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Chiaro di luna
racconto fantastico
scritto da Enrico Luceri
data di pubblicazione: 02/04/2004 -
copyright by Enrico Luceri
-Che
programmi idioti, vorrei proprio sapere cosa paghiamo a fare il canone-
con una smorfia di disgusto, il vecchio spegne il grande televisore a
colori spingendo il pulsante del telecomando, che posa sbuffando sul
tavolo di legno, accanto al piatto fondo nel quale nuotano alcuni
rimasugli della minestra che ha appena finito di consumare svogliatamente.
Si alza allontanando rumorosamente la sedia
con il sedile impagliato e si dirige verso la cucina, il bicchiere di
vetro scuro stretto nel pugno. Lascia scorrere qualche minuto l’acqua nel
lavello prima di riempire il bicchiere. La sorseggia lentamente, come
fosse vino d’annata.
-Che schifo, sempre questa puzza di cloro. Devo
ricordarmi di comprare una bottiglia di minerale, la prossima volta che esco a
fare la spesa- nauseato, getta l’acqua rimasta nel lavello, quindi si volge
verso il vecchio frigorifero e lo spalanca. Dentro, solo qualche frutto, un
barattolo di conserva aperto ed una scatola di dadi da brodo. L’uomo osserva
perplesso quel panorama desolato, una mano appoggiata sullo sportello del
frigorifero e l’altra nella tasca della vecchia vestaglia di seta blu scucita
qua e là. Infine, allunga una mano ed afferra una mela. Sospirando, torna a
sedersi al tavolo e comincia a sbucciare il frutto. Ne taglia le fette in pezzi
più piccoli che infila in bocca cautamente. Quando comincia a masticarne uno,
una smorfia di dolore gli contrae il volto rugoso.
-Ahi, -geme, portandosi una mano alla guancia -la
dentiera ha ripreso a farmi male, -stringe le labbra rabbiosamente e si infila
in bocca un altro pezzo di mela -devo proprio tornare dal dentista.
Quando si rende conto di non farcela, con gesto
brusco accantona gli spicchi rimanenti in un angolo del piatto, quindi si alza
puntellandosi con i palmi delle mani sul piano del tavolo che scricchiola
leggermente.
-Maledetta vecchiaia, che brutto restare soli- si
aggiusta gli occhiali sul naso sottile ed afferra i due piatti della sua magra
cena, posandovi sopra cucchiaio, coltello e forchetta. Posa tutto nel lavello
con malagrazia. Quando solleva la testa osserva con indifferenza i vecchi
pensili bianchi ormai scuriti dal tempo, la lavastoviglie che non funziona più
da un anno, e che lui non ha interesse a far riparare, il vecchio frigorifero ed
il piano cottura i cui fornelli sono circondati da macchie di unto rappreso.
-Maledetta vecchiaia- inveisce nuovamente l’uomo
mentre spegne la luce della cucina e torna nel tinello, illuminato da un
lampadario che fissa con astio, ricordando che fu acquistato da sua moglie.
Scuote la testa, biascicando un’imprecazione.
Quando si lascia cadere pesantemente in una vecchia
poltrona foderata in tessuto scozzese si accorge che il gattone bianco e nero lo
fissa immobile dall’angolo opposto della stanza.
-Beh, cos’hai da guardare? -si rivolge sprezzante al
felino -non ti è bastato quello che ti ho dato da mangiare? Dovrai arrangiarti,
come faccio io, visto che la tua padrona è morta.
Osserva con il volto tirato un portaritratti
d’argento posato sul tavolo di legno: nella fotografia, una donna bionda e
sorridente, affacciata da un balcone fiorito, montagne e prati verdi sullo
sfondo. Ha gli occhi azzurri ed i capelli ripartiti in due bande ai lati delle
tempie, come andava di moda negli anni sessanta. Per qualche istante, il volto
dell’uomo anziano sembra piegarsi alla tristezza.
-Perché mi hai lasciato? E pensare che ti avevo
scelta tanto più giovane di me, contando che ti prendessi cura della mia
vecchiaia, e invece eccomi qui, solo e abbandonato.
Il gatto si stira pigramente, allungando le zampe
anteriori, quindi si acciambella sul pavimento del tinello, sempre fissando con
i suoi occhi gialli l’uomo seduto in poltrona.
-E invece ti sei ammalata, e in capo ad un anno mi
hai lasciato. Perché è così, non c’è niente da fare, il problema non è di chi
muore, ma di chi resta- convinto del suo punto di vista, si alza dalla poltrona
e gesticolando, come parlasse ad un immaginario interlocutore, si dirige verso
la fotografia e la solleva, avvicinandola al viso.
-Com’eri brava, mi assistevi proprio come si deve.
Quanto mi manchi! -un lembo della cintura della vestaglia pende verso il gatto
bianco e nero che pare non accorgersene.
-Eri brava, ma anche tanto ingenua, e romantica,
troppo- adesso il tono del vecchio è tornato rabbioso, le dita strette al bordo
della cornice. -Bisogna andare d’accordo con i figli, dicevi, se no che li
abbiamo messi al mondo a fare? E no invece. Tu ragionavi cosi perché in fondo
sei sempre rimasta una massaia, mentre io, che sono stato un’autorità, -e nel
dire ciò con tono sprezzante pare alzarsi sulla punta delle pantofole stinte,
malgrado la sua bassa statura -la pensavo diversamente.
Posa il portaritratti sul tavolo, solleva il capo
pendente della cintura e se la annoda con forza.
-E no, proprio no. Cosa hai detto, quando stavi per
morire, che volevi lasciare tutti i tuoi beni a nostro figlio? Ebbene, io mi
oppongo, niente da fare. E siccome la legge mi dà ragione, si dividerà a metà,
io e lui. Niente regali, no di certo- con un sorriso di soddisfazione, si
stropiccia le mani pallide, violacee sulla punta dei polpastrelli.
Il gatto bianco e nero si è improvvisamente destato
alle ultime parole del vecchio, quasi ne avesse compreso il significato. Seduto,
il pelo ritto, le orecchie tese e quegli occhi gialli spalancati, pare incutere
una certa, inspiegabile inquietudine nell’uomo con i capelli bianchi.
Il felino comincia a soffiare, i lunghi denti
anteriori che spuntano come piccole zanne dalla gengiva rosea: sembra volersi
difendere da qualche gesto ostile, e per coincidenza proprio in quell’istante il
vecchio comincia a tossire, sempre più rumorosamente, la mano schiacciata sui
bronchi a comprimere il dolore.
Dopo qualche istante, con il respiro corto e le
lacrime che spuntano dagli occhietti marrone, si appoggia alla parete del
tinello, sfiorandone con le dita la carta da parati a fiori ormai stinti ed in
alcuni punti consumata e lacerata.
-Mi dicevi che dovevo curarmi la bronchite, che
dovevo controllarmi la pressione, che le dita erano viola, -osserva con scherno
la punta dei polpastrelli -sintomo di cattiva circolazione, di non dimenticarmi
le medicine per la prostata, e certo lo facevi per affetto, come meritavo. E
invece sei morta tu, a cinquantotto anni, e io, a settantadue, nonostante gli
acciacchi posso tirare avanti- si volta di scatto, il volto tirato e le mani che
tremano per la rabbia, il rimpianto per la moglie perduta spazzato via da un
astio che monta dentro di lui come una marea.
-Niente, non gli darò niente della mia parte-
borbotta tossendo, mentre si dirige verso il corridoio buio- l’eredità va
spartita, lo dice la legge, è dalla mia parte. Mio figlio non vuole vedermi più?
Poco male, farò a meno di lui.
Il gatto bianco e nero lo segue a passi felpati,
tenendosi a distanza di sicurezza dalle logore pantofole del vecchio, che nel
frattempo è entrato nel bagno. Geme per il bruciore alla prostata, appoggiato al
vecchio water di porcellana ormai ingiallita ed incrostata dal tempo.
Quando si solleva e si volta, soffocando il dolore
ed un’ennesima imprecazione alla vecchiaia, vede il felino che lo fissa dalla
soglia.
-Ma che diavolo vuoi da me, bestiaccia? Non lo
capisci che non sono la tua padrona, che da me non ti devi aspettare nulla?
Avanza verso la porta a passi pesanti, gesticolando
sempre più infervorato, tanto che l’animale ritiene più prudente battere in
ritirata verso la camera da letto.
Il vecchio si appoggia al lavandino, si sfila gli
occhiali dalla pesante montatura e si ficca due dita in bocca per estrarne
cautamente la dentiera, che posa in un bicchiere in precario equilibrio sul
ripiano dello specchio. Sospira di sollievo, poi apre il rubinetto e lascia
cadere dell’acqua sulle mani a coppa, con cui si sciacqua la bocca dalle gengive
doloranti. Osserva nello specchio polveroso il proprio viso stanco: la pelle
rugosa, gli occhietti infossati, i capelli bianchi pettinati all’indietro e la
bocca dal taglio sottile. Scrollando il capo, solleva con fatica il busto:
-La vecchiaia è la fine di tutto, altro che. Si
muore, e finisce lì. La povera Anna, invece, -si volge verso la parete alle sue
spalle, come pensasse di dialogare direttamente attraverso il muro con la
fotografia nel portaritratti dalla cornice d’argento -negli ultimi tempi si era
fissata addirittura sulla reincarnazione, lei che era abituata ad andare in
chiesa tutte le domeniche. Bah, come se si potesse ritornare a vivere, che so
io, in un animale. Stupidaggini! -un improvviso colpo di tosse pare squassargli
il petto. L’uomo resta per qualche istante senza respirare, gli occhi sbarrati
che lo fissano muti dallo specchio, la pelle color corda e la bocca spalancata
alla disperata ricerca d’aria. Dopo qualche istante sente che l’ossigeno torna
ad affluire regolarmente nei suoi polmoni, sempre di più, tanto da potersi
avvicinare a passi incerti alla camera da letto.
-Devo resistere, maledizione, almeno fino a domani.
Devo farcela, domattina andrò all’Ufficio del Registro per la successione, è
l’ultimo giorno utile e non posso mancare. Così finalmente sarà tutto ufficiale,
e mio figlio avrà quello che si merita- gesticola nervosamente, mulinando le
mani come volesse sferrare un pugno verso un immaginario bersaglio. Quando entra
nella camera da letto e vede il gattone bianco e nero placidamente accoccolato
sul lenzuolo matrimoniale, dalla parte in cui dormiva sua moglie, non trattiene
un urlo di irritazione.
-Via di là, bestiaccia, fila immediatamente.
Il gatto balza con insospettabile agilità e si
nasconde prudentemente sotto le reti di metallo del vecchio letto di ferro,
quindi sguscia via dalla porta socchiusa della camera.
Borbottando, il vecchio si sfila la vestaglia che
lascia cadere su una bassa poltroncina rivestita in tessuto giallo. Si aggiusta
il pigiama color salmone e solleva il lenzuolo, ma quando sta per sedersi sul
letto si accorge di avere la lingua impastata e la bocca amara.
“Sono i pensieri- riflette sospirando -mi fisso
troppo sulle mie disgrazie.”
A passi pesanti percorre il corridoio ed il tinello
fino alla cucina: il gatto, nascosto dietro la porta del bagno, sorveglia con
circospezione i movimenti del vecchio, che dopo qualche istante compare con un
bicchiere pieno a metà d’acqua stretto nel pugno. Mentre passa davanti al bagno
l’uomo si accorge che il premito alla prostata sta diventando insopportabile.
Sbuffando, si affretta a posare il bicchiere sul piano di marmo del comodino,
pronto a correre in bagno, quando con sua grande meraviglia il fastidio
scompare, come dissolto nell’aria.
-Che strano, -borbotta, grattandosi i capelli
bianchi -non era mai successo. Meglio così.
Si accerta che la porta della stanza sia chiusa, in
modo che il gatto non debba salire sul letto durante la notte, quindi spegne la
luce del lampadario e si stende supino.
-Povera Anna, -mormora scuotendo il capo, mentre
fissa la luce incerta del lume sul comodino -come hai potuto, proprio tu così
intelligente, credere alla reincarnazione. Si vede proprio che negli ultimi
tempi non riuscivi più a riflettere, anzi, a pensarci bene, sarà proprio per
questo che hai detto di voler lasciare tutto a nostro figlio. Sì, è così, era la
malattia che…-l’uomo sbadiglia rumorosamente, si sfila gli occhiali e li posa
accanto al bicchiere dell’acqua. Quindi spegne il lume sul comodino.
-Devo cominciare a pensare ad un’altra moglie, è
necessario trovare qualcuna che si prenda cura di me. Vediamo, -un altro
sbadiglio, le palpebre che diventano pesanti -ci sarebbe quell’amica di Anna,
vedova, di mezza età, potrebbe andare bene, però non ha problemi economici,
perché dovrebbe venire ad assistere me? No, non va.
Si rivolta nel letto ed in quell’istante crede di
vedere sulla soglia gli occhi del gatto che luccicano nel buio. Di scatto, si
solleva ed accende la luce del comodino: la stanza da letto è deserta e la porta
è rimasta chiusa.
-Bah, sono stanco. Adesso devo dormire, domani
voglio essere in forma, mi aspetta la pratica della successione. Alla moglie ci
penserò dopo, prima è meglio…-senza accorgersene sprofonda nel sonno, con la
netta sensazione che la donna della fotografia possa sentire il suo mormorio
biascicato:
-Dicevi che mi avresti impedito di fare del male a
nostro figlio ma è stato tutto inutile, Anna, niente me lo impedirà. Domani
andrò per la successione e…
Forse è passato qualche minuto, o forse delle ore.
L’uomo dorme profondamente, la bocca aperta ed il respiro regolare quando
qualcosa cade pesantemente sul letto e lui si sveglia di soprassalto, indeciso
se essere atterrito o irritato.
-Cosa diavolo…-a tentoni, la mano cerca e trova
l’interruttore del lume e la luce fioca illumina il letto matrimoniale: il gatto
bianco e nero è seduto fra le sue gambe, impassibile, gli occhi gialli fissi in
quelli sbarrati dell’uomo.
-Ma come accidenti ha fatto a entrare? -si aggiusta
di sghimbescio gli occhiali sul naso, freneticamente, colto dal timore che dei
ladri siano penetrati in casa, ma il corridoio ed il bagno sono immersi nel
buio. Nessun rumore dal resto della casa. Con un gesto di stizza allontana il
felino, che scivola sotto il letto silenziosamente. Sbuffando, il vecchio si
appresta ad alzarsi per cacciare l’intruso e controllare la porta quando sente
prepotente riaffacciarsi il premito alla prostata.
-Maledizione, ancora- si siede sul bordo del letto,
mentre i piedi indolenziti cercano la punta delle pantofole. Scosso da un colpo
di tosse, si porta una mano davanti alla bocca, ma il gomito urta il lume che
cade in terra: lo scoppio della lampadina sembra quello attutito di un
mortaretto.
Masticando un’imprecazione, il vecchio inveisce a
voce alta contro il gatto, nascosto, a sua insaputa, a pochi centimetri dalle
sue gambe coperte di vene bluastre.
-Per fortuna che io sono previdente, io le cose le
capisco a volo- afferra il pomello del cassetto del comodino e lo apre quel
tanto che basta per introdurvi una mano, che annaspa alla ricerca di una vecchia
candela e dei fiammiferi. Con cautela, estrae un cerino e lo accende sfregandolo
sulla fettuccia della bustina, quindi avvicina la fiammella allo stoppino della
candela. La luce, dapprima esitante, dopo qualche istante sembra così vigorosa
che l’uomo accenna un passo, spinto da quel premito al basso ventre che ora è
insopportabile, ma un ostacolo imprevedibile gli fa perdere repentinamente
l’equilibrio: il gatto bianco e nero scappa via superando in un balzo il corpo
dell’uomo che ha fatto inciampare, mentre la candela, sfuggita dalle dita
incerte, è scivolata sul letto. Rapidamente le fiamme avvolgono le lenzuola.
In due salti il gatto supera la porta, voltandosi
poi di scatto per osservare il vecchio che cerca disperatamente di alzarsi,
aggrappato al copriletto che brucia, mentre il fumo già invade la stanza. L’uomo
vorrebbe gridare, ma il catarro in gola ed il fumo nel naso lo soffocano
rapidamente. Quando con un ultimo strattone, le mani sfilano via le lenzuola in
fiamme, l’uomo sta già perdendo conoscenza, e ricade pesantemente sul pavimento
in legno.
Il gatto saltella nel corridoio, attraversa il
tinello e balza sul tavolo di formica azzurra della cucina, dal quale,
attraverso una fessura nelle finestra accostata, sguscia sul davanzale. Al
chiaro di luna, la vecchia gattona si strofina soddisfatta il muso con le zampe.
Sarà l’effetto del gioco di ombre notturne disegnate dalle luci dei lampioni e
dalla luna piena, ma il felino bianco e nero adesso ha gli occhi sfavillanti che
luccicano di un azzurro limpido, mentre il pelo ammucchiato sul suo collo sembra
dividersi in due bande color dell’oro, proprio come le acconciature di certe
signore nelle fotografie degli anni sessanta. La gatta miagola sorniona: da
domani, il figlio dell’uomo soffocato nella camera da letto si prenderà cura di
lei, con affetto. Come un figlio.
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Enrico Luceri
Enricoelle ha scritto tre romanzi,
venticinque racconti e sette soggetti cinematografici, tutti di genere
thriller. Con il suo vero nome, Enrico Luceri, ha pubblicato nel 2001
la raccolta di racconti "Ma delitto è un sostantivo maschile?" (Il
Calamaio). Nel 2003 ha ottenuto una segnalazione al premio Lovecraft,
la rivista Celluloide ha pubblicato il soggetto cinematografico
"Perché sei tornato? (Anatomia di un'ossessione)", mentre nella
raccolta "13 in noir", del concorso "Autore esci dalle tenebre",
compare il racconto "Labirinto", tutti firmati come Enricoelle. Nel
2004 vince due volte il NeroPremio, l'11° edizione con il racconto
"Ricreazione" e la 12° con il racconto "La stanza perduta". Altri suoi
racconti e sceneggiature sono attualmente pubblicati su siti Internet
come Scrivi, PatrizioPacioni, Scheletri, Scrivendo e Pennadoca.
Predilige creare situazioni complesse in cui il delitto rappresenta la
conclusione di un dramma interiore avvolto nelle pieghe della
coscienza e della memoria.
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