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ERALDO BALDINI Intervista realizzata nell'aprile 2001
Tu
hai all’attivo parecchi saggi di antropologia culturale dedicati a tradizioni,
leggende e superstizioni dell’Emilia Romagna: questo interesse deriva dai tuoi
studi, vero? Sì:
durante e dopo il mio corso di laurea in Lettere ho cercato di specializzarmi in
Antropologia Culturale: una passione forte, che ancora coltivo. Infatti, anche
se sporadicamente, continuo a scrivere articoli e saggi sull’argomento. Ritieni
che la tua attività di saggista sia stata utile per la tua attività narrativa?
Quasi tutti i tuoi romanzi o racconti, di fatto, traggono la loro linfa vitale
dal folklore della tua terra… fai molte ricerche prima di dare il via alla
stesura delle tue storie? I
miei studi di antropologia sono alla basa di molte delle suggestioni, delle
ispirazioni e delle storie che poi uso in narrativa. La ricerca quindi sta a
monte: negli anni passati ne ho fatta così tanta… Però a volte occorre
rinfrescarsi la memoria, o approfondire certi temi, per cui mi chiudo in
biblioteca o in qualche archivio, e mi do da fare. Mi sembra che, senza andare a
cercare personaggi e figure che non appartengono all’immaginario italiano
(tipo vampiri, licantropi, zombies e via dicendo), abbiamo nella nostra cultura
atavica una serie di immagini inquietanti e ben più suggestive: io, conoscendo
bene tale patrimonio folklorico, posso dirti che avrò materiale sufficiente per
il resto della mia carriera. Vuoi
spiegare ai nostri lettori cos’è il Gotico Rurale che hai creato? Il
Gotico Rurale è una categoria narrativa molto particolare che si differenzia
dal Noir metropolitano e va ricercata nella vecchia cultura stratificata
dell’immaginario delle campagne della nostra provincia. Qualcosa dunque che
affonda le radici non nella modernità ma, bensì, nel passato. Io, ad esempio,
sono cresciuto in una famiglia di campagna con due nonnetti che avevano una
concezione pedagogica molto particolare: per farmi stare buono mi terrorizzavano
continuamente con una serie di storiacce provenienti, appunto, dalla tradizione
orale contadina. Storie spaventose che poi sono le stesse che si trovavano nelle
fiabe, a loro volta edulcorate nel corso del tempo fino a perdere quasi del
tutto il loro potere terrifico. Come potrai capire mi sono quindi abituato alla
paura ma anche al piacere che essa può dare, per cui, esaurito
l’apprendistato con i nonni, me la sono andata a cercare nelle letture, nel
cinema e in tutto ciò che può essere racconto. Quando
pubblicasti la tua prima raccolta di racconti NELLA
NEBBIA
E ALTRI RACCONTI (1987) in Italia ancora non c’era
una tradizione letteraria del fantastico (e forse non c’è nemmeno ora…).
Puoi essere dunque annoverato tra i pionieri del settore, non credi? Per
quanto riguarda NELLA NEBBIA E ALTRI
RACCONTI, non feci altro che convincere il mio editore per la saggistica,
Longo, a tentare qualcosa di diverso dal solito. Quella fu però un’operazione
di carattere quasi locale, mentre URLA NEL
GRANO, il mio secondo libro, è giunto solo sette anni dopo! Allora non era
facile pubblicare, per un italiano semiesordiente, né nel campo del fantastico
né altrove; e comunque non è che io mi impegnassi molto, anche perché non
avevo granché nel cassetto. Ad ogni modo pensavo che, visto che in Italia
c’erano parecchi lettori amanti del genere fantastico, prima o poi doveva
arricchirsi anche la compagine dei narratori nostrani. Una dinamica, come sai,
che non si è ancora pienamente realizzata… Vedremo in futuro. Il
racconto più terrificante di quel libro è sicuramente “Nella nebbia”, in
cui fa la sua prima apparizione la Borda: vuoi spiegare cos’è ai nostri
lettori? Tu l’hai mai incontrata? La
Borda è un personaggio dell’immaginario emiliano-romagnolo, ed è una sorta
di malefica strega delle acque che uccide chi ha la sventura di incontrarla.
Dalle mie parti è una sorta di agghiacciante personificazione della nebbia, che
si manifesterebbe soprattutto lungo i canali, negli stagni, nelle paludi. Chi ha
avuto l’esperienza di trovarsi nelle zone paludose del Ravennate o del
Ferrarese in una sera di nebbia fitta, può capire bene come sia nata una tale
suggestione, una tale paura. Per quanto mi riguarda, credo di essermela sentita
più di una volta intorno; ma, se l’avessi incontrata, non sarei qui a
parlartene… Perché
non continuasti subito a scrivere opere di fantasia? Come fu che nel ’91
decidesti di partecipare al MystFest (Gran Giallo Città di Cattolica) con
l’agghiacciante racconto “Re di Carnevale”? Erano
anni in cui tutte le mie energie erano concentrate sulla saggistica, in cui
stavo ottenendo molti riconoscimenti (nel 1988 vinsi in quel campo il Premio
Nazionale “Costantino Pavan” per ALLE
RADICI DEL FOLKLORE ROMAGNOLO, e alcuni miei libri cominciavano a essere
usati in diverse università italiane). Furono alcuni amici a convincermi a
presentare un racconto, che scrissi per l’occasione, al MystFest, perché
ritenevano che stessi sprecando potenzialità in campo narrativo. Come sai, andò
bene. La
vittoria di quel prestigioso premio cosa cambiò nella tua vita privata e in
quella artistica? Dopo di allora, oltre a pubblicare con regolarità le tue
opere, hai vinto parecchi altri concorsi… Devo
dire che quel premio mi fece soprattutto tornare la voglia di narrativa. Così
scrissi una decina di racconti, sperando di non avere troppa difficoltà a
pubblicarli. E invece le difficoltà ci furono: riuscii ad ottenere un sì
solamente tre anni dopo, dalla Mobydick. La vera svolta ci fu quindi più tardi. Nel
1994 è dunque la volta di URLA NEL GRANO,
seconda antologia personale che ti fa notare al grande pubblico: storie
bellissime, inquietanti, molto originali. Come ricordi quella fase della tua
carriera? URLA
NEL GRANO
ebbe il grande pregio, pur essendo stato pubblicato da un piccolo editore, di
farmi conoscere da una fetta di pubblico, e soprattutto dalla critica, che parlò
bene di quel libro. Così attirai un po’ di attenzione, e Cesari e Repetti
(che attualmente dirigono la collana “Stile Libero” di Einaudi) mi
acquistarono, per Theoria, il romanzo BAMBINE.
Ecco, direi che fu quello il vero inizio della mia carriera di scrittore. BAMBINE
(1995), con introduzione di Carlo Lucarelli, è caratterizzato da una prosa
piana e senza eccessi che rende ancor più agghiacciante la trama: un
giornalista di Ravenna dà la caccia a un pericoloso serial killer che uccide
l’innocenza. Che puoi dirci oggi di quel tuo primo, ottimo romanzo? Fu
uno dei primi romanzi italiani su un serial killer. Ci misi dentro a grandi mani
il mio mondo: la mia città, la riviera romagnola, e altri elemento
autobiografici. Probabilmente la storia del killer pedofilo fu solo un pretesto
per raccontare altre cose. In quel libro, tra l’altro, mi staccai dal Gotico
Rurale perché voglio cercare di suonare un po’ tutte le corde di quello che
può toccarci nel profondo. Conoscevi
già Lucarelli? So che siete molto amici… Conosco
Carlo da tanto tempo, dopotutto abitiamo a un tiro di schioppo l’uno
dall’altro: credo di poter dire che, come scrittori, siamo nati e cresciuti
insieme. È senza dubbio uno dei miei migliori amici, ci vediamo spessissimo. L’UCCISORE
(1996) parla ancora di serial killer ma affonda le proprie radici nei fantasmi
del Nazismo ed è un romanzo molto particolare, a più strati: vuoi spiegarcelo? L’UCCISORE
affronta il tema del Male, cercando di resistere alla tentazione di fare del
moralismo. È un romanzo breve ma allo stesso tempo complesso: non riesco a
parlarne in due battute… Quel libro fu comunque l’occasione di trattare di
tre luoghi che mi sono cari perché ci ho vissuto: la Romagna, una cittadina
tedesca e un villaggio svizzero sul Reno. L’ESTATE
STRANA
(1997), versione estesa dell’omonimo racconto già apparso nella tua prima
antologia, è un racconto lungo o, se preferiamo, un romanzo breve: un formato
poco sfruttato, qui da noi… I
miei romanzi sono tutti piuttosto brevi. In quel caso, però, la scelta non fu
mia, ma di carattere editoriale. Infatti è pubblicato in una collana per
adolescenti della EL che si chiama significativamente “I Corti”. MAL’ARIA
(1998), invece, è un autentico capolavoro: un romanzo nerissimo, ultragotico
(in senso rurale, si intende) e crudele che, per quanto mi riguarda, va a
costituire l’ideale contraltare letterario al cult movie LA
CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO: che ne dici? Il
mio mondo e quello di Pupi Avati, geograficamente e immaginativamente, non sono
molto lontani. Più che di un film in particolare, comunque, io parlerei del
climax del primo Avati in generale. Mi ricordo che, quando gli mandai in lettura
URLA NEL GRANO, Pupi lo apprezzò e mi incoraggiò. Immaginati
cosa verrebbe fuori se proprio lui ne facesse un film… Avati,
oltre che grande regista, è anche un ottimo inventore di storie e autore: non
credo abbia bisogno dei testi altrui. La
crudeltà delle crocifissioni palustri mi ha piacevolmente ricordato il sadismo
del prologo de L’ALDILÀ di Lucio
Fulci: ti piace questo tipo di horror truculento? Non
particolarmente: di solito apprezzo il “non detto”, quindi un approccio più
soft. Nel caso di certe parti di MAL’ARIA
è stato necessario esplicitare, ma credo di averlo fatto senza compiacimenti
morbosi, senza indugiare su particolari truculenti. FACCIA
DI SALE
(1999) è, più ancora de L’UCCISORE,
un romanzo stranissimo, con echi de L’UOMO
CHE RIDE di Victor Hugo. La storia di una sanguinosa faida ambientata nelle
paludi ravennati di fine XVII° secolo: il gusto per la sfida non sembra
mancarti… Credo
che tale gusto debba appartenere ad ogni scrittore. Rinnovarsi, cercare percorsi
nuovi è importante. La
tua terza antologia GOTICO RURALE
(2000) è una rilettura di URLA NEL GRANO
con due racconti in meno (“Le assenze di Sara” e “La croce del drago”)
sostituiti da uno nuovo di zecca (“In fila per due”), uno ripreso da NELLA
NEBBIA E ALTRI RACCONTI (“Nella nebbia”) e altri due da antologie
collettive (“Di pietra e di ghiaccio” e “Foto ricordo”). Tutti quanti,
comunque, sono stati riscritti: perché questo lifting? Li trovavi forse un
po’ superati? Ho
avuto l’occasione di poterli rivedere e l’ho fatto volentieri, perché col
tempo un autore matura, affina il linguaggio, diventa più esperto, acquisisce
più “mestiere”. E poi non si è mai del tutto soddisfatti di ciò che si è
scritto, quando lo si va a rileggere dopo anni: si trova sempre qualcosa da
cambiare, da perfezionare. Più che “superati”, dunque, erano semplicemente
migliorabili, e non mi sono lasciato scappare l’opportunità. A
me sono piaciuti soprattutto “L’insuccesso scolastico e le sue
conseguenze”, “Il Gorgo Nero” (che sembra scaturito dalla mente malata di
Lovecraft), “Foto ricordo” e “In fila per due” (terribile e crudele
nella sua elementarità da incubo moderno), ma fare graduatorie è fuori luogo.
L’antologia si mantiene sempre ad alto livello e il tuo stile sobrio e unico
la rende un ennesimo capolavoro. Non semplice letteratura “di genere” ma
arte pura. Tu che rapporto hai con i “generi”? Credo
che oggi il concetto di “genere” si sia giustamente fatto molto meno rigido
che in passato. Ha ragione chi dice
che, in fondo, di generi ne esistono solo due: i libri belli e quelli brutti… TRE
MANI NEL BUIO
(2001) è un’altra scommessa: tre romanzi brevi racchiusi in un unico volume.
Quando li hai scritti? Molto
recentemente, e rappresentano un’ennesima scommessa, quella di fare dei
“gialli” abbastanza classici. Ferma restando, però, la precisazione sui
generi che ho espresso prima. “Un
trapano in testa” è per caso un omaggio all’antologia UN TRAPANO NEL CERVELLO curata da Ricci & Perissinotto? No,
in realtà non ci avevo neppure pensato. Essendoci
gli stessi poliziotti (ai quali ci si affeziona subito in quanto persone
“vere” e complesse) che indagano su tre diversi casi delittuosi si potrebbe
quasi ipotizzarne un prossimo sfruttamento televisivo… ti sono già arrivate
offerte in questo senso? Per
il momento no; e poi mi sa che di poliziotti, nella fiction italiana, ce ne
siano anche troppi… Vuoi
raccontarci questo tuo esordio ufficiale nel Giallo puro dopo tanti Noir? Ad
essere onesti, comunque, già scrivevi Gialli anche prima… Non
mi pongo veramente il problema, quando comincio a scrivere, di incasellare ciò
che faccio in un genere. Ho in mente una storia e comincio a buttarla giù. I
tre romanzi brevi di TRE MANI NEL BUIO
sono soprattutto, nel mio intento, l’occasione per parlare anche di temi
medici (una mia passione): hanno infatti al centro tre diverse patologie. Di
scommessa in scommessa: LE PORTE DEL TEMPO
(2001) è un romanzo per ragazzi commissionato dalla Disney italiana con
Topolino protagonista di una vicenda fantastica in piena regola. Parecchi
scrittori della scuola romagnola vi si sono già cimentati: come reputi
l’esperienza? Sicuramente
interessante, anche se piuttosto difficile. Il mondo Disney e un personaggio
come Topolino hanno delle connotazioni e delle regole precise, consolidate, e
attenervisi ha richiesto uno sforzo e un’attenzione particolari. Comunque
l’idea di scrivere per un pubblico come quello dei bambini è stata di grande
stimolo. Cosa
pensi dell’horror e del fantastico in generale? Sei un fan di Stephen King
come noi, vero? Come vedi i suoi più recenti parti letterari? È
complicato parlare dell’horror e del fantastico “in generale”: ci sono
prodotti riusciti e altri no, cose che mi piacciono e altre che non apprezzo.
King, però, è un grandissimo, e io l’adoro. Ultimamente, forse, non riesce a
raggiungere i vertici che abbiamo potuto apprezzare in altre occasioni, ma
rimane pur sempre King. Quali
sono i tuoi autori preferiti tra cinema e letteratura? Sono
un lettore e uno spettatore onnivoro, e mi è praticamente impossibile
risponderti… o meglio, per farlo avrei bisogno di un giorno di tempo per
pensarci e di tre pagine di spazio. Quindi è meglio che soprassediamo. Secondo
te come mai in Emilia Romagna ci sono tanti scrittori Noir tutti bravi e
attivissimi? Lucarelli, te, Rigosi, Nerozzi, la Vinci, Fois… Uno
studio dell’Università di Bologna ha dimostrato che la piadina, il sangiovese
e il lambrusco stimolano in modo particolare certe parti del cervello, quelle
appunto deputate alla creatività indirizzata alla narrativa Gialla e Noir… A
parte gli scherzi, non lo so proprio! Cosa
pensi del Fandom e del florido movimento underground in cui si muove il nostro
sito? Rappresentate
una realtà importante: in certe correnti come quelle che tu chiami
“underground” va individuata una spina dorsale del corpo dei nostri lettori,
e in generale di un mondo attento e competente. Lunga vita a voi, dunque! Eraldo
Baldini: un esteta del Noir e del Fantastico (tradotto anche in Francia) che
predilige l’analisi psicologica e la cura del dettaglio al più comodo (e
facile) effetto spettacolare. Sei d’accordo? Be’,
perlomeno mi piacerebbe che fosse così. Ultima
domanda scontata: nuove uscite e progetti per il futuro. A ottobre uscirà, per la Frassinelli, quello che ritengo il mio romanzo migliore. Si intitolerà TERRA DI NESSUNO e sono convinto che vi piacerà molto. Almeno lo spero…
a cura di Gaetano Mistretta
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