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LE CREATURE NOTTURNE DI KENSINGTON

scritto da Filippo Catellani

 

 

La cassetta – una comune cassetta di legno per la frutta, avvolta in un telo di stoffa grezza – rimase sulla riva del piccolo corso d’acqua che scorre nella zona centrale dei vasti giardini di Kensington, a Londra, meta quotidiana di tanti bambini e delle loro mamme. Era stata nascosta con cura nei pressi di un canneto, perché i custodi non la trovassero tanto in fretta. Comunque, se anche l’avessero trovata, difficilmente si sarebbero soffermati a notare che dentro quella cassetta un piccolo fagottino si muoveva ancora. Mentre la campana del custode segnalava l’orario di chiusura, un uomo e una donna – lui alto e magro, trentacinquenne, dal viso butterato e piuttosto volgare, lei smilza e giovane – intorno ai diciott’anni – si affrettavano verso l’uscita. “Perché cazzo piangi, si può sapere?!”, chiedeva lui, visibilmente nervoso. “Ne abbiamo già parlato: sarebbe stato una grandissima seccatura per entrambi. Tu, col tuo lavoro, non avresti avuto il tempo di tirarlo su, ed io non avrei certo potuto andare a dire a mia moglie di quel bastardo!” “Quando sono venuta con te”, rinfacciò la ragazzina, piagnucolando, “mi dicevi che eravate in crisi, e che stavate per divorziare! Quel bastardo, come lo chiami tu, avrebbe potuto essere mio figlio legittimo, se tu avessi mantenuto le tue promesse!” “Sei una bambina stupida e viziata. Credi che sia tutto così semplice, eh? Ellen e io divorzieremo, d’accordo, ma non adesso! Dobbiamo tenere la cosa segreta ancora per qualche tempo. Non ho un soldo, capisci? E’ lei ad avere i quattrini!” La ragazza capiva, sì. Dopo quella cosa orribile che aveva dovuto fare, capiva che l’uomo che le stava davanti era un verme, e che l’aveva stancata. Capiva che ormai il loro amore era finito. “E poi, se proprio ti ripugnava tanto abbandonarlo, perché non hai abortito quando ne avevi il tempo?”, aggiunse lui. Questa domanda la infastidì più di tutti gli insulti. Era ovvio perché non l’aveva fatto: per lo stesso motivo per cui aveva preferito tenerlo all’oscuro della gravidanza fino a quando non era stata sicura di non poter più abortire. Lei desiderava tenerlo, quel bambino. Si era sentita indissolubilmente legata a lui dalla prima volta che l’aveva sentito dentro di sé. Passarono sotto al monumento a James Matthew Barrie. A lei sembrava che la statua li guardasse, con un sorriso strano e un po’ lunare. “Cosa succede adesso? Perché ti fermi?” Lei era pallida, aveva gli occhi sbarrati. Come se avesse visto un fantasma. “L’orologio con il mio nome!”, esclamò. “Non l’ho più! Ero sicura di essermelo infilata quando siamo usciti, non esco mai senza!” “Cretina! Non l’avrai mica lasciato nella cassetta?!” Anne non sapeva cosa rispondere. Era strano che le si fosse slacciato proprio lì, decisamente strano, anzi, molto al di fuori di qualsiasi probabilità… o no? Nel dubbio, non trovò di meglio da fare che mettersi a piangere. “Piantala di frignare, stupida! Torna al ruscello e prendilo! Vuoi forse che ci scoprano?” “Ma è buio… i giardini stanno per chiudere!” “E allora corri, no? E vedi di non farti fermare dal custode, ci mancherebbe solo questa!” Il passo pesante, Anne si incamminò verso il centro dei giardini. Era già sorta la luna. Scomparve nel boschetto. Henry la osservava allontanarsi con il suo passo goffo e i suoi grossi fianchi. Perché mai ho voluto mettermi in questo cazzo di guaio con quella stronza?, si domandò. A mente fredda, ora, trovava che non era neppure una gran bellezza… non tanto da giustificare i rischi a cui si stava esponendo ora. Quella stupida gli aveva detto di essere incinta solo al sesto mese… non era stato possibile abortire, ed ora lui era diventato di fatto un criminale. Non era stata leale, ecco tutto!… Un passo lo scosse dai suoi pensieri. Il custode del giardino passava a controllare che nessuno fosse rimasto all’interno per la notte. Henry corse a nascondersi dietro la statua di Barrie. Si ricordò di quella favola inquietante su Peter Pan nei giardini di Kensington, scritta dal celebre romanziere scozzese, che gli era toccato leggere a scuola. Il custode passò, con la sua torcia. Si fermò proprio davanti al monumento. Henry per poco non se la fece sotto dalla paura.

“Un’altra siringa!”, esclamò il custode, un uomo dal forte accento gallese. “Maledetti tossici! Con tutti i bambini che vengono a giocare qui ai giardini!” E, dopo aver raccolto una siringa, proseguì con la sua ispezione. Non si era accorto della presenza di Henry.

Era trascorso un quarto d’ora, ed Anne sembrava non voler tornare. Imprecando, Henry vinse la tentazione di lasciarla lì e fuggire da solo, ed andò a cercarla. “Se le succede qualcosa, o se qualcuno la ferma, sarà nei guai, e farà certamente il mio nome. Anne non è il genere di donna che si sa prendere le sue responsabilità da sola!” Attraversò il boschetto. All’improvviso si fermò: gli era sembrato di vedere qualcosa brillare fra gli alberi. Ora la rivedeva: era una piccola luce, simile a una fiammella, che brillava a intermittenza.

“Siamo in febbraio”, pensò. “Non è un po’ presto per le lucciole?” Scrollò le spalle, e raggiunse il punto in cui avevano lasciato la cassetta. “Dove cazzo è Anne?”, pensò. Era là, in riva al fiumiciattolo, ferma e immobile come un broccolo. La raggiunse. “Che cosa aspetti? L’hai trovato?” Ma Anne continuava a fissare un punto, sulla riva del corso d’acqua. Puntò il dito, senza parlare. Henry seguì la direzione indicata. C’era ancora la cassetta di legno. Ma era vuota. “Cos’è questa storia?”, disse. “Dov’è il bambino?” “Non lo so!”, belò la ragazza, scema.

Al centro del piccolo corso d’acqua dei giardini di Kensington c’è un minuscolo isolotto. Lì, durante la notte, vivono le fate.

A volte le fate si divertono ad osservare quello che avviene nei giardini. Quella era, avevano visto qualcosa di assai curioso. Alcune avevano raggiunto in volo, sulle loro piccole ali verdi simili a quelle d un pipistrello, la cassetta. Avevano raccolto il bambino nelle loro mani venate d’azzurro. L’avevano portato in volo sulla loro isoletta. A mezzanotte, come sempre, la Regina Nera si era risvegliata dal suo sonno. Era chiamata la "Regina Nera” perché nessuno l’aveva mai vista vestita di un altro colore. Ma il suo volto era pallido e scarno, e le sue labbra rosse come il sangue. Le fate avevano deposto il bambino su una pietra al centro dell’isolotto, e avevano atteso il suo risveglio. Poi, avevano udito gracchiare Salomon.

Salomon era il corvo della Regina Nera. Era un vecchissimo corvo reale, dalla testa ormai quasi priva di piume. La Regina non si muoveva mai senza portarselo con sé, appollaiato su una spalla. Essa non poteva vedere nulla, perché la vita nell’oscurità l’aveva resa cieca, e, quando camminava, aveva bisogno del corvo Salomon che la guidasse. Quando udirono l’urlo roco di Salomon, le fate si nascosero. Perché, quando la Regina Nera si svegliava, aveva sempre fame, e le fate sapevano che quando era affamata era molto meglio non farsi trovare sulla sua strada. Per questo le avevano portato quel fagottino di carne. La Regina Nera, abituata a nutrirsi di topi di fogna, o di fate imprudenti, avrebbe molto gradito, una volta tanto, qualcosa di più sostanzioso e tenero di una fata, e meno peloso di un ratto. La Regina emerse dal buio. Vide l’esserino che piangeva sulla panchina di pietra. “Salomon”, disse al vecchio corvo. “Che cos’è quel delizioso mostro?” “E’ un bambino”, disse il corvo. “Un bambino abbandonato” La scarna mano della Regina sfiorò il viso bianco e tenero del piccolo, provocandone una nuova esplosione di pianto. “Allora è della razza di Peter Pan e dei suoi Fanciulli Perduti!” “Esattamente!” “In questo caso, si tratta senz’altro di una creatura adorabile. Ne farò dono a Peter, perché si prenda cura di lui. Ma io muoio di fame! Non posso rimanere senza mangiare, stanotte!” Il corvo osservò il bambino. “E’ molto piccolo… non può essere fuggito di casa. Deve essere stato abbandonato.” “Chi può aver fatto una cosa simile? E’ normale per gli uomini abbandonare i loro… cuccioli?” Il corvo aprì le ali, sbattendole sulle spalle della Regina. Nel buio, i suoi occhi apparivano bianchi. “I corvi vivono trecento anni, e di cose io ne ho viste. Ho banchettato con i miei compagni su più di mille campi di battaglia. Ho divorato occhi e lingue di impiccati… uomini uccisi per aver osato andare a caccia di frodo nei boschi del re, uomini giustiziati e lasciati sulle piazze per le loro idee politiche. Ho visto pestilenze distruggere città intere, uomini distratti morire per una banale disattenzione… ma mai ho visto uomini così crudeli come coloro che abbandonano bambini alla morte o ad una vita infame.” “Hai ragione, Salomon. A proposito, dov’è Peter?”, chiese la Regina. “E’ da tanto tempo che non viene a farmi visita!” Il corvo ridacchiò. “L’ultima volta che ho visto quel ragazzo, era disperato perché aveva perso la sua ombra. Credo che ne stia ancora cercando una che gli vada bene!”

“Cercalo! Voglio affidargli la cura di questa creaturina. E chiamami le altre fate: gli umani che hanno abbandonato questo bambino non devono essere lontani, e… io ho ancora fame…” Il corvo si librò in volo, muovendo le ali con lentezza. In breve fu sopra le cime degli alberi, e scomparse nel chiarore della luna.

“Come sarebbe a dire ‘non l’ho visto’? E’ un bambino di due giorni! Adesso sta’ a vedere che si è messo a camminare! Cercalo, stupida! Non può essere lontano! Dividiamoci, tu di là e io di qua. Se non lo troviamo ti ammazzo, stronza!” La ragazza piangeva a dirotto. “E se l’ha preso qualcuno? Se un guardiano l’ha trovato, ed ora chiama la polizia?” “Allora ammazzo anche lui! Muoviti! Cerca!” Anne ubbidì, e cominciò a muoversi incespicando sulla riva del fiume. Piagnucolava qualcosa, ma era impossibile capirla. “Puttana stronza cretina!”, disse fra i denti Henry, guardandola impietosamente. “Se riusciamo a farla finita con questa storia, non mi vedi più neanche in fotografia! E se davvero il custode ha preso il bambino? Allora vado al casotto, e com’è vero Iddio lo ammazzo! Busso alla porta fingendo di aver visto per primo il bambino e di voler denunciare l’abbandono e, appena mi apre, lo uccido!” Mentre camminava, la sua mente confusa faceva progetti altrettanto confusi per uscire da quell’incubo. Non si accorse, tanto era concentrato nella ricerca, che un albero spoglio, lì vicino, pullulava di corvi neri (in piena notte!) che lo fissavano. Sul ramo più alto, un corvo reale, più grande di tutti, dal cranio spennacchiato, apriva e chiudeva le ali, gracchiando forte.

Anne cercava, stupidamente, in tutte le buche del terreno, anche quelle decisamente troppo piccole per il suo bambino. Alzando gli occhi, all’improvviso, le parve di vedere un viso pallido, dai grandi occhi, guardarla. Si alzò, lasciandosi sfuggire un grido strozzato. Indietreggiando, inciampò, e perse l’equilibrio. Il suo corpo pesante cadde nell’acqua gelida. Affondò lentamente, e le parve di morire. Spalancò gli occhi. Qualcosa la trascinava verso il fondo del fiumiciattolo. Stranamente, nonostante l’oscurità riusciva a vedere benissimo ciò che c’era intorno a lei. La grande macchia bianca della luna si faceva sempre più lontana, sopra la sua testa. Soffocava, ma continuava ad affondare. Allungò le mani, ed affettò il primo oggetto solido che si ritrovò a toccare. Decise di usarlo come punto d’appoggio per spingersi verso la superficie. Guardò l’oggetto che stringeva. Era una testa. La testa era attaccata a un corpo. Anne tentò di gridare, ma l’acqua le entrò in gola. Si spinse verso l’alto. Mentre riemergeva – ma quanto era profondo quel torrente artificiale? – rimase impigliata in qualcosa. Cos’era? Con meraviglia e spavento, notò che era una rete. Come una rete da pesca, ma dalle maglie enormi, appesa ad una lunga pertica di legno, che svettava verso l’alto, come l’albero di un antico veliero, assurdamente affondato in un minuscolo fiume artificiale in un parco per bambini. Strani pesci passavano fra le maglie di quella rete. Anne si liberò il piede, e riprese a nuotare verso l’alto. Raggiunse la superficie, coi polmoni che le scoppiavano, e nuotò fino a riva.

Si risollevò, e sentì un forte brivido di freddo. Si mise a correre. Voleva fuggire da quel giardino. Aveva visto un cadavere umano, nel fiume! Chi poteva essere? Chiunque fosse, meglio girare al largo. Meglio lasciare i giardini di Kensington e fingere di non avervi mai messo piede. Corse verso il viale di siepi che si snodava verso l’uscita. L’aveva appena imboccato, quando udì un forte rumore, lontano, come lo sbattere improvviso e prolungato di mille ali, e un gracchiare di corvi, forte e insistente. “I corvi dormono, a quest’ora della notte”, si disse. O no? Non ricordava. Non era mai stata molto ferrata nelle scienze naturali. Si voltò, ma dietro di sé non vide niente. Non c’era traccia di Henry, vicino al fiume. Riprese a correre nel viale di siepi, decisa a raggiungere l’uscita il più in fretta possibile.

Giunse alla fine del corridoio. Si fermò, pietrificata. Davanti a lei vedeva il boschetto, e il fiume. “E’ possibile?”, pensò. Proseguendo sempre dritta, aveva raggiunto il punto di partenza. Guardò dietro di sé, e vide quel corridoio, sempre dritto. Non c’erano curve. Niente angoli, né rotondità. Eppure, il corridoio l’aveva riportata indietro. Guardò di nuovo le siepi. Qualcosa si muoveva, là in mezzo… Qualcosa di scuro, e lungo. Un’ombra. Un’ombra senza corpo, che si muoveva lentamente nella sua direzione. Chi diavolo era? Il custode? La polizia? Anne corse verso il fiume, pensando solo a mettere spazio fra sé e il proprietario di quell’ombra. Giunse alla riva del fiumiciattolo. Fece il giro intorno. Raggiunse l’altro lato, il lato che non aveva ancora visto, quella notte. E rimase immobile, quasi pietrificata, di fronte a quello che vide. C’era un grande veliero, attraccato nel piccolo fiume. Era lo scheletro di una nave. “Deve essere un’attrazione per i bambini”, pensò Anne. Quando era piccola, ricordò, adorava giocare ai pirati con i suoi amichetti, nei giardini di Kensington. Un ponte permetteva di accedere al veliero. Lì avrebbe potuto nascondersi. Nessuno l’avrebbe trovata. Salì in coperta. Uncini affilatissimi pendevano dovunque, oscillando al minimo soffio di vento. Le venne da pensare che davvero quel giocattolo gigante aveva qualcosa di tetro. Poi appoggiò la mano a una sartia. La ritrasse, inorridita: la sartia era fradicia! E alghe vere penzolavano dai cordami putrescenti della nave! Solo allora ricordò i cordami in cui si era impigliato il suo piede, sott’acqua. “Devo andarmene di qui!”, pensò.

Ma enormi ratti stavano invadendo il ponte della nave. Sbucavano da ogni dove, e la fissavano con i loro occhietti rossi, frapponendosi fra lei e il punte. Anne aveva una paura dannata dei ratti, non c’era niente che la spaventasse di più. Avanzavano verso di lei. Anne corse verso la cabina di comando. Ma udì un rumore di passi provenire da sotto coperta. Erano passi lenti, pesanti, vecchi. Passi che facevano un rumore di ferraglia. Una lieve luce illuminò un oblò del veliero. La porta si aprì. Una figura gigantesca apparve nel vano. In una mano reggeva una lampada. Nell’altra… Ma non c’era un’altra mano. Aveva un gancio da macellaio al posto del moncherino. Indossava un vestito del Settecento, tutto frange e fronzoli, e portava al fianco un’elegante sciabola. Il capo era coperto da un’imponente parrucca, dai lunghi boccoli che scendevano simili a candele di cera. Soltanto il volto era in ombra. Anne lo guardava, immobile, gelida. Non riusciva a vederne il viso. L’uomo sollevò l’uncino, e con quello accarezzò il marmo di cui la sua porta era rivestita. Anne si sentì svenire. Il rumore era stridente, assordante. La donna si mise a correre, ignorando i ratti. Sentiva, dietro di sé, la risata dell’uomo con l’uncino. Il suo sguardo fu attirato da qualcosa che vide spenzolare dall’albero della nave.

C’era un uomo, lassù. O meglio, un cadavere. Era orribilmente crocifisso sulla cima dell’albero. Aveva le mani forate da enormi uncini d’acciaio, sorretti da tiranti. Un terzo uncino gli entrava dalla nuca e gli usciva dalla bocca. Un gruppo di corvi neri stava divorando i suoi occhi e la lingua, le parti più tenere del suo corpo. Fu solo dai vestiti che indossava che Anne fu in grado di riconoscere il corpo di Henry.

Correva nel boschetto da più di un’ora, tentando di trovare una via per uscirne. Ma il bosco si trasformava continuamente, e in quella specie di labirinto Anne seppe che stava andando incontro alla sua fine. Aveva visto altre fate, era stata inseguita e ferita. Un gruppo di quelle assurde creature fatte a pipistrello le fu addosso. La fecero cadere.

Quando rinvenne, era legata, in piedi, a gambe divaricate, davanti ad un piccolo fuoco. La situazione le ricordò, assurdamente, il momento del parto.

Era ancora notte.

Davanti a lei, c’erano dei bambini. La guardavano in silenzio. Erano cinque o sei in tutto. Sette, per la precisione: c’era anche un neonato, l’ultimo in fondo, in braccio a una signora pallida, vestita di nero. Anne lo guardò. Era un bambino di pochi giorni, minuscolo, avvolto in un panno bianco. Anne lo riconosceva: era il bambino che aveva appena abbandonato. Ma cosa ci faceva lì? Chi erano gli altri? Cosa volevano? Chi era quella donna con quel vestito nero lungo fino ai piedi, che aveva gli occhi bianchi e le labbra macchiate di grosse sbavature di rossetto? E perché tutti la guardavano così? “Questa donna” gracchiò una voce stridula, da uccello, proveniente da chissà dove, “questa notte stessa ha abbandonato il nostro nuovo amico, esponendolo al pericolo di morte. Per colpa di donne come costei voi siete condannati a non conoscere mai una famiglia, a non ricevere mai abbracci da una madre. Che pena pensate si addica ad una donna simile?” Anne fu colta da un presentimento mostruoso. Cominciò a dibattersi. Ma i nodi che la legavano erano troppo stretti. Di fronte a quello che l’aspettava, essere catturata dalla polizia e incarcerata per abbandono di infante le sembrava un sogno. “Morte”, disse il primo bambino. “Morte”, disse il secondo. “Morte”, dissero il terzo, il quarto, il quinto e il sesto. La voce gracchiante pronunciò la sentenza. “Morte! Chiamate Peter Pan!” Peter Pan! Anne aveva visto il cartone animato, da bambina. Allora capì tutto: si trattava di un sogno, un incubo orribile causato dal rimorso per aver abbandonato il bambino! Tutto un sogno, e nient’altro… Ma se davvero era tutto un sogno, perché, ora che l’aveva capito, non si svegliava immediatamente, come accadeva di solito? Un ragazzo avanzò, emergendo dal buio. Il suo corpo seminudo era in parte coperto da foglie legate insieme. Era proprio come se l’era sempre immaginato, da bambina. Era bellissimo. Sorrideva, e mostrava i denti – erano ancora i denti da latte! – che brillavano come minuscole perle. Anne sorrise, senza sapere il perché.

“Non trovo più la mia ombra”, disse. “Qualcuno ha visto la mia ombra?” In effetti, dietro ai suoi piedi, nonostante fosse proprio di fronte al fuoco, non si vedeva l’ombra. “La donna che hai davanti ha una splendida ombra, Peter!”, disse la voce gracchiante, di cui Anne non riusciva a capire la provenienza. Peter sembrò finalmente contento. Si avvicinò alla parete, osservando l’ombra di Anne proiettata su essa, ma poi si ritrasse infuriato. “Non mi sta bene! Non è della mia misura! E’ troppo alta!”, gridò. “E allora?”, disse la voce stridula, in risposta. “Basta accorciarla!” Peter capì. Corse fuori, oltre il cerchio di luce. Tornò, stringendo fra le mani un’accetta. Anche Anne aveva capito: stava per essere “modificata”, affinché la sua ombra combaciasse perfettamente con la sagoma di Peter Pan.

“Questa non è la favola che conoscevo!”, cominciò a piangere. “Non può finire così! Vi prego… abbiate pietà! Non fatemi del male!” Ma i bambini smarriti non le badarono. I bambini sono puri, innocenti e senza cuore. Quindi, non sono capaci di provare pietà. Nemmeno la donna dagli occhi bianchi che cullava il bambino la ascoltava. Continuava a guardare fisso davanti a sé, leccandosi le labbra. Un enorme stormo di uccelli si alzò in volo dal boschetto, coprendo almeno in parte l’orrendo urlo di Anne.

Il giorno seguente, quando i giardini di Kensington vennero riaperti, nessuno si accorse di quanto era accaduto nel corso della notte. I bambini tornarono a giocare nel “boschetto delle fate”, e qualcuno cadde per errore in quel torrente alto tre piedi che circondava l’isolotto al centro del giardino, buscandosi una solenne sculacciata dalle madri. Solo il custode che era stato di guardia quella notte si fece delle domande: non riusciva a capire cosa ci facesse nel letto del torrente, quella mattina, l’accetta che era sempre stata nel suo capanno per gli attrezzi, e che, si ricordava bene, nessuno aveva usato negli ultimi giorni. Raccolse l’accetta, perché qualche bambino non si facesse male, e la riportò al magazzino. Quell’incidente fu la sola stranezza ad essere notata, dopo quella “notte come tutte le altre”, ai giardini di Kensington.

 

(copyright by Filippo Catellani)

 

 

  

FILIPPO CATELLANI

Nato il 18 luglio 1976, appassionato lettore di narrativa del fantastico e dell'orrore, laureato in lingue e letterature straniere (esame andato meglio: letteratura inglese con monografico sul romanzo gotico anglosassone!), è attualmente al suo primo serio tentativo di collaborare con una rivista.

 

  

 

 

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