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FIORI BIANCHI scritto da Alessandra Barricelli
- Fiori sparsi tutt’intorno alla tua tomba mio amore incantato fatina mia bellissima. - Accoccolato sulla lastra di marmo carezza la sua fotografia e quelle due date troppo ravvicinate. Passanti che compiangono quel mai più novello sposo sussurrando gli passano accanto e poggiano altri fiori bianchi fra i fiori bianchi che ingentiliscono la tomba, fresca di terra smossa da poco e di lacrime che avrebbero dovuto scendere molto tempo più in là. - Ti ho amata quanto tu mi hai amato, sono morto con te sposa mia nel cielo; non potrai mai più dispiegare le tue delicate ali di libellula nelle notti chiare, fatina mia bellissima, mio sogno d’estate, non potrò mai più seguirti pochi passi più indietro guidato dalla tua risata argentina tra secolari querce e salici piangenti… - Passanti sussurrando lo compiangono e lasciano fiori bianchi sui fiori bianchi fra i fiori bianchi. Il custode del cimitero avvezzo da decenni a simili scene spazza indifferente il vialetto accatastando foglie morte ai margini delle tombe; pallido il sole velato di nuvole impalpabili si affaccia spento sui volti spenti dei passanti. - Non riderai mai più mia fatina del tuo riso dolce e lieve, amore mio incantato, fatina mia bellissima; non riderai mai più di me coi tuoi gnomi biechi e deformi nelle notti chiare nascosta tra secolari querce e salici piangenti. – Le mani esangui affondate bianche tra i fiori bianchi serra i pugni immersi nella terra con un sorriso vittorioso e statico disegnato agli angoli della bocca. Alza greve e lento i pugni e come un rituale di fronte agli occhi della fotografia li apre piano lasciando scivolare la terra tra le dita. Passanti incuriositi sussurrando gli passano vicino e stringono inconsapevolmente più forte i loro fiori bianchi che scostandosi con cautela poggiano sulla porosa antica tomba accanto, ricoperta di muschio e decorata da un vecchio lumino ormai spento e dai cocci del vasetto di un rampicante secco. - Fiori bianchi come tuo sudario perfetto, mia fatina incantata; terra sparsa tutt’intorno al tuo cadavere olezzoso mio amore incantato fatina mia bellissima regina dei boschi e della notte e di tutti i tuoi gnomi e di me che mai ho saputo allontanarmi dai tuoi occhi splendenti. – Il custode del cimitero avvezzo da decenni a simili storie mentre spazza indifferente il vialetto accatastando foglie morte ai margini delle tombe racconta la vicenda del mai più novello sposo e dell’algida sua amata fatina a chi vuole trovare il tempo di fermarsi ad ascoltarlo. - Questa è la storia banale di un povero cornuto pieno di fantasia mai riamato dalla sua promessa sposa, che mai ha chiesto denaro ma si è accompagnata a tutti. Mi scusi, sposti il piede di lì per favore ché mi sparpaglia di nuovo le foglie. Lei abitava laggiù, vede? Alla fine della strada della chiesa, sul limitare del bosco. Lui di là, al centro del paese, sulla piazza del municipio. Lavorava tutto il giorno, mentre lei rimaneva in casa ad aspettare le due sue visite giornaliere: una a pranzo e una a cena. Ogni sera alla stessa ora poco prima della mezzanotte lui tornava indietro e si coricava sognando del suo prossimo matrimonio. Dopo pochi minuti sistematicamente usciva di casa anche lei dirigendosi verso il bosco vestita solo di un trasparentissimo bianco velo di tulle, in testa e sul petto foglie d’edera e fiori bianchi. Celandosi tra gli alberi si univa a tutti quelli che incontrava, ed erano tanti perché la voce delle sue candide grazie e della generosità con cui si donava a chiunque nelle ore che seguivano la mezzanotte aveva fatto il giro di tutto il territorio. Quella voce raggiunse anche lui, che una notte fingendo di prendere la strada verso casa si nascose dietro un angolo e attese e quando apparve la seguì. Aveva un’intelligenza limitata, lui, e una fantasia un po’ più spiccata della norma, e un equilibrio mentale facile alla rottura. Quando la vide apparire nuda sotto il suo velo e i suoi fiori, lei, che mai gli aveva concesso neanche la vista di una caviglia; quando la vide unirsi a un peloso sporco mastodontico pastore di capre, al figlio ossuto del sindaco, al grasso e unto farmacista, al piccolo deforme scemo del paese la sua intelligenza si bloccò per lasciar fare alla fantasia, mentre il labile equilibrio mentale si rompeva e si rovesciava. Di giorno trovò per lei un nuovo nomignolo: era diventata la sua fatina. Di notte prese l’abitudine di seguirla pochi passi più indietro e di spiarla per accertarsi che fosse proprio lei quella ninfa, quella fata dei boschi, la regina di così tanti gnomi. E prese a venerare misticamente tutto quell’incanto e quella magia, possessivo e geloso ma intimorito dalla forza dell’inconoscibile. Fino all’ultima notte, quando la sua gelosia divenne furia; la trascinò via dal bosco mentre lei stupìta gli chiedeva cosa ci facesse lì e lo rimproverava perché l’indomani avrebbe dovuto svegliarsi presto per andare al lavoro. La portò qui, al cimitero, e il gioco a lei pareva molto bello. La fece sedere sulla lapide di quell’antica tomba porosa e cominciò a scavare ripetendole ossessivamente che sarebbe morta presto. Lei rideva della sua inconsistente risata argentina ritenendo ancora bello il gioco. Ultimata la fossa lui le diede un bacio e le ordinò di sdraiarvisi dentro mentre lievemente rossa in viso lei continuava a ridere gioiosa; le gettò addosso fiori bianchi fino a ricoprirla, mentre sempre più divertita lei se li scostava dal volto e se li intrecciava tra i capelli. Il suo riso si spense soltanto quando terminati i fiori iniziarono a scivolarle addosso dall’alto palate su palate di terra. Lo chiamò gridando, iniziò a piangere, gli chiese più volte di smetterla, gli disse ripetutamente di amarlo anche se non era mai stato vero. Sino all’ultima palata lui aveva ascoltato soddisfatto la vocina flebile e soffocata che invocava aiuto. Passò qualche tempo seduto lì davanti a ricacciare nella terra le pallide manine che scavando riuscivano a raggiungere la superficie; e diventavano sempre più bianche, sempre più esauste, e raggiungevano la superficie sempre più di rado, e con ferma costanza diabolica venivano sotterrate ogni volta con forza sempre maggiore. Quando tutto fu immobile si alzò, appiattì bene la terra e vi pose al centro l’ultimo fiore bianco che aveva tenuto per questo. – Una fredda raffica di vento fa rabbrividire il passante che ha voluto trovare il tempo di fermarsi ad ascoltare il racconto del custode del cimitero. - Oh, no! Le mie foglie! Devo ricominciare tutto da capo! – Il custode del cimitero ricomincia a spazzare irritato per il doppio lavoro il vialetto accatastando foglie morte ai margini delle tombe. Il passante che ha voluto trovare il tempo di fermarsi ad ascoltare il racconto del custode rabbrividendo allunga il passo quando si trova a dover costeggiare la tomba fresca ricoperta di fiori bianchi. Quell’uomo è ancora lì, coi pugni chiusi levati sotto lo sguardo della fotografia. Gli si avvicina un infermiere bianco come i fiori, una mezza sigaretta spenta pendula al lato della grossa bocca, che lo prende per un braccio sollevandolo con malagrazia. - E alzati, schifoso! T’abbiamo lasciato anche troppo tempo! – Col suo compagno poliziotto trascinandolo lo riporta verso la sua nuova abitazione. Varcando il cancello di ferro battuto sputa in terra la mezza sigaretta; sempre più irritato il custode del cimitero gli si affretta dietro ingiuriandolo mentre spazza via la cicca dal vialetto, accatastandola con le foglie morte ai margini dell’ultima tomba.
copyright by Alessandra Barricelli
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