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narrativa

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La casa


racconto fantastico

 

scritto da Enrico Luceri

data di pubblicazione: 22/03/2005 - copyright by Enrico Luceri

 

15 Gennaio

Oggi sono tornata a casa. Sulla soglia c’era mia sorella, ad attendermi. Ci siamo abbracciate in silenzio, senza guardarci in faccia, come fosse un atto dovuto da sbrigare al più presto. Con un gesto mi ha indicato la fila delle persone in piedi davanti alla stanza della mamma, volti dimenticati cui ho dato un nome con un certo sforzo di memoria. Ho stretto loro la mano mormorando qualche parola di circostanza, sfiorato le guance rugose di un vecchio che credo fosse il medico di famiglia, ricevuto con un brivido di fastidio le carezze di due donne vestite di nero, i capelli raccolti in una crocchia e un filo di peluria lungo il mento. La mamma era stata composta sul letto matrimoniale: aveva un’espressione tirata sul volto color della cera, una smorfia che le aveva piegato le labbra fissandole per sempre in una posa amara. Ho passato una mano sulla fronte fredda, lasciandola poi scivolare sulla tempia, due dita che hanno indugiato sulla piega della bocca, quasi volessi sincerarmi che non respirasse più. Poi, sono uscita a capo chino, evitando gli sguardi delle persone in attesa accanto alla porta. Sono salita nella mia vecchia stanza, gli scalini di legno che scricchiolavano, accorgendomi solo in cima che mia sorella mi aveva seguito. Dopo aver posato il borsone sul pavimento, mi sono seduta sul letto, dondolandomi come facevo da bambina, quando trovavo divertente seguire il cigolio ritmico delle reti metalliche, vecchie quanto i materassi di lana. Mia sorella era in piedi sulla soglia, immobile.

-Il parroco ha fissato il funerale per le tre- ha comunicato Giovanna con voce piatta, poi è sparita, senza attendere la mia risposta.

 

16 Gennaio

Quando siamo tornate a casa, dopo aver accompagnato mamma nel suo ultimo viaggio, sono salita nella mia stanza per rinfrescarmi. Mi sono fatta una doccia e cambiata i vestiti, che erano ancora quelli con cui ero partita in fretta e furia dalla città. Mentre mi asciugavo i capelli, una mano stretta attorno al phon e l’altra che armeggiava col pacchetto di sigarette, ho sentito bussare alla porta.

-Zia Laura, mamma vuole parlarti- la ragazza appoggiata stancamente allo stipite della porta ha un viso pallido e sottile, i lunghi capelli castani solcati da colpi di sole, le calze scure sotto una minigonna di lana.

-Dille che scendo non appena ho finito, Silvia- ho spento l’asciugacapelli e scrollato il capo.

-Va bene- ha mormorato mia nipote, ma è rimasta ferma, gli occhi, persi nell’espressione annoiata, che osservavano i miei movimenti. Dopo essermi pettinata, davanti allo specchio, mi sono voltata, fissando con aria interrogativa la ragazza, ma lei si era già scossa, improvvisamente: con un passo leggero come quello di una ballerina, si era avvicinata al comò, aveva afferrato il pacchetto e sfilato due sigarette. Se ne mise una fra le labbra, senza accenderla, e fece sparire l’altra nella tasca del gilè scamosciato, poi sparì, con un sorrisetto ironico.

Giovanna era seduta al tavolo della cucina, davanti a sé una tazza di un liquido dal colore indefinibile, che fissava come ipnotizzata, le lunghe dita pallide strette attorno al piattino di ceramica decorato con tanti piccoli fiordalisi.

-Cosa vuoi? -mi sono seduta di fronte a lei, giocherellando con il pacchetto di sigarette.

-Sapere cosa hai intenzione di fare- ha lasciato scorrere un polpastrello sul bordo della tazza.

Dietro la porta chiusa, percepivo il mormorio di mia nipote, accoccolata accanto al telefono, il ricevitore stretto fra spalla e orecchio, una sigaretta appesa alle labbra.

-Vendere tutto, no? -stavo per accendere la sigaretta quando mia sorella si è alzata di scatto, facendo tintinnare la tazza sul piattino. Aveva uno sguardo così spiritato da fare paura, i lunghi capelli le erano ricaduti disordinatamente davanti al viso. Forse voleva gridarmi in faccia qualcosa, ma in quel momento si accorse che il liquido nella tazza si era versato sul piano di formica scrostato. Corse verso il lavandino e strizzò un panno, con cui raccolse delicatamente la macchia umida, prima di volgersi di nuovo verso l’acquaio. Seguivo sconcertata i suoi movimenti frenetici, finché un rumore attrasse la mia attenzione: affacciata dietro la porta socchiusa, Silvia mi fece un cenno complice.

 

19 Gennaio

Da due giorni Giovanna non mi rivolge la parola. Si limita a borbottare qualcosa a sua figlia, che trascorre le giornate sdraiata pigramente sul divano, saltando con il telecomando da un canale all’altro del televisore, o seduta sul pavimento, chiacchierando a voce bassa al telefono. Devo convincerla a vendere questa casa, non posso trattenermi ancora a lungo, altrimenti finiranno per saltarmi i nervi. Mia sorella non sopporta che si fumi nelle stanze e mi segue dappertutto, come un fantasma, spalancando finestre o porgendomi posacenere, che spuntano in ogni stanza, dietro uno sportello, all’interno di una credenza, sopra un davanzale.

Qui non sono ammessi alcolici, quindi ogni sera, anche ieri, quando sembrava che stesse per nevicare, sono stata costrette a salire in macchina e cercare un bar aperto. Ho masticato rabbia e noccioline, mentre fissavo truce il bicchiere di Martini, chiedendomi quanto sarebbe durato questo estenuante gioco infantile di mia sorella. E soprattutto, a cosa mirasse.

 

20 Gennaio

Stamattina mi ero alzata convinta di farcela, a convincerla. L’affronto con decisione, pensavo, e non la mollo finché non ha firmato la delega all’agenzia immobiliare. Ma prima devo preparare le cose con calma. Mi sono vestita con particolare cura, dopo essermi truccata leggermente: mi tengo davvero bene, ho constatato compiaciuta, osservandomi allo specchio. Ci mancherebbe pure che dimostrassi i miei quarantotto anni, dopo i soldi spesi per la palestra ed il personal training privato, le sedute dall’estetista, il guardaroba rinnovato ad ogni cambio di stagione, un impiego che non mi impegna più di tanto, lasciandomi la pelle liscia e riposata, come quella di una casalinga ricca. Ricca, appunto. Perché il mio tenore di vita costa, ed il mio stipendio da solo non basta a coprirne un terzo, dopo che ho quasi esaurito la rendita dei pochi beni ereditati da mio padre. E’ orribile a dirsi, ma la morte di mia madre è capitata proprio al momento giusto. Bisogna vendere questa casa, in fretta. Ho cercato mia sorella per casa, ma lei si era chiusa in camera e malgrado abbia bussato a lungo, non si è nemmeno degnata di rispondere. Peggio per te, ho pensato mentre mi sbattevo alle spalle la porta di casa. Il titolare dell’agenzia immobiliare è un giovane dal sorriso accattivante. Quando mi sono accorta che stava cercando distrattamente di sbirciarmi le gambe, le ho accavallate con voluta lentezza, lanciandogli uno sguardo d’intesa. Dopo qualche vago discorso, le carte erano in tavola, scoperte. Vendere quella casa sarebbe stato un affare per tutti e due: lui avrebbe intascato una provvigione notevole, io avrei venduto l’immobile al miglior prezzo possibile, visto che nell’immediato futuro le valutazioni degli immobili erano destinate a calare, per via della sfavorevole congiuntura economica. Devo assolutamente convincere Giovanna.

 

22 Gennaio

Stamattina ho scattato alcune foto alla facciata della casa, ansiosa di portarle all’agenzia. Mentre percorrevo il vialetto di pietra, mi sono accorta dello stato di abbandono in cui si trova il giardino: il muretto di recinzione sbrecciato qua e là, l’erba cresciuta
disordinatamente, i rampicanti che ricadono così folti da impedire il passaggio attorno alla recinzione, le spalliere di legno che s’incurvano pericolosamente ad ogni raffica di vento. Rabbrividendo, ho scattato una serie di foto, cercando le inquadrature migliori per nascondere il degrado dell’edificio. Stavo controllando il numero di pose ancora disponibili, quando ho visto una mano scostare la tendina del soggiorno ed un viso fissarmi con astio attraverso il vetro polveroso. Ho avuto per un istante la tentazione irrazionale di puntare la macchina fotografica su quegli occhi sgranati che parevano brillare di una luce febbrile dietro una massa scomposta di capelli grigi, ma la tendina è calata di colpo. Mi sono precipitata in casa ed ho spalancato la porta del soggiorno, ma era vuoto. Una sensazione simile ad un capogiro mi ha costretta ad appoggiarmi alla spalliera della poltrona: quel viso stravolto era di Giovanna. Stupita della mia stessa calma, mi sono avvicinata a passi lenti alla porta chiusa della camera di mia sorella ed ho bussato, dapprima lievemente poi sempre più energicamente, chiamando a gran voce il suo nome. Nessuno ha risposto, finché mi sono allontanata, stizzita. Sono sicura che Silvia abbia assistito a tutta la scena, ma sia rimasta indifferente, una sigaretta appesa all’angolo delle labbra distese in un indolente sorriso di compatimento.

 

23 Gennaio

Ieri mattina ho passeggiato a lungo nella mia stanza, schiacciando una sigaretta dopo l’altra nel posacenere. La situazione è così opprimente che rischia di farmi saltare i nervi: Giovanna si ostina a nascondersi, barricandosi in silenzio dietro la porta della sua camera, mentre mia nipote sembra non accorgersi di quanto accade, ciondolando annoiata fra il telefono ed il salotto dove fuma sdraiata in poltrona, seguendo svogliatamente qualche programma televisivo. Alla fine mi sono decisa: dopo aver schiacciato l’ennesima cicca, sono corsa al piano di sotto e mi sono chiusa in cucina, dopo aver afferrato Silvia per un braccio, costringendola ad appendere bruscamente il ricevitore del telefono. Abbiamo parlato a lungo, forse qualche ora. Non lo saprei dire, il tempo è trascorso senza che me ne rendessi conto, affascinata dalla sensazione di languida ed inspiegabile angoscia che trapelava dalle parole di mia nipote. Mi ha detto che sua madre sembra preda di un incantesimo, che l’ha colta da quando è tornata in casa: doveva trattenersi solo pochi giorni, ha spiegato, perché l’indisposizione della nonna era banale, ma quando le sue condizioni di salute hanno
cominciato a peggiorare, Giovanna ha deciso di restare ancora, rifiutando l’idea di prendere un’infermiera. Avrebbe accudito lei, da sola, la mamma. Ha cominciato a diradare le telefonate ad amiche ed amici, accampando scuse continue per giustificare la sua prolungata assenza dal lavoro, finché ha interrotto del tutto i contatti. Da quando la nonna è morta, ha concluso Silvia, si è chiusa completamente in sé stessa, sembra vivere solo per la casa, come se fosse qualcosa di vivo e delicato,  bisognoso di attenzioni come un bambino o un anziano malato. Non so quante sigarette ho fumato, mentre ascoltavo in silenzio le parole di mia nipote. Alla fine, sono riuscita a chiederle, più irritata che sconcertata, se non avesse capito che sua madre ha un grave esaurimento nervoso, e deve essere assolutamente curata, prima che la situazione diventi irreversibile. Per tutta risposta, la ragazza ha scrollato le spalle e, dopo una lunga pausa, che mi è parsa studiata, mi ha fissato con i suoi occhi chiari, bisbigliando che l’unica soluzione consiste nel vendere nel casa.

 

25 Gennaio

Oggi è stata una delle giornate più orribili della mia vita. Mi ero alzata dopo una notte insonne, ben decisa ad affrontare mia sorella una volta per tutte e costringerla ad accettare la realtà della situazione: la casa andava venduta, e lei aveva assolutamente bisogno di cure. Mi stavo vestendo quando Giovanna è entrata come una furia nella mia stanza. Sembrava una pazza appena evasa da qualche manicomio: era scalza, infagottata in una vecchia camicia da notte della mamma, i lunghi capelli ormai grigiastri che le ricadevano sul viso, le mani ossute che tremavano per la rabbia, la voce strozzata. Ha vomitato una serie di frasi incomprensibili, mentre la fissavo a bocca aperta, incapace di replicare a quella furia malata. Ho solo afferrato alcune parole, che mi hanno permesso di dare un senso a quello sproloquio. Non avrebbe mai permesso la vendita della casa: doveva essere sua, solo sua, perché lei, la casa, aveva bisogno di cure, che solo chi l’amava poteva darle. Aveva lottato per averla, e non l’avrebbe lasciata mai, per nessun motivo. Nemmeno morta, ha aggiunto, sussurrando. Ho resistito a fatica alla tentazione di avvicinarmi a quel viso stravolto dall’ira e darle uno schiaffo. Mi sono accesa una sigaretta e dopo un paio di boccate ho ostentatamente lasciato cadere la cenere sul pavimento, fissandola con aria di sfida, mentre le davo l’impressione di scegliere con cura le parole. Avrei venduto la casa ad ogni costo, ho replicato, con o senza di lei, e se insisteva nella sua assurda ostinazione l’avrei fatta ricoverare in una casa di cura per malattie nervose.
E senza molte difficoltà, ho concluso a bassa voce, sforzandomi di apparire calma e minacciosa: qualsiasi medico non avrebbe avuto dubbi sulle sue condizioni di salute, bastava guardare in che stato si era ridotta. Allora Giovanna ha allontanato lentamente una ciocca di capelli dal viso pallidissimo e si è appoggiata allo stipite della porta, le labbra tremanti. Ha mormorato che ero come la mamma, anch’io mi ostinavo a non capire cosa rappresentasse la casa per lei. Dovevo andarmene da lì, e in fretta, o… Senza terminare la frase, è uscita di corsa. Sono rimasta immobile, ad ascoltare lo schiocco dei suoi piedi nudi sui vecchi listelli di legno del parquet finché ho udito sbattere la porta della sua stanza. Allora mi sono affacciata sulla soglia, guardandomi attorno. Silvia era accanto al telefono, con il ricevitore in mano e mi fissava in silenzio. Ho avuto la certezza che stessimo pensando la stessa cosa: Giovanna era pazza, e forse pericolosa.

 

26 Gennaio

Mia sorella ha ucciso nostra madre per impossessarsi della casa. Ne sono sicura, ho passato la mattina a riflettere sulla scenata di ieri, e raccogliendo gli spezzoni del suo discorso sconclusionato sono arrivata a questa orribile certezza. In fondo, tutto si spiega facilmente. Giovanna lavorava come infermiera, non ha mai voluto nessuno che assistesse la mamma, tranne lei, ha sempre ostinatamente negato il suo progressivo aggravamento, permettendo solo saltuarie visite del medico di famiglia, un vecchio rimbambito che non avrebbe mai sollevato alcun sospetto sulla salute di una paziente così anziana., Giovanna ha certo provocato la morte della mamma, alterando le dosi delle sue medicine. Ero sul punto di dirigermi verso la sua stanza, per affrontarla una volta per tutte, quando sono stata colta da un sospetto improvviso: anch’io rischiavo di fare la stessa fine, se mi ostinavo a contrastarla nella vendita della casa.

 

27 Gennaio

Non ce la faccio più, devo assolutamente trovare una soluzione. Manco dal lavoro ormai da troppo tempo, i miei amici mi telefonano sempre più raramente, finirò per impazzire, avvolta dalla ragnatela invisibile che avvolge le pareti di questa casa, che odio ogni giorno di più. Esco di rado, la sera, alla ricerca di qualche bar aperto, per sorseggiare un Martini e fumare l’ennesima sigaretta, alla ricerca di quella soluzione che ormai ha dei contorni ben precisi, ma che ancora rifiuto, ma sempre più debolmente.

 

28 Gennaio

Giovanna è un’assassina, ormai sono sicura. La notte scorsa ha cominciato ad aggirarsi per casa, al buio, gesticolando e biascicando frasi sconnesse. Quando Silvia si è affacciata insonnolita sulla soglia della sua stanza, l’ha aggredita brutalmente. Si è avvicinata alla figlia come se fosse un’estranea, e, dopo averla strattonata, tirandole i capelli, le ha urlato di andarsene da lì, subito. Mi sono precipitata a separarle: ero esasperata, ho afferrato Giovanna per un braccio e l’ho schiaffeggiata. E’ caduta pesantemente per terra, un rivoletto di sangue che le colava dal labbro sulla vecchia camicia da notte che ormai indossa sempre. Mi sono chinata per aiutarla ad alzarsi, accorgendomi che pesa pochissimo e le ossa delle spalle sembrano bucare la pelle giallastra. Si è divincolata istericamente, fissandomi con odio, poi si è allontanata, farneticando qualcosa.

 

30 Gennaio

Ho deciso: mia sorella deve morire. Lo so, è orribile solo pensarlo, ma devo farlo, non ci sono alternative, e poi sono certa che se non lo facessi io, sarebbe lei ad uccidermi. Per vincere le mie residue incertezze, ho cercato di convincermi che in fondo si tratta solo di legittima difesa. Ho preparato il piano con cura. Stamattina mi sono recata dal vecchio medico di famiglia per confidargli le mie preoccupazioni sulla salute di Giovanna. L’ho convinto a seguirmi in casa, per visitarla, ma lei, come prevedevo, si è barricata nella sua camera, farfugliando qualcosa di sconnesso. Preoccupato, il dottore ha detto che si tratta di una forma di nevrosi, forse dovuta alla morte della mamma. Gliel’ho lasciato credere, a quel vecchio rimbambito, aggiungendo che mia sorella è talmente deperita da barcollare spesso, come stesse per perdere i sensi. Mi ha fissato con i suoi occhi pungenti sotto le sopracciglia cespugliose, affermando con aria grave che se le condizioni fossero peggiorate sarebbe stato necessario un ricovero forzato.

 

31 Gennaio

L’ho fatto, e ancora non riesco a credere di essere stata capace di commettere un delitto, ma ormai Giovanna è morta e non posso più tornare indietro. E’ strano, adesso mi sento sollevata da un grande peso, come se in fondo avessi dato a mia sorella quella serenità che la follia le aveva tolto. Ieri sera, ho annodato un filo sottile in cima alle scale, quasi raso terra, poi ho convinto Silvia, con una scusa, ad accompagnarmi a fare una passeggiata, per sfuggire
qualche ora all’atmosfera opprimente della casa. Mia nipote mi ha fissata perplessa, ma subito sul suo viso è comparsa la solita smorfia annoiata. Mi è sembrato che stesse pensando qualcosa, si è guardata attorno a lungo, pensierosa, prima di precedermi verso l’ingresso. Ero certa che quando avesse sentito l’uscio di casa richiudersi, Giovanna sarebbe sgattaiolata dal suo rifugio, per aggirarsi furtivamente, al buio, lungo il corridoio e le stanze che le avevano rubato la ragione. Mi sembrava di vedere i suoi piedi nudi inciampare nel filo sottile teso in cima alle scale e quel corpo ossuto avvolto nella vecchia camicia da notte di un colore ormai indefinibile rotolare pesantemente lungo le scale, per giacere infine scomposto, il collo piegato in una posizione innaturale, sul pavimento di marmo scolorito.

Così l’abbiamo trovata, a tarda sera, io e Silvia. Mentre le gridavo di correre a telefonare al medico, mi chinavo sul corpo scheletrico di colei che fu mia sorella, per chiuderle gli occhi, ma subito mi rialzavo e correvo sulle scale, per sfilare il filo e farlo scomparire in una tasca. Quando sono scesa nuovamente, Silvia mi stava osservando dal corridoio. Si è chinata su sua madre e le ha sfiorato il viso grinzoso con una carezza distratta. Non ha versato una lacrima.

 

2 Febbraio

Oggi abbiamo accompagnato Giovanna nel suo ultimo viaggio. Adesso riposa accanto a mamma. Durante la cerimonia ho sentito un brivido corrermi lungo la schiena ma è durato solo un attimo, il tempo di intercettare lo sguardo impassibile di mia nipote distendersi in un vago sorriso. Le ho chiesto se aveva avvisato suo padre, sebbene mi risulti che non abbiano rapporti da anni, e forse non sa nemmeno dove cercarlo. Per tutta risposta, ha scrollato le spalle, poi ha allungato una mano verso di me, così ho steso istintivamente la mia, che credevo volesse stringermi, ma lei ha aperto il palmo e mi ha indicato con un cenno del mento il pacchetto di sigarette che spuntava dalla tasca del mio giaccone. Fra le persone che si sono avvicinate per farci le condoglianze, c’era anche il vecchio medico di famiglia. Ha mormorato qualcosa che non sono riuscita a distinguere, ma i suoi occhi scuri e pungenti come capocchie di spillo, sotto quelle sopracciglia cespugliose, parevano comunicare qualcosa di subdolo e inquietante. Dev’essere stata l’emozione, o forse è solo qualche linea di febbre, perché mi è tornato qualche brivido. Sono tornata a casa e mi sono subito gettata sul letto, vestita com’ero, cadendo in un sonno profondo.

 

4 Febbraio

Silvia è partita ieri mattina, dopo aver concordato di incaricare l’agenzia immobiliare di procedere in fretta alla vendita della casa. Avevo promesso a mia nipote di accompagnarla alla stazione, ma all’ultimo momento mi sono sentita così debole che non ho avuto la forza di alzarmi dal letto.

 

6 Febbraio

Stamattina mi sentivo così fiacca e stranita che per la prima volta, da tanto tempo, non mi sono truccata. Ho aperto i rubinetti della vasca e versato della schiuma da bagno, ma subito dopo li ho richiusi e sfilato il vecchio tappo di metallo, poi sono rimasta a fissare affascinata i piccoli gorghi di acqua saponata che rifluivano in rapide spirali verso lo scolo. Avevo steso sul letto i vestiti che volevo indossare, un paio di fuseaux ed una felpa in tinta, ma all’ultimo momento ho cambiato idea e sono rimasta in camicia da notte ad aggirarmi come una sonnambula per la casa deserta. Quando ho istintivamente sfilato una sigaretta dal pacchetto e l’ho appesa ad un angolo della bocca, la mano è rimasta stranamente inerte, stretta all’accendino. Lentamente, l’ho posato sul piano di marmo di un comò ed ho gettato la sigaretta nel bidone della spazzatura.

 

7 Febbraio

Avevo preso un appuntamento con il titolare dell’agenzia immobiliare ma non ci sono andata. Mi sento spossata, non riesco a mangiare nulla senza che la nausea mi avvolga in spire concentriche. Sono parecchie ore che non fumo, me ne rendo conto solo ora: improvvisamente, ho capito che lo faccio perché ho paura di sporcare di cenere la casa. Barcollando, sono riuscita ad arrivare alla cucina, ho aperto la bottiglia di Martini che ho comprato l’altro ieri, ma il primo sorso è stato così sgradevole che istintivamente ho vuotato il bicchiere nel lavandino. Nel pomeriggio, il telefono di casa ha squillato a lungo. Forse era Silvia, ma non credo. Probabilmente, l’agente immobiliare. I miei amici, no di certo. Ormai è una settimana che il mio cellulare non riceve più chiamate, nemmeno dai colleghi di lavoro. Non esisto più, per loro. Lo so, lo sento, ma non posso farci niente. Adesso penso solo alla casa.

 

9 Febbraio

Sono quattro giorni che non mi curo più e non mi tolgo questa camicia da notte, che sembra
aderire alla mia pelle come un sudario. Mi sento così debole che mi aggiro per casa sorreggendomi al corrimano delle scale o appoggiata al muro, attenta a non lasciare ditate che possano sporcare la vecchia carta da parati color avorio. Riesco a mangiare lo stretto indispensabile per non svenire, approfittando della spesa che ha lasciato Silvia prima di partire. Stamattina, il campanello di casa ha suonato a lungo, ma non ho risposto, anzi sono stata bene attenta  a rimanere immobile, senza far rumore. Camminando in punta di piedi sul pavimento, ho scostato la tendina del salotto quel tanto che bastava per vedere l’agente immobiliare mentre si allontanava visibilmente irritato.

 

10 Febbraio

Quando ho visto il mio viso riflesso nello specchio del corridoio, per un attimo ho creduto che Giovanna fosse tornata dal luogo in cui si trova e volesse aggredirmi alle spalle. Poi, ho sollevato lentamente una mano ossuta ed ho capito che quel corpo scheletrico avvolto nella camicia da notte ormai di un colore indefinibile, due occhi lucidi da febbricitante dietro i lunghi capelli che ormai hanno perso la tinta, era il mio. Volevo scappare nella mia stanza, chiudermi la porta alle spalle e gettarmi sul letto a piangere, ma non l’ho fatto, anzi ho sorriso ed ho passeggiato a lungo per casa, controllando che tutto fosse in ordine.

 

13 Febbraio

Ormai nessuno suona più il campanello della porta, il telefono ha squillato stamattina una volta sola, a lungo, poi più nulla. Dopo aver mangiato dei biscotti scovati nella dispensa, mi sono aggirata per casa. La mia casa, adesso, che ha bisogno di me, l’unica che può accudirla come si deve. Lei mi ha chiamato, ed io risposto: nessuno ci potrà separare.

 

15 Febbraio

In tarda mattinata ha squillato il telefono, dopo un silenzio che durava da un paio di giorni ma a me pareva eterno. Spinta da un impulso irresistibile, ho allungato una mano verso il ricevitore, sollevandolo con uno strappo. Era Silvia: mi ha chiesto come procedevano le cose e se l’agenzia immobiliare aveva già qualche acquirente. Con un giro di parole mi ha fatto capire che aveva assolutamente bisogno di soldi, perché vorrebbe acquistare un appartamento in città con il suo ragazzo, di cui ignoravo l’esistenza. Ho blandamente preso tempo, lei non ha insistito ed ha riattaccato salutandomi freddamente.

 

18 Febbraio

Ho spento il cellulare, da quando ho capito che il numero che compariva sul display era del ragazzo di Silvia. Vorrei staccare il filo del telefono ma non ne ho la forza. Cammino scalza per casa, controllando che le tende cadano alla perfezione, senza quelle pieghe così sgradevoli a vedersi.

 

19 Febbraio

Mi sono lasciata scivolare sul pavimento di marmo grezzo del corridoio e sono rimasta così, la schiena appoggiata al muro, perdendo la nozione del tempo, finché il telefono ha squillato. Ho spiegato a mia nipote che la casa adesso è mia e niente e nessuna potrà separarmi da lei, perché abbandonarla significherebbe ucciderla. Non la venderò mai, nemmeno morta, ho sussurrato, e per un istante mi è sembrato di sentire la voce stridula di Giovanna. Silvia è rimasta dapprima interdetta, poi ho sentito che mormorava alcune parole a qualcuno accanto a lei.

-Sei esaurita, zia, io credo che tu abbia bisogno di curarti. Domani verrò a casa e avviserò il dottore del tuo stato di salute.

Stavo per replicare quando mi sono accorta che la comunicazione era stata interrotta.

Adesso lo so, chi è l’assassina, quella vera, colei che ha provocato la morte di mia madre, di Giovanna e presto la mia. Colei che ha armato dapprima il braccio di mia sorella, poi il mio e adesso quello di Silvia. E’ stata lei. Adesso, lo so, ma è troppo tardi.

 

 

Enrico Luceri

Enricoelle ha scritto tre romanzi, venticinque racconti e sette soggetti cinematografici, tutti di genere thriller. Con il suo vero nome, Enrico Luceri, ha pubblicato nel 2001 la raccolta di racconti "Ma delitto è un sostantivo maschile?" (Il Calamaio). Nel 2003 ha ottenuto una segnalazione al premio Lovecraft, la rivista Celluloide ha pubblicato il soggetto cinematografico "Perché sei tornato? (Anatomia di un'ossessione)", mentre nella raccolta "13 in noir", del concorso "Autore esci dalle tenebre", compare il racconto "Labirinto", tutti firmati come Enricoelle. Nel 2004 vince due volte il NeroPremio, l'11° edizione con il racconto "Ricreazione" e la 12° con il racconto "La stanza perduta". Altri suoi racconti e sceneggiature sono attualmente pubblicati su siti Internet come Scrivi, PatrizioPacioni, Scheletri, Scrivendo e Pennadoca. Predilige creare situazioni complesse in cui il delitto rappresenta la conclusione di un dramma interiore avvolto nelle pieghe della coscienza e della memoria.

 


 

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