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SCHEDA INFORMATIVA

 

Eraldo Baldini

(Russi, Ravenna,

21 dicembre 1952)

 

Bibliografia narrativa:

 

1987 - Nella nebbia e altri racconti (Longo, Ravenna) [antologia di racconti: “L’estate strana”, “Il ritorno”, “Spiaggia privata”, “La casa di Alice”, “La mano”, “Le ali del drago”, “La dodicesima notte”, “Su a Monte Gufo” e “Nella nebbia”].

 

1994 - Urla nel grano (Mobydick, Faenza - il racconto “Re di Carnevale” ha vinto il Premio “Gran Giallo Città di Cattolica” [MystFest] nel 1991) [antologia di racconti: “Chi vive nell’olmo grande?”, “L’insuccesso scolastico e le sue conseguenze”, “Il grande secco”, “Le assenze di Sara”, “La croce del drago”, “Urla nel grano”, “A lume di candela”, “Re di Carnevale”, “Il gorgo nero” e “La collina dei bambini”].

 

1995 - Bambine (Edizioni Theoria, Roma-Napoli).

 

1996 - L’uccisore (Edizioni Theoria, Roma-Napoli - traduzione francese: Le tueur, Tram Editions, 2000).

 

1997 - L’estate strana (Edizioni EL, Trieste) [romanzo breve].

 

1998 - Mal’aria (Frassinelli, Milano - nello stesso anno ha vinto il Premio “Fregene” - traduzioni francesi: Mal’aria, Hachette, 2000 e Le Club, 2000).

 

1999 - Faccia di sale (Frassinelli, Milano - Premio “Serantini”).

 

2000 - Gotico rurale (Frassinelli, Milano - Premio “Settembrini - Regione del Veneto”) [antologia di racconti: “La collina dei bambini” (1994), “A lume di candela” (1994), “Di pietra e di ghiaccio” (1998), “Il grande secco” (1994), “Re di Carnevale” (1994), “Chi vive nell’olmo grande?” (1994), “Nella nebbia” (1987), “L’insuccesso scolastico e le sue conseguenze” (1994), “Il gorgo nero” (1994), “Foto ricordo” (1994), “Urla nel grano” (1994) e “In fila per due” (2000)].

 

2001 - Tre mani nel buio (Sperling & Kupfer, Milano) [antologia di romanzi brevi: “Una caldissima estate”, “Un trapano in testa” e “Qualcosa nel buio”].

 

2001 - Le porte del tempo (Walt Disney, Milano) [per ragazzi].

 

Racconti sparsi su

antologie collettive:

 

1994 - “Foto ricordo” (in Sospeso, Editrice L’Entronauta).

 

1995 - “Notturno in un interno” (in Penombra, Edizioni Casa Rosa).

 

1995 - “Der Krieg (La guerra)” (in Ero una ragazza così allegra prima della guerra, MobyDick).

 

1996 - “Caccia grossa” (in Brevemente, MobyDick - l’antologia è stata tradotta in Irlanda in lingua gaelica: I mBeagàn Focal, Coiscéim, 1998).

 

1997 - “Ululati” (in Delitto per iscritto, Palumbo Editore).

 

1998 - “Di pietra e di ghiaccio” (in Cuore nero, Fernandel).

 

1999 - “Ospitalità” (in Il galateo del telefonino, MobyDick).

 

2000 - “Sinite parvulos veniant mihi” (in Passi nel delirio, Addictions).

 

2000 - “Statale Adriatica, chilometro 170” (in Italia odia, Mondadori).

 

Bibliografia saggistica:

 

1986 - Alle radici del folklore romagnolo (Longo, Ravenna - Premio “Costantino Pavan”).

 

1988 - Paura e “maraviglia” in Romagna: il prodigioso, il soprannaturale, il magico tra cultura dotta e cultura popolare (Longo, Ravenna).

 

1989 - Calendario e folklore in Romagna (Il Porto, Ravenna) [in collaborazione con Giuseppe Bellosi].

 

1990 - Tradizioni e memorie di Romagna (Longo, Ravenna) [in collaborazione con Ermanno Silvestroni].

 

1991 - Riti del nascere: gravidanza, parto e battesimo nella cultura popolare romagnola (Longo, Ravenna).

 

1993/99 - Fiabe di Romagna raccolte da Ermanno Silvestroni (Longo, Ravenna) [a cura di Eraldo Baldini - in 5 volumi].

 

1995 - La terra a metà: proprietari e contadini dall’alto Medioevo all’Ottocento in Romagna [in collaborazione con Alessandra Banchini e Dante Bolognesi].

 

1996 - Siamo qua da voi signori: la Pasquella nel territoio cervese [in collaborazione con Alessandro Sisti e Massimo Carli].

 

1999 - Romagna celtica [in collaborazione con Anselmo Calvetti].

 

 

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ERALDO BALDINI


Intervista realizzata nell'aprile 2001

 

Tu hai all’attivo parecchi saggi di antropologia culturale dedicati a tradizioni, leggende e superstizioni dell’Emilia Romagna: questo interesse deriva dai tuoi studi, vero?

Sì: durante e dopo il mio corso di laurea in Lettere ho cercato di specializzarmi in Antropologia Culturale: una passione forte, che ancora coltivo. Infatti, anche se sporadicamente, continuo a scrivere articoli e saggi sull’argomento.

 

Ritieni che la tua attività di saggista sia stata utile per la tua attività narrativa? Quasi tutti i tuoi romanzi o racconti, di fatto, traggono la loro linfa vitale dal folklore della tua terra… fai molte ricerche prima di dare il via alla stesura delle tue storie?

I miei studi di antropologia sono alla basa di molte delle suggestioni, delle ispirazioni e delle storie che poi uso in narrativa. La ricerca quindi sta a monte: negli anni passati ne ho fatta così tanta… Però a volte occorre rinfrescarsi la memoria, o approfondire certi temi, per cui mi chiudo in biblioteca o in qualche archivio, e mi do da fare. Mi sembra che, senza andare a cercare personaggi e figure che non appartengono all’immaginario italiano (tipo vampiri, licantropi, zombies e via dicendo), abbiamo nella nostra cultura atavica una serie di immagini inquietanti e ben più suggestive: io, conoscendo bene tale patrimonio folklorico, posso dirti che avrò materiale sufficiente per il resto della mia carriera.

 

Vuoi spiegare ai nostri lettori cos’è il Gotico Rurale che hai creato?

Il Gotico Rurale è una categoria narrativa molto particolare che si differenzia dal Noir metropolitano e va ricercata nella vecchia cultura stratificata dell’immaginario delle campagne della nostra provincia. Qualcosa dunque che affonda le radici non nella modernità ma, bensì, nel passato. Io, ad esempio, sono cresciuto in una famiglia di campagna con due nonnetti che avevano una concezione pedagogica molto particolare: per farmi stare buono mi terrorizzavano continuamente con una serie di storiacce provenienti, appunto, dalla tradizione orale contadina. Storie spaventose che poi sono le stesse che si trovavano nelle fiabe, a loro volta edulcorate nel corso del tempo fino a perdere quasi del tutto il loro potere terrifico. Come potrai capire mi sono quindi abituato alla paura ma anche al piacere che essa può dare, per cui, esaurito l’apprendistato con i nonni, me la sono andata a cercare nelle letture, nel cinema e in tutto ciò che può essere racconto.

 

Quando pubblicasti la tua prima raccolta di racconti NELLA    NEBBIA E ALTRI RACCONTI (1987) in Italia ancora non c’era una tradizione letteraria del fantastico (e forse non c’è nemmeno ora…). Puoi essere dunque annoverato tra i pionieri del settore, non credi?

Per quanto riguarda NELLA NEBBIA E ALTRI RACCONTI, non feci altro che convincere il mio editore per la saggistica, Longo, a tentare qualcosa di diverso dal solito. Quella fu però un’operazione di carattere quasi locale, mentre URLA NEL GRANO, il mio secondo libro, è giunto solo sette anni dopo! Allora non era facile pubblicare, per un italiano semiesordiente, né nel campo del fantastico né altrove; e comunque non è che io mi impegnassi molto, anche perché non avevo granché nel cassetto. Ad ogni modo pensavo che, visto che in Italia c’erano parecchi lettori amanti del genere fantastico, prima o poi doveva arricchirsi anche la compagine dei narratori nostrani. Una dinamica, come sai, che non si è ancora pienamente realizzata… Vedremo in futuro.

 

Il racconto più terrificante di quel libro è sicuramente “Nella nebbia”, in cui fa la sua prima apparizione la Borda: vuoi spiegare cos’è ai nostri lettori? Tu l’hai mai incontrata?

La Borda è un personaggio dell’immaginario emiliano-romagnolo, ed è una sorta di malefica strega delle acque che uccide chi ha la sventura di incontrarla. Dalle mie parti è una sorta di agghiacciante personificazione della nebbia, che si manifesterebbe soprattutto lungo i canali, negli stagni, nelle paludi. Chi ha avuto l’esperienza di trovarsi nelle zone paludose del Ravennate o del Ferrarese in una sera di nebbia fitta, può capire bene come sia nata una tale suggestione, una tale paura. Per quanto mi riguarda, credo di essermela sentita più di una volta intorno; ma, se l’avessi incontrata, non sarei qui a parlartene…

 

Perché non continuasti subito a scrivere opere di fantasia? Come fu che nel ’91 decidesti di partecipare al MystFest (Gran Giallo Città di Cattolica) con l’agghiacciante racconto “Re di Carnevale”?

Erano anni in cui tutte le mie energie erano concentrate sulla saggistica, in cui stavo ottenendo molti riconoscimenti (nel 1988 vinsi in quel campo il Premio Nazionale “Costantino Pavan” per ALLE RADICI DEL FOLKLORE ROMAGNOLO, e alcuni miei libri cominciavano a essere usati in diverse università italiane). Furono alcuni amici a convincermi a presentare un racconto, che scrissi per l’occasione, al MystFest, perché ritenevano che stessi sprecando potenzialità in campo narrativo. Come sai, andò bene.

 

La vittoria di quel prestigioso premio cosa cambiò nella tua vita privata e in quella artistica? Dopo di allora, oltre a pubblicare con regolarità le tue opere, hai vinto parecchi altri concorsi…

Devo dire che quel premio mi fece soprattutto tornare la voglia di narrativa. Così scrissi una decina di racconti, sperando di non avere troppa difficoltà a pubblicarli. E invece le difficoltà ci furono: riuscii ad ottenere un sì solamente tre anni dopo, dalla Mobydick. La vera svolta ci fu quindi più tardi.

 

Nel 1994 è dunque la volta di URLA NEL GRANO, seconda antologia personale che ti fa notare al grande pubblico: storie bellissime, inquietanti, molto originali. Come ricordi quella fase della tua carriera?

URLA NEL GRANO ebbe il grande pregio, pur essendo stato pubblicato da un piccolo editore, di farmi conoscere da una fetta di pubblico, e soprattutto dalla critica, che parlò bene di quel libro. Così attirai un po’ di attenzione, e Cesari e Repetti (che attualmente dirigono la collana “Stile Libero” di Einaudi) mi acquistarono, per Theoria, il romanzo BAMBINE. Ecco, direi che fu quello il vero inizio della mia carriera di scrittore.

 

BAMBINE (1995), con introduzione di Carlo Lucarelli, è caratterizzato da una prosa piana e senza eccessi che rende ancor più agghiacciante la trama: un giornalista di Ravenna dà la caccia a un pericoloso serial killer che uccide l’innocenza. Che puoi dirci oggi di quel tuo primo, ottimo romanzo?

Fu uno dei primi romanzi italiani su un serial killer. Ci misi dentro a grandi mani il mio mondo: la mia città, la riviera romagnola, e altri elemento autobiografici. Probabilmente la storia del killer pedofilo fu solo un pretesto per raccontare altre cose. In quel libro, tra l’altro, mi staccai dal Gotico Rurale perché voglio cercare di suonare un po’ tutte le corde di quello che può toccarci nel profondo.

 

Conoscevi già Lucarelli? So che siete molto amici…

Conosco Carlo da tanto tempo, dopotutto abitiamo a un tiro di schioppo l’uno dall’altro: credo di poter dire che, come scrittori, siamo nati e cresciuti insieme. È senza dubbio uno dei miei migliori amici, ci vediamo spessissimo.

 

L’UCCISORE (1996) parla ancora di serial killer ma affonda le proprie radici nei fantasmi del Nazismo ed è un romanzo molto particolare, a più strati: vuoi spiegarcelo?

L’UCCISORE affronta il tema del Male, cercando di resistere alla tentazione di fare del moralismo. È un romanzo breve ma allo stesso tempo complesso: non riesco a parlarne in due battute… Quel libro fu comunque l’occasione di trattare di tre luoghi che mi sono cari perché ci ho vissuto: la Romagna, una cittadina tedesca e un villaggio svizzero sul Reno.

 

L’ESTATE STRANA (1997), versione estesa dell’omonimo racconto già apparso nella tua prima antologia, è un racconto lungo o, se preferiamo, un romanzo breve: un formato poco sfruttato, qui da noi…

I miei romanzi sono tutti piuttosto brevi. In quel caso, però, la scelta non fu mia, ma di carattere editoriale. Infatti è pubblicato in una collana per adolescenti della EL che si chiama significativamente “I Corti”.

 

MAL’ARIA (1998), invece, è un autentico capolavoro: un romanzo nerissimo, ultragotico (in senso rurale, si intende) e crudele che, per quanto mi riguarda, va a costituire l’ideale contraltare letterario al cult movie LA CASA DALLE FINESTRE CHE RIDONO: che ne dici?

Il mio mondo e quello di Pupi Avati, geograficamente e immaginativamente, non sono molto lontani. Più che di un film in particolare, comunque, io parlerei del climax del primo Avati in generale. Mi ricordo che, quando gli mandai in lettura URLA NEL GRANO, Pupi lo apprezzò e mi incoraggiò.

 

Immaginati cosa verrebbe fuori se proprio lui ne facesse un film…

Avati, oltre che grande regista, è anche un ottimo inventore di storie e autore: non credo abbia bisogno dei testi altrui.

 

La crudeltà delle crocifissioni palustri mi ha piacevolmente ricordato il sadismo del prologo de L’ALDILÀ di Lucio Fulci: ti piace questo tipo di horror truculento?

Non particolarmente: di solito apprezzo il “non detto”, quindi un approccio più soft. Nel caso di certe parti di MAL’ARIA è stato necessario esplicitare, ma credo di averlo fatto senza compiacimenti morbosi, senza indugiare su particolari truculenti.

 

FACCIA DI SALE (1999) è, più ancora de L’UCCISORE, un romanzo stranissimo, con echi de L’UOMO CHE RIDE di Victor Hugo. La storia di una sanguinosa faida ambientata nelle paludi ravennati di fine XVII° secolo: il gusto per la sfida non sembra mancarti…

Credo che tale gusto debba appartenere ad ogni scrittore. Rinnovarsi, cercare percorsi nuovi è importante.

 

La tua terza antologia GOTICO RURALE (2000) è una rilettura di URLA NEL GRANO con due racconti in meno (“Le assenze di Sara” e “La croce del drago”) sostituiti da uno nuovo di zecca (“In fila per due”), uno ripreso da NELLA NEBBIA E ALTRI RACCONTI (“Nella nebbia”) e altri due da antologie collettive (“Di pietra e di ghiaccio” e “Foto ricordo”). Tutti quanti, comunque, sono stati riscritti: perché questo lifting? Li trovavi forse un po’ superati?

Ho avuto l’occasione di poterli rivedere e l’ho fatto volentieri, perché col tempo un autore matura, affina il linguaggio, diventa più esperto, acquisisce più “mestiere”. E poi non si è mai del tutto soddisfatti di ciò che si è scritto, quando lo si va a rileggere dopo anni: si trova sempre qualcosa da cambiare, da perfezionare. Più che “superati”, dunque, erano semplicemente migliorabili, e non mi sono lasciato scappare l’opportunità.

 

A me sono piaciuti soprattutto “L’insuccesso scolastico e le sue conseguenze”, “Il Gorgo Nero” (che sembra scaturito dalla mente malata di Lovecraft), “Foto ricordo” e “In fila per due” (terribile e crudele nella sua elementarità da incubo moderno), ma fare graduatorie è fuori luogo. L’antologia si mantiene sempre ad alto livello e il tuo stile sobrio e unico la rende un ennesimo capolavoro. Non semplice letteratura “di genere” ma arte pura. Tu che rapporto hai con i “generi”?

Credo che oggi il concetto di “genere” si sia giustamente fatto molto meno rigido che in  passato. Ha ragione chi dice che, in fondo, di generi ne esistono solo due: i libri belli e quelli brutti…

 

TRE MANI NEL BUIO (2001) è un’altra scommessa: tre romanzi brevi racchiusi in un unico volume. Quando li hai scritti?

Molto recentemente, e rappresentano un’ennesima scommessa, quella di fare dei “gialli” abbastanza classici. Ferma restando, però, la precisazione sui generi che ho espresso prima.

 

“Un trapano in testa” è per caso un omaggio all’antologia UN TRAPANO NEL CERVELLO curata da Ricci & Perissinotto?

No, in realtà non ci avevo neppure pensato.

 

Essendoci gli stessi poliziotti (ai quali ci si affeziona subito in quanto persone “vere” e complesse) che indagano su tre diversi casi delittuosi si potrebbe quasi ipotizzarne un prossimo sfruttamento televisivo… ti sono già arrivate offerte in questo senso?

Per il momento no; e poi mi sa che di poliziotti, nella fiction italiana, ce ne siano anche troppi…

 

Vuoi raccontarci questo tuo esordio ufficiale nel Giallo puro dopo tanti Noir? Ad essere onesti, comunque, già scrivevi Gialli anche prima…

Non mi pongo veramente il problema, quando comincio a scrivere, di incasellare ciò che faccio in un genere. Ho in mente una storia e comincio a buttarla giù. I tre romanzi brevi di TRE MANI NEL BUIO sono soprattutto, nel mio intento, l’occasione per parlare anche di temi medici (una mia passione): hanno infatti al centro tre diverse patologie.

 

Di scommessa in scommessa: LE PORTE DEL TEMPO (2001) è un romanzo per ragazzi commissionato dalla Disney italiana con Topolino protagonista di una vicenda fantastica in piena regola. Parecchi scrittori della scuola romagnola vi si sono già cimentati: come reputi l’esperienza?

Sicuramente interessante, anche se piuttosto difficile. Il mondo Disney e un personaggio come Topolino hanno delle connotazioni e delle regole precise, consolidate, e attenervisi ha richiesto uno sforzo e un’attenzione particolari. Comunque l’idea di scrivere per un pubblico come quello dei bambini è stata di grande stimolo.

 

Cosa pensi dell’horror e del fantastico in generale? Sei un fan di Stephen King come noi, vero? Come vedi i suoi più recenti parti letterari?

È complicato parlare dell’horror e del fantastico “in generale”: ci sono prodotti riusciti e altri no, cose che mi piacciono e altre che non apprezzo. King, però, è un grandissimo, e io l’adoro. Ultimamente, forse, non riesce a raggiungere i vertici che abbiamo potuto apprezzare in altre occasioni, ma rimane pur sempre King.

 

Quali sono i tuoi autori preferiti tra cinema e letteratura?

Sono un lettore e uno spettatore onnivoro, e mi è praticamente impossibile risponderti… o meglio, per farlo avrei bisogno di un giorno di tempo per pensarci e di tre pagine di spazio. Quindi è meglio che soprassediamo.

 

Secondo te come mai in Emilia Romagna ci sono tanti scrittori Noir tutti bravi e attivissimi? Lucarelli, te, Rigosi, Nerozzi, la Vinci, Fois…

Uno studio dell’Università di Bologna ha dimostrato che la piadina, il sangiovese e il lambrusco stimolano in modo particolare certe parti del cervello, quelle appunto deputate alla creatività indirizzata alla narrativa Gialla e Noir… A parte gli scherzi, non lo so proprio!

 

Cosa pensi del Fandom e del florido movimento underground in cui si muove il nostro sito?

Rappresentate una realtà importante: in certe correnti come quelle che tu chiami “underground” va individuata una spina dorsale del corpo dei nostri lettori, e in generale di un mondo attento e competente. Lunga vita a voi, dunque!

 

Eraldo Baldini: un esteta del Noir e del Fantastico (tradotto anche in Francia) che predilige l’analisi psicologica e la cura del dettaglio al più comodo (e facile) effetto spettacolare. Sei d’accordo?

Be’, perlomeno mi piacerebbe che fosse così.

 

Ultima domanda scontata: nuove uscite e progetti per il futuro.

A ottobre uscirà, per la Frassinelli, quello che ritengo il mio romanzo migliore. Si intitolerà TERRA DI NESSUNO e sono convinto che vi piacerà molto. Almeno lo spero…

 

a cura di Gaetano Mistretta

 

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