: la
sparizione di quattro clienti nel giro di neanche un’ora non lo ha nemmeno
scalfito!
Per questo ho deciso di mettermi
a scrivere. Ho aperto il libro di Sandra, che ho tenuto sempre con me, alle
ultime pagine, dove ci sono delle pagine libere e tanto spazio per scrivere.
Dovrei trovare qualcuno che venga in bagno con me, ma sono certo che se ci
andassi con qualcuno non troverei alcun capo a questo mistero, visto che le
ragazze sono tornate insieme la prima volta che sono andate in bagno e quando io
stesso sono entrato con lo sconosciuto non ho trovato che un gabinetto. Per
sapere cosa è successo devo andarci da solo, come sole erano le persone che sono
scomparse quando ci sono andate.
Ma non potevo farlo così, senza
dire nulla a nessuno, senza lasciare una flebile traccia. Forse il libro sparirà
quando varcherò la soglia del bagno, però ho la speranza che resti su questo
tavolino e possa essere letto da altri, o almeno che finisca in quella
vetrinetta, a destra dell’entrata. In cui temo finiranno gli ombrelli delle miei
amiche e il mio. Perché ora sospetto che gli oggetti che contiene non siano gli
oggetti dimenticati nel bar dalle persone di passaggio, che non sono tornate a
prenderli. Sospetto che quelli siano gli oggetti delle persone che sono andate
in bagno da sole.
Perciò mi appresto ad andare in
bagno. E spero, più tardi, di poter fare una bella risata con i miei amici,
mentre rileggiamo insieme questo sciocco racconto.
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Simona Cremonini
Simona Cremonini (memnoch@tiscalinet.it)
è nata il 23 febbraio del 1979 e vive tra la provincia di Mantova e la
casa estiva sul lago di Garda; l'amore per la scrittura è cominciato
nel 1998, quando scrisse il suo romanzo "Il visitatore notturno"
(pubblicato a puntate su Internet) nella stazione dei treni di Verona,
nella sala d'attesa, invece di frequentare l'università come pensavano
tutti gli altri..... Dopo il romanzo, ha continuato a scrivere,
pubblicando racconti "in giro per Internet" e partecipando ad alcuni
concorsi. Ovviamente ha lasciato l'università e lavora, anche se non
ha ancora trovato un'occupazione che le faccia mettere la testa a
posto. Forse è anche per questo che ogni anno, durante la notte di San
Lorenzo, alle stelle cadenti, esprime sempre lo stesso desiderio:
diventare una scrittrice a tempo pieno e quindi non doversi più
preoccupare di fare anche un altro lavoro per vivere. Ama i gatti e la
letteratura horror. E' un'ammiratrice di Anne Rice, Isabella
Santacroce e Sheryl Crow.
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