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SCHEDA INFORMATIVA
Nato
a Roma il 5 luglio 1966. Scrittore, sceneggiatore e musicista, ha già un
cospicuo curriculum alle spalle. Autore dei libri Primi
Delitti (ACME, 1989, antologia), Madre
Mostro (ACME, 1991, antologia), Prigioniero
Del Buio (Granata Press, 1992,
romanzo), Il Dipinto Ucciso
(Granata Press, 1993, romanzo), Primi
Delitti (Castelvecchi, 1997: antologia
ampliata) e di alcuni racconti sparsi, è stato anche coordinazione redazionale,
responsabile della corrispondenza con i lettori, redattore e editor per Splatter,
Mostri,
Nosferatu,
Splatter Poster,
Zio Tibia
e La clinica dell’orrore
(mensili di fumetti e cinema curati dalla ACME tra 1989 e il 1991). Ha scritto
soggetti e sceneggiature per il mensile a fumetti Cattivik
(ACME, 1990/91), racconti radiofonici per Appuntamento
a Carfax (Rai), ideato articoli e
barzellette (per Tiramolla,
Comic Art, 1994), un clip pubblicitario CEE per il consumo del latte (1996),
disegnato la fiaba originale in 270 tavole illustrate Tobia
il nostromo del tempo (Caterina Ponti
Productions, 1999) ed espone le sue opere grafiche in varie gallerie nazionali
sin dal 1997. Come se tutto ciò non bastasse, è anche fondatore e batterista
del gruppo Latte & I Suoi Derivati
(oltre 600 concerti dal vivo in tutta Italia, molteplici interventi televisivi
sui 3 canali RAI, MEDIASET, TMC, TMC2, nonché su radio network e private - 5 i
dischi dischi all'attivo) e autore di due commedie teatrali. È inoltre membro
fondatore e co-autore del gruppo rock Zuma,
di recente formazione.
Per
le edizioni G.Ho.S.T. ha partecipato alle antologie: Torture
cerebrali, Altrove,
Paura
e Shock!
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PAOLO DI
ORAZIO
Intervista
realizzata nel dicembre 2000
Allora
Paolo, iniziamo con una domanda quasi obbligatoria: perché Inconnu
(visiona l'anteprima )?
Il
motivo è: prosecuzione. Dalla pubblicazione di Primi delitti '97
ho trascurato, per motivi di stress estremo, le mie public relations editoriali.
Come qualcuno saprà, il mio Mr Hyde identificato nella realtà musicale con un
certo gruppo-meteora cui ho fatto parte come strumentista mi ha totalmente
coinvolto. Declinata questa caotica esperienza, ho maggiore misura di me stesso
rispetto a quando facevo concerti e TV, così ho deciso di rimboccarmi le
maniche per far sentire ancora la mia voce preistorica di narratore. Certo, la
musica mi ha dato molte soddisfazioni materiali ed emotive, tuttavia non posso
permettermi di abbandonare per sempre o relegare in un cantuccio chi mi ha
sostenuto 12 anni fa quando il Primi Delitti (edizioni ACME)
uscito in edicola presentava la firma di un perfetto sconosciuto; chi mi ha
scritto lettere su lettere per tutta la vita di Splatter, e
continua a ricordarmi oggi.
Quindi,
Inconnu. In francese significa sconosciuto. È un banco di
prova. I racconti contenuti in essa sono sconosciuti ai più. Ed io stesso,
oggi, sono conosciuto o no? Oppure sono paragonabile alla figura arcaica, quel
concetto globale, quel misto di emozioni intime che ogni sconosciuto evoca
riconducendoci ad una entità dalle fattezze comuni al sentire e percepire di
ciascuno di noi? Più semplicemente, ho scoperto questa parola, Inconnu,
e mi è piaciuta.
Nel
1989 per la ACME esce il vendutissimo (oltre 10.000 copie) e accusatissimo Primi
Delitti. Come è nata l'idea di questo progetto?
Ho
scritto una serie di idee. Le prime strettamente
minimaliste, così come sono state stampate (Caramelle,
Poldo & W.E. Coyote), le successive più approfondite, vissute e
partecipate. Lo sviluppo, la stesura di questa idea seriale è stata rispettata
nell'assemblaggio definitivo che si può leggere nel libro. L'idea e anche il
modo in cui avevo affrontato la materia colpirono la casa editrice. Niente più.
È nato tutto secondo mio istinto, e poi cresciuto con la fiducia di un bravo
editore, un amico, tutt'oggi attento alle novità e amante del rischio ma forte
nell'intuito. L'unico difetto di quell'esperienza è stata la mia inesperienza,
la mia eccessiva modestia. Eravamo tutti molto impegnati. Fondamentalmente forse
avrei dovuto irrompere nel salotto di Maurizio Costanzo, al momento
dell'interrogazione parlamentare che mi accusava di istigazione a delinquere,
così forse ad oggi avrei pubblicato due libri l'anno con Mondadori, sarei
andato a Porta a porta, Kitchen, Samarcanda,
sarei tra i cannibali, avrei scritto film per tutti, avrei posato nudo per L'Espresso.
Ma è inutile parlare al condizionale passato. Magari mi sarei montato la testa
per poi perdermi nella vacuità del trend. Chissà. Non è detto che queste cose
possano essere improponibili oggi. Dipende dalle circostanze, le combinazioni.
Sempre
per la ACME nel '91 esce il discusso e violento Madre Mostro. Come
andarono le cose?
Onestamente,
Madremostro non ha sollevato polveroni ufficiali come il suo
predecessore. Benché riconosca che le idee espresse e il modo di sviluppo così
carenti di autoironia si mostrino persino ai miei occhi come una materia di
incredibile ira e soffocante orrore. Penso di aver superato me stesso,
nonostante fossi così fresco di esperienze. Sì, Madremostro è
violentissimo, senza speranza, totalmente nero. Purtroppo è uscito nel momento
in cui la ACME entrava in crisi, quindi ho saputo ben poco della sua riuscita.
La corrispondenza fitta su Splatter mi permetteva di misurare la
qualità del mio lavoro, grazie alla puntuale e obiettiva parola dei lettori, ma
la parabola di discesa del mensile (unico appiglio concreto per la risposta
editoriale, a parte i dati vendita) è stata troppo rapida per poter comprendere
la stabilità dell'antologia.
Grazie
alla promozione dei lettori riguardo Primi delitti
è nata l'idea di Madre Mostro. In realtà,
il successo di PrimiD mi ha dato fiducia e indotto a misurarmi di
nuovo col pubblico. Ho cercato emozioni profonde, volevo dare di me quanto
possibile, e siccome non sono uno scrittore improvvisato horror, Madremostro
contiene ancora quello che veramente sento. Il giudizio finale, poi, spetta
sempre a chi mi legge. L'editore mi ha proposto la seconda prova, dopo PrimiD,
quando già avevo per le mani tre racconti, La vendemmia, e altre
due storie abortite. In poco tempo, stabilita la scadenza di uscita della nuova
antologia, ho incanalato meglio le mie fantasie e ho partorito di getto i
racconti di Madre Mostro nell'ordine di successione in cui sono
stati assemblati nel libro.
Come
mai l'improvvisa sospensione di Splatter e tutte le sue altre
testate?
L'improvvisa
sospensione della pubblicazione di Splatter e tutte le altre
testate è avvenuta perché l'agitazione parlamentare che ha imposto il divieto
ai minori sui prodotti ACME deve aver scoraggiato il grosso del pubblico (non
tanto i lettori, quanto, suppongo, le famiglie in cui circolavano le nostre
testate). Col calo delle vendite si è verificato uno sbilancio economico
critico, per cui la casa editrice non avrebbe mai potuto continuare a produrre
materiale inedito.
Per
la Granata Press invece nel '92 e nel '93 escono Prigioniero del buio
e Il dipinto ucciso. Cosa puoi raccontarci di questi due lavori?
Prigioniero
del buio è un romanzo breve di 140 pagine, se non erro, per la collana "Under
the knife", Granata Press. È la mia prima prova di racconto lungo. Mi
ricordo un lavoro estenuante. Pensavo continuamente che prima o poi sarei giunto
ad un binario morto ma non andò così. L'idea meritava lo spazio che ha preso,
ma per me era ovviamente la prima volta che affrontavo un terreno così largo.
Il teatro della vicenda è un'isola immaginaria del Mediterraneo, Scogliera. In
questa lontana regione prende il sopravvento l'Uomo Nero. Una figura
implacabile, inafferrabile. Principe delle tenebre e divoratore di bambini con
l'unico movente di nutrire se stesso. In realtà la trama (come mi repelle
sentir dire) si tinge di giallo, e le origini di questa creatura fisica e
sanguinaria sono una breccia tra la realtà e il mito.
Il
dipinto ucciso è il successivo romanzo, esteso più del doppio rispetto
al precedente. Concepito anni prima, trovo l'accordo giusto per stenderlo non
appena chiudo i lavori su Prigioniero. Con Dipinto
tutti i miei amori convergono: l'orrore puro, la predestinazione, la violenza
estrema, la commiserazione, la solitudine, il complotto, il contrappasso, il
mosaico di cause, la libertà di delirio. Anche su questa opera non c'è un
briciolo di ironia, né un barlume di salvazione o evoluzione, né processi di
purificazione, di conquista. È ancora una storia sull'essenza umana, cominciata
tra le pagine di Madremostro, qui portata ai massimi livelli della
speculazione, della strumentalizzazione, dello sfruttamento bieco. Questo
romanzo ha un colore grigio-viola, niente di più. Ma lo amo molto, ovviamente,
anche se oggi non lo scriverei così.
Dopo
diversi racconti e romanzi fanta-horror da te scritti, qual'è a tuo avviso la
formula ideale per scrivere un buon racconto del terrore?
Dal
momento che nessuno ha mai spiegato a me quali sono le regole per scrivere un
buon racconto del terrore, non saprei dire se esiste davvero una formula valida
che tutti debbano seguire. D'altro canto, neanche mi sento ancora pronto a
teorizzare su quanto sto ancora esplorando in prima persona. Quando sento
parlare di corsi, docenti, stages di scrittura creativa mi sorgono molti
pensieri, tra cui: Shakespeare, Verga, Giulio Cesare... queste persone hanno
creato opere con le sole regole della grammatica, la propria personale cultura
umanistica, il proprio spessore spirituale. Se non si parte da queste tre
porzioni base, credo sia inutile cercare altrove.
Come
definiresti la paura nel nostro genere?
La
paura è un sentimento. Come tale ne abbiamo bisogno. Le creazioni horror sono il
tempio di questo culto
passionale che ciascuno di noi celebra per se stesso per le ragioni più
disparate.
Cosa
ne pensi dell'horror italiano e di tutte le sue produzioni cinematografiche?
Mi
piace moltissimo. È materiale grezzo, forse più brutale rispetto alle
produzioni tedesche, spagnole, americane. Più convincente. Sarete
d'accordo con me che La casa dalle finestre che ridono e Zeder,
ma soprattutto il primo, sono un must del nostro cinema. Certo, Argento ci
ha fatto notare all'estero, ma esistono moltissime altre cose di pregiato
valore; ad esempio di Bava (Mario), Fulci, e vari. È opinione comune, però,
che nessun italiano abbia più prodotto un grande film. Da anni.
Hai
qualche preferenza di registi italiani nel campo horror-fantasy?
Nel
campo horror/fantasy italiano metto in testa Lucio Fulci, per le sue idee,
Argento per la potenza espressa negli anni '70, Pupi Avati, autore che avrebbe
potuto dare tantissimo all'horror e al fantasy.
Tempo
fa lo splatter andava di moda (vedi l'iperviolento Brain Dead),
cosa ne pensi di questo fenomeno?
È
un fenomeno molto interessante. È restrittivo però pensarlo come una moda,
poiché tutto quel che è moda viene considerato superficialmente e spesso
proprio alla superficie si fermano alcuni contenuti. Odio le persone che
pensano, leggono, parlano, ascoltano, si pettinano, mangiano e scrivono
"alla moda". Quando qualcosa va di moda, significa che per un certo
periodo il cervello della massa si sbraca a terra e supinamente si sottopone al
trattamento inquadrante. Vanno di moda i Nirvana? allora ecco
l'invasione dei capelli lunghi, il pizzetto e la camicia di flanella a
quadrettoni.
Alcuni
fenomeni prendono piede più per la necessità individuale di aggregarsi, che
per un autentico processo di culturizzazione; fabbisogno che dovrebbe essere in
testa al foraggiamento spirituale di ciascuno.
Se
va di moda lo splatter, state pur certi che la questione è presa solo in
superficie. Ogni argomento ha un significato ben preciso. Quando si fa una cosa
"per moda", allora non avremo mai un prodotto convincente, ovvero
accettato per i suoi significati precisi.
Più
che una moda, lo Splatter è un nuovo modo di fare cinema (il suo padrino
ufficiale è il mitico e lontano H.G. Lewis), sicuramente reazionario e
anticonformista, e solo in quest'ottica va visto. È un'evoluzione necessaria,
poiché gli argomenti sviluppati in chiave classica sono stati tanti e tutt'oggi
le idee stentano a rinnovarsi. In particolare, per quanto riguarda i miei gusti,
l'elemento splatter dovrebbe essere giustificato e supportato da una buona
storia, da un'ottima fotografia e da effetti speciali più che perfetti. Per la
letteratura vale lo stesso.
Non
sopporto le mutilazioni dei pupazzi. Non sopporto il concetto "è bello
perché si vede che è fatto con pochi soldi", perché è il trionfo della
superficialità dei critici novelli. Accontentarsi di ettolitri di sangue e
monconi di gomma, significa avere poche esigenze. Anche l'occhio vuole la
sua parte; ok, il cinema è finzione, ma soprattutto è evasione.
Personalmente, io evado solo grazie a visioni convincenti. Non devo essere
invitato a scoprire il trucco. Sennò, che evasione è?! Anche i b-movies, non a
caso, vanno di moda. Ma siamo sicuri di aver capito cosa vogliano dire?
Al
Rosso & Nero di Torino dicesti che La Casa di
Raimi non riuscì a strapparti nessuna risata; ma cosa hai veramente provato la
prima volta con Evil Dead?
Rispetto
al resto della platea, non ho riso durante il film, ma non perché non
apprezzassi quello che vedevo. Sinceramente non capisco cosa ci fosse da ridere.
Io sono un assolutista e non perdono neanche la risata nervosa. Mi dà fastidio.
Persino in Unbreakable in molti hanno riso durante una scena di
notevole tensione. Nell'altro caso, in cui la risata è provocata da un processo
di giudizio denigratorio, per quanto riguarda Evil Dead posso dire
che la pellicola sfiora il grottesco, ma quello è il senso trash che Raimi ha
voluto dare con cognizione di causa. Evil Dead è come un
fumettone animato. È esagerato, controcorrente, fastidioso, pulp, kitsch. Le
persone, in gran parte, hanno una percezione errata delle cose. Non sanno
apprezzare, non sanno discernere. Consumano ciecamente, appunto, perché è
moda. E ridono.
Certo,
al Fantafestival vedi delle cose pazzesche. Lì si cade talmente
in basso che ridere è il minimo.
Quando
ho assistito per la prima volta a Evil Dead ho provato la
sensazione di non avere scampo, pensavo che non sarebbe mai finita. È un
ottimo obiettivo per una storia.
Raimi
è assolutamente un genio, e dopo l'inutile La Casa 2, ce ne ha
dato ampia dimostrazione con L'armata delle tenebre, dove si
compie finalmente il vero passo dal grottesco al demenziale, e dove ridere è
d'obbligo; ma dinanzi a un capolavoro.
Poi
c'è il favoloso Darkman, col suo vago sapore anni '50. E i vari
salti di classe con Soldi sporchi e la scelta di filmare le gesta
de L'Uomo Ragno.
C'è
qualche pellicola in particolar modo che ti ha maggiormente turbato e per così
dire "cambiato la vita"?
Sì,
una in particolare, ma non ne conosco il titolo. Era un thriller che ho visto da
bambino in TV. Sono passati, credo, 30 anni da allora. Ricordo solo tre scene,
niente più. Nessuno da questi pochi elementi ha mai saputo dirmi di quale film
si trattasse. Comunque è da lì che mi sono incuriosito alle tematiche nere,
nel senso che per quelle cose, quelle storie sviluppai una feroce morbosità di
interesse.
La
censura, specie nel "nostro" genere, ha cercato sempre di abbattere
gli ideali di alcuni brillanti autori controversi. Cosa ne pensi di questo reale
problema?
La
censura, a mio avviso, è finzione. È un semplice strumento attraverso cui un
ordine istituzionale, un governo cerca di usare al meglio per dimostrare il
grado di civiltà in cui esercita il potere. Molti sono i casi in cui la
cosiddetta libertà di stampa garantita dalla costituzione italiana viene
recessa ai danni di chi vuole esprimere una certa gamma di idee; di pura
evasione, nel nostro caso.
È fuori di dubbio che il governo conosca bene quali siano i punti nevralgici da
perseguire. La letteratura violenta, la pornografia; gramigna vecchia, ma
stranamente, stà sempre lì.
Il
rock, ad esempio, entra passo dopo passo nelle grazie di certi ambienti, poiché
tutto fa parte di un disegno di equilibri social-commerciali, di immagine
sostanziale. È un compromesso storico che si è dovuto fare per non perdere nel
nulla le masse giovanili. Ma, ad esempio, l'Heavy Metal non è e mai sarà
prodotto direttamente in Italia, nessuna casa discografica italiana distribuirà
gruppi Metal italiani poiché entrerebbe in contrasto con una tradizione di
territorio che vorrebbe essere come tutti la conosciamo e la sopportiamo. Il
cinema è diverso, ma non chiedetemi perché. Non lo so.
Qual'è
il pensiero più immediato al progetto G.Ho.S.T. e a tutte le sue produzioni?
Uno
tra i più importanti mezzi di sostegno per una cultura che prima o poi dovrà
per forza uscire dal ghetto che la censura e la letteratura di regime hanno
creato. Realtà come G.Ho.S.T. hanno il pregio di documentare
scientificamente tutto ciò che storicizza l'orrore; l'impresa è encomiabile.
Così che, al momento in cui l'underground più non sarà tale, G.Ho.S.T. godrà
di tutto ciò che ha creato, seguito e sostenuto. Ne sono sicuro.
Per
il futuro cosa hai in programma?
Una
rivista horror, ovviamente. Avendone partorita (nel '92) una per la deceduta
Granata Press - a cui ho ceduto i due romanzi Prigioniero del buio
(sempre '92), e Il Dipinto Ucciso, ('93) -, sto rimaneggiando il
progetto, che spero vedrà luce al più presto. Ho dalla mia degli ottimi
disegnatori e anche scrittori. Sto cercando la casa editrice giusta. Nel
frattempo, accudisco i miei tre romanzi inediti, alla ricerca di un editore, sto
realizzando una graphic novel di follia acuta scritta e disegnata da me (e
questo già è folle di per sé), collaboro col mensile Blue, per
cui realizzerò fumetti psychoerotici.
Hai
qualcosa da dire ai nostri lettori?
Ai
lettori vorrei dire di partecipare attivamente e seguire Planet Ghost
perché è un pacchetto di ottima cultura horror, ben sviscerata e ben scritta.
Diffidate dalle imitazioni, e leggetevi finalmente una zine scritta col cervello.
a
cura di Massimo Ferrara
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