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NOTTURNO N.23 scritto da Giovanni De Matteo
Le due cose più filmate nella storia del cinema sono la velocità e il sesso. A questa conclusione era già giunto un brillante regista canadese sul finire del secolo scorso. Oggi, a oltre un decennio di distanza, sono totalmente convinto della verità insita nelle sue parole. Ed è per questo che il mio impegno è interamente volto alla scoperta di sentieri non ancora battuti nell’ottica dei nuovi linguaggi e delle più moderne tecniche espressive. Il vero talento, in fondo, si rivela nella capacità di rinnovare la materia e la forma dell’Arte, miscelandole abilmente, combinandole secondo nuove proporzioni, fondendole a creare nuovi canoni di universale interpretazione. Per queste ragioni, provando l’emozione singolare e unica del mio simstim, vi invito a non lasciarvi trasportare dalla passionalità e dalla suggestione del momento. E vi rivolgo un personale, sentito consiglio: vivete questa esperienza, esaminate la mia opera, vivisezionatela come meglio credete, ma non lasciatevi influenzare dall’assurdità di norme precostituite, di schemi di pensiero e di dogmi imposti dall’inutile e ormai sclerotizzato apparato socio-culturale. A volte l’Arte esige un prezzo molto elevato da pagare. Tenetelo sempre presente. Sono solo un miserabile folle, un maniaco degenerato, o piuttosto un precursore? Come disse il poeta, ai posteri l’ardua sentenza. Io non ho una risposta a questa domanda, seguo solo la luce del mio istinto. E questo è il mio personale tributo all’Arte. Le parole senza corpo dell’ipertesto si spengono negli abissi metallici della mente. Resta la solitudine dell’Oscurità, con il suo carico di angosciante attesa e di gelida inappellabilità. Poi, qualcosa irrompe nell’uniforme neutralità della notte sensoriale. Qualcosa inizia a imprimere la sua forma ancora indistinta e confusa sull’umida delicatezza della retina, surrogato organico delle lastre ai nitrati d’argento e degli schermi di proiezione al plasma d’un tempo. I timpani risuonano di echi remoti. Scariche di statica sul fondo neutro del campo ottico. In sottofondo, un respiro regolare e intenso che sembra frusciare nel silenzio di una immensa cassa di risonanza. Le prime immagini che prendono forma e corpo dal buio sono quelle di un palazzo, che si staglia minaccioso e decadente contro le nuvole che corrono in alto, rischiarate dalle luci alogene della notte di Chungking Mansions. Il cielo è una distesa di piombo liquido che ribolle placidamente. La prospettiva muta, la visuale fluisce verso l’abisso rifulgente dei segni inappellabili del commercio e dell’economia. In basso, la cacofonia del traffico impantanato nella palude di neon di Nathan Road riecheggia come un inno pagano al caos o una bestemmia alla serenità del Paradiso. Strida di clacson, rombi di motori esausti, vociare costante e uniforme: una miscela di suoni pronta a dissolversi nella risacca dei pneumatici sull’asfalto umido e consunto del viale dissestato. Gradualmente la prospettiva si muove, cambia, viene assimilata nella notte, e ci restituisce infine il primo piano di una finestra sporca e anonima. La finestra si affaccia su una scala di emergenza, arrugginita e pericolante. Minacciosi scricchiolii metallici si sovrappongono al respiro di fondo. Progressivamente l’occhio si avvicina al vetro, svelando i movimenti di una figura al suo interno. E’ una forma aggraziata quella che vediamo muoversi all’interno dell’appartamento, una forma aggraziata al limite della perfezione. Possiamo quasi sentire le pulsazioni accelerate che stanno scuotendo il cuore del nostro occhio nottambulo. L’arredamento della stanza è molto semplice. Cianfrusaglie e libri: in fondo è il tipo di materiale che ci si aspetterebbe nella stanza di una studentessa universitaria. Note delicate irrompono sulle immagini, un lamento straziante e al contempo gaio, che riesce ad eccitare gli animi e i corpi. Gradualmente la ragazza si lascia coinvolgere dal ritmo. Trasportata dalla melodia, si esibisce in una danza dionisiaca che incanta i nostri sensi in un delirio celestiale. Ombre fluttuanti nell’ambra che pervade la stanza. La ragazza ha lunghi capelli castanochiaro, viso angelico, la pelle liscia e delicata, baciata dal sole caldo del sud. Le palpebre socchiuse ci impediscono di mettere a fuoco il colore delle iridi, ma sentiamo già di contemplarlo e perderci in esso solo guardando l’armonia di quel fragile corpo danzante. Ha davvero la forza di un sogno notturno, quel corpo desnudo e danzante, la sua bellezza sfiora e oltrepassa il confine tra reale e immaginario. Gli stivali bianchi alti fin quasi alle ginocchia - l’ultima moda lanciata per le strade di New York City - urtano l’assito del pavimento con un rumore secco e deciso. Le sue gambe si muovono sicure, i lunghi capelli sono un flusso di pensieri reconditi e di desideri repressi che fende l’aria immobile della notte. Il soffice triangolo del suo inguine - casto e buffo, eppure tanto accogliente - è una spruzzata di pudore in un cielo di avvenenza sensuale. L’inaspettato si compie in un attimo. Il vetro della finestra scorre con un leggero stridio verso l’alto. Il soffio delicato del vento notturno smuove i candidi drappeggi delle tende sottili. La musica copre ogni rumore, è un manto sinistro che cela il volto orribile del futuro. La ragazza, ignara, trasportata dalle note accecanti, scivola nella stanza adiacente. Siamo dentro. Profumo di donna, di rose e di champagne d’annata pervade l’aria. Quasi che la nostra ragazza - non deve passarsela male per potersi permettere lo champagne - si fosse preparata per il nostro incontro a sorpresa, una sorta di rito iniziatico senza preavviso. Un flusso di adrenalina ad alta concentrazione si riversa lungo le nostre fibre nervose, una scossa chimica che si diffonde nel nostro organismo. Un formicolìo argentato assale il tracciante, mentre nei timpani risuonano, nitidi sebbene immersi nel mare delle note, i suoi passi sull’assito di sintesi. Su un tavolinetto di noce laccata, calato nella luminescenza soffusa ed ambrata di un abat-jour in classico stile neo-impero tutto orli e ricami, un libro cattura la nostra attenzione: copertina in brossura, semplice, elementare, seriosa, titolo inciso in lettere dorate che recitano Robert Browning’s The Ring and the Book. Browning... abbiamo a che fare con un tipo colto. Niente male, anche per i nostri gusti artistici maggiormente orientati verso Tennyson e il suo insoddisfatto diletto dei sensi. Un bicchiere di cristallo mezzo pieno - o mezzo vuoto, se preferite - è posato accanto al volume elegantemente rilegato, in una casuale e accattivante - proprio perché casuale - composizione di natura morta che ricorda Cézanne. L’impianto stereo hi-fi è una produzione Sony dell’ultima generazione: reti neurali di lamprede artefatte geneticamente a integrare componenti elettroniche di silicio amorfo idrogenato, layout di argento finissimo, in una fusione estremamente funzionale indirizzata alla riduzione delle distorsioni e all’ottimizzazione dell’SNR. Le pareti fonoassorbenti isolano l’appartamento dal resto dello squallido casellario per vedove solitarie e studenti fuori sede. Lentamente, senza fare rumore, ci avviciniamo alla porta della stanza. Lei è di spalle. La penombra e la musica coprono le tracce della nostra estranea presenza. Contemplando la morbida curva della sua schiena e la fragilità del collo, si ha la sensazione di trovarsi davanti una ninfa smarrita e inconsapevole. Una corrente di emozioni travolge i nostri sensi. Il tracciante epidermico si attiva, stimolato dall’odore del pericolo, dal gusto dell’illegale trasgressione. Il siero a base di Hux quasi ribolle inquieto, freme dall’ansia di instaurare un ordine nuovo nelle strutture cerebrali che gli verranno immolate. Nanotecnoidi pronti a dispiegare la loro gamma di potenzialità tenute a freno si sintonizzano sulle frequenze di controllo delle onde cerebrali. Il sapore dell’eccitazione è una scintilla azzurra sospesa fuori dal tempo, cristallizzata, ma pronta a brillare appena verrà lasciata libera. Indugiare... come un amante inesperto. Che delizia sublime l’odore che si emana dalle sue carni morbide e tentatrici, quale suprema armonia imprime la legge della bellezza nelle sue forme aggraziate! Quando le nostre mani sfiorano la sua pelle, un’euforia inebriante si riversa nel nostro sangue. Alla fine il tatto integra l’estasi che culla la vista e l’olfatto, mentre le orecchie si riempiono di un sussulto di sorpresa presto commutato in un tentativo di grida terrorizzate. La voce del nostro dolce, ignaro agnello sacrificale si fonde con il lamento che erompe dall’impianto stereo, e si stempera nella notte. Dissolvenza. Piacere fatto carne, e sangue ed elettricità! Confluisce nel nostro sistema nervoso. Mai, prima d’ora, possedere un essere vivente è stato tanto stimolante e appagante, un’esperienza extrasensoria assoluta e radicale. I nanotech che fluiscono dal terminale al corpo della vittima sono liquido seminale che irrompe in un coito prolungato ed estasiante. Ancora qualche secondo, poi l’Hux provvederà alla contaminazione temporanea per la rigenerazione delle aree sensorie del sistema nervoso, in maniera tale da trasformarlo in un’unica, inusuale, trascendente zona erogena. Una iniziale scarica di dolore - bruciore, puntura, sfregamento, tutte queste cose insieme, come un migliaio di aghi arroventati conficcati nelle carni - muta in una scossa di piacere. Ed è un piacere talmente intenso e insolito da destare in un urlo di dolore tutti i muscoli del nostro corpo remoto, anche quelli che non sapevamo neanche di avere o forse avevamo solo dimenticato lungo i contorti sentieri dell’evoluzione. Pulsazioni ritmiche echeggiano nell’umido tepore organico. Eccola l’interfaccia. Sotto il velo di rugiada che riveste la parete vaginale, un tessuto nervoso ad alta concentrazione di terminazioni sensoriali. La ragazza non oppone più resistenza. E mentre la comunione dei sensi, solenne e sublime estasi carnale, sviluppa - progressivamente, senza esitazioni - l’intreccio delle nostre estremità sensitive, il piacere si estende alla mia anima, e fonde la mia rete sinaptica al suo sistema neurale. Lentamente, comincio a risalire le sottili autostrade neuritiche della mia dolce vittima sacrificale. Icone subliminali, incubi neuronici, parti inconsce di sogni abortiti piovono sulla mia pelle. E’ una corsa sfrenata e mortale lungo uno sconosciuto condotto spinale. Tutto intorno, la risacca delle onde di Jung che si infrangono sulle scogliere notturne del super ego. La guaina mielinica diventa per me una seconda pelle, mentre percorro i tunnel di coscienza sensoriale sempre più veloce, affondando il piede sull’acceleratore virtuale del mio flusso emozionale. Il neurilemma che mi avvolge mi inonda di freddo e di luce ogni volta che attraverso un nodo di Ranvier. Corro veloce, nella notte dei sensi, veloce e letale, e sempre più veloce. Flash di gelida luce azzurrata mi investono in sequenza, in una pioggia subliminale di impulsi ipnagogici. Ignoro le molteplici soluzioni di deriva che le diverse giunzioni neurali mi offrono. Le ignoro e corro dritto per la mia strada. Ecco, ci sono... sono entrato nella rete dendritica della mia ragazza. Finalmente dentro. Sono una scheggia impazzita alla deriva nel suo sitema nervoso. Sono una variabile esterna fuori controllo. Eppure che incanto si dischiude alla percezione simultanea dei miei sensi! Una affascinante complessità presiede all’armonia delle sue funzioni organiche. Attraverso il suo sistema limbico, ne stimolo la secrezione di dopamina oltre i livelli tossici dell’amore puro e disinteressato. Poi faccio un salto nel sistema neurovegetativo. Mi basta una frazione di secondo per dosare il rilascio di adrenalina dall’ortosimpatico e combinarla opportunamente con forti ondate di acetilcolina dal sistema parasimpatico. Ecco fatto. Adesso sei pronta. Risalgo il nervo appena stimolato verso la rete dendritica. Lungo il tragitto mi attardo a stimolare i gangli nervosi che costellano il mio cammino. Da qualche parte, un corpo remoto, forse non mio, avverte il naturale turgore dei capezzoli eretti contro il petto villoso, e la piacevole umidità organica di un sesso eccitato. Alla fine, raggiungo la meta. Fa caldo qua dentro. Un caldo umido, organico, piacevole. Mi ricorda il piacere protetto dell’utero materno. L’ultimo covo sicuro di una coscienza. Una sensazione di onnipotenza si impadronisce del mio autocontrollo. Fluendo nella sua rete neurale, come un innocuo impulso elettrico, mi immergo nella placida corrente del subconscio. Schegge di passato e riflessi di sensazioni fluttuano nella tranquillità dell’oceano junghiano. Isole archetipiche si intravedono appena, disseminate lungo la linea remota dell’orizzonte, come Cicladi al tramonto. Non mi interessano loro. Attraverso l’ondeggiare eterno di questa sconfinata distesa di liquide emozioni intravedo delle sagome antropomorfe, le loro espressioni e i loro corpi cristallizzati fuori dal tempo: giganti di pietra, golem imprigionati sul fondale senza alcuna possibilità di riscatto, a formare una foresta subacquea di guardiani incantati. Mentre mi tuffo nel placido fluttuare delle acque, scintille liquide di spuma e coscienza schizzano verso il cielo, sotto lo sguardo assente e severo di una triade di numi in attesa del risveglio. Sprofondo dolcemente. Scivolo verso panorami ignoti e silenziosi. Mi lascio cullare dal morbido abbraccio dell’anima, come Amore tra le braccia di Psiche in una rivisitazione reiterata del mito classico. Qui dentro, l’eternità dura un attimo. Stai tranquilla, piccola. Non hai nulla da temere, le sussurro con quello che credo essere un tono rassicurante. Le mie parole si infrangono sulla pietra levigata che plasma le immani figure sommerse: minuscole schegge impazzite che si infiltrano subdolamente nei recessi della sua memoria. Non voglio farti del male. Voglio solo condividere la tua intimità... Elektra. Così ti chiami... E’ una briciola di informazione registrata nel tuo tessuto nervoso. Vediamo un po’. Adori i gatti, i tramonti e le passeggiate al chiaro di luna. Nella tua mente, istantanee di palme ondeggianti nel placido vento del crepuscolo. Uno spirito romantico, anche se con i tempi che corrono mi sembrano fantasie da memorie sintetiche, o simstim, secondo il gergo tecnico che va per la maggiore. Ebbene, piccola, forse ancora non lo sai, ma sei la protagonista prescelta per il più innovativo esperimento d’avanguardia del settore. Elektra, il nome di una ninfa e di una stella. Davvero appropriato. La tua canzone preferita è la versione di Dreams in cantonese incisa da Faye Wong. I tuoi gusti sono cresciuti su un substrato inestirpabile di kitsch, per quanto in tutto questo tempo non hai fatto altro che avversare gli squallidi suggerimenti culturali piovuti dall’alto. Hai una predilizione per i vecchi film tradotti in olovisioni. Adori Apocalypse Now. Il tuo attore preferito è l’intramontabile De Niro. Non hai preferenze per i registi... chissà che stanotte non riesca a farti cambiare idea. Il tuo scrittore preferito è Kundera, il libro della tua vita L’insostenibile leggerezza dell’essere. Nel tuo passato ci sono più delusioni che speranze, il tuo futuro è costellato di dubbi. Hai alle spalle un paio di storie importanti, finite male. I ragazzi sono interessati solo alla tua carne, e non si accorgono della linfa che ti scorre dentro. Beh, piccola, io la tua linfa vitale posso sentirla, vederla, gustarla. Sono dentro di te: quale prospettiva migliore per ammirare la tua bellezza interiore? Con una gioia che mi era sconosciuta, mi immergo nella nostalgia agrodolce che colora di seppia i tuoi ricordi. Istantanee sbiadite sono cristallizzate nei tuoi banchi di memoria. Estraggo una carta a caso dal mazzo del tuo passato. E mi ritrovo con te nella penombra di uno scantinato, con l’aria intrisa di polvere e naftalina. I raggi dorati del sole piovono obliqui sulla tua pelle brunita. Posso quasi sentire il profumo di adrenalina che eccita l’atmosfera. Sono solo un riflesso nelle tue iridi lucenti, un ombra sulle tue labbra frementi per la commistione di timore e desiderio che ti possiede. Sono disorientato, mi serve qualche istante per mettere a fuoco i gesti e i pensieri. Adesso ricordo. Siamo a Ho Chi Minh e tuo padre è un diplomatico francese, un osservatore delle NU in missione nel Margine. Il settembre caldo e umido distende sulla tua pelle brunita una patina di sudore salmastro. Stille di rugiada ti imperlano la fronte, le gote arrossate e il petto, tradendo l’ansia che ti tormenta. Ha smesso di piovere da poco. Il monsone ha spazzato le nuvole temporalesche verso nord, ma nell’aria resta ancora il sentore della pioggia appena fugata. Sento il mio corpo scosso dall’impazienza di una sehnsucht fisica e carnale. Mi avvicino. Lame di luce pomeridiana, filtrata dalle foglie del palmeto che costeggia la strada e dalle stecche delle imposte danzano sulla tua pelle ambrata. La risacca delle ruote di un jinrikisha indigeno è l’unico segno esterno che viola la nostra intimità. Siamo soli. Soli... La musica è l’arte che più si avvicina alla bellezza dionisiaca intesa come ebbrezza. Un uomo non può essere ebbro di un romanzo o di un quadro, può però ubriacarsi della Nona di Beethoven, di una canzone degli R.E.M. o di una interpretazione di Dreams esuguita da Faye... Ah, Dreams... posso ancora sentire note fragorose che agitano la tua rete sinaptica, delicate onde sonore che fluttuano nel non-spazio della mente. Mentre osservo la tua figura timida e tremante, rincatucciata nella penombra di un angolo come un bambino che teme un rimprovero, sento le note della tua canzone prorompere dagli abissi violati della psiche. Lentamente, per non spaventarti, mi distendo al tuo fianco su un futon vecchio e dismesso. Ti osservo, smanioso, in silenzio. Indossi una leggera veste di cotone color sabbia, ornata con un discreto motivo floreale. Sento l’odore delle tue carni, il profumo dei capelli ancora bagnati. Il tessuto aderisce alla tua pelle per via dell’umidità che impregna l’ambiente. Attraverso la scollatura vedo una goccia di sudore scivolarti nell’incavo tra i seni. Mentre mi avvicino per baciarti, stretta nella morsa dell’irrequietudine, stringi istintivamente una mano nella trappola delle tue cosce, lisce e affusolate. La luce crepuscolare che pervade la stanza lambisce i tuoi zigomi e le tue spalle. Mentre libero la tua mano dalla stretta involontaria delle tue gambe e ti faccio distendere, i miei movimenti inizialmente cauti e impacciati si caricano di una improvvisa e navigata fluidità. Non devi aver paura. Non temere, sussurro mentre ti sfilo le mutandine bianche di cotone filato a Jakarta da manovalanza minorenne di profughi afghani. Ti bacio di nuovo. Ancora. Poi apri gli occhi. Sono lucidi per un velo casto e prudente di lacrime adolescenziali. All’improvviso mi ritrovo specchiato nella complessa geometria radiale e variopinta delle tue iridi. Un volto nella tua memoria, ed ecco svelata la mia identità. Che perversione sottile e raffinata ha addolcito gli anni della tua adolescenza. Senza scomporti, abbassi le palpebre e reclini il capo all’indietro. Il tuo corpo è avvinto nella tensione di un’euforia dei sensi. Il tuo è un invito velato, al quale io - tuo cugino, figlio della sorella di tua madre... forse ci stanno cercando? accidenti, se sapessero! - non posso resistere. E così, attratto dalla perfezione delle tue rotondità, riempio i miei palmi bramosi con la carne dei tuoi seni ormai quasi maturi, solleticando le punte di alabastro che sento affiorare sotto la veste succinta. La mia lingua ti sfiora la pelle salmastra. Le tue cosce sono due colonne di carne soda e accogliente. Mentre mi immergo nella tua intimità più segreta e custodita, assaporo l’eternità. La musica incalza. E’ al culmine. Nell’istante in cui ti pervado, chiudo gli occhi. Il piacere che si riversa in me direttamente dalla tua ipofisi richiede il buio. E’ un buio puro, perfetto, senza pensieri e senza visioni, è un buio assoluto, senza confine, è il buio dell’infinito che ciascuno di noi si porta dentro. Nel buio, sono da solo con te. Sento il tuo respiro regolare e sommesso mutarsi in un gemito ovattato, e poi in un ansito raffrenato di piacere voluttuoso, naturale e spontaneo come un batter d’ali. Nell’istante in cui sento il piacere spandersi nel mio - nel tuo - corpo, mi proietto verso un orizzonte perduto, e mi dissolvo nell’infinito del mio buio personale. In questo momento, adesso, la musica diventa delicata e semplice. Una spietata armonia tracciata con nitido candore sulla superficie quieta e distesa dell’inconscio. Una singola linea di penetrazione spietata. Pura, stordente, simile ad un insieme di stazioni morte e lampi di sogni o ricordi. Un’esplosione di improvviso ed inebriante piacere paralizza i miei sensi. Resta solo la pulsazione costante e frenetica del tuo cuore. E il sangue che preme con tutta la sua forza, il suo impeto, la sua urgenza, sulle pareti dei corpi cavernosi. Nel silenzio della soddisfazione postorgasmica, mi azzero. Poi lentamente ritorno. Estasiato. Il retrogusto agrodolce di un amplesso metallico e meraviglioso abbaglia ancora i miei sensi. La ragazza è addormentata. Il suo sistema nervoso ha affrontato uno stress non di poco conto. Resto qualche istante ancora a guardarla, le membra estenuate distese su un letto di cuscini. Quando si risveglierà, tra qualche minuto, l’Hux avrà ormai cessato la sua azione attiva, ma gli effetti del ritorno la faranno sentire come proiettata in un universo virtuale a bassa risoluzione dominato dalle regole del Paese delle Meraviglie di Alice. Intontita, si abbandonerà ad un sonno prolungato di almeno quattordici ore. La contemplo incantato. Mi piace sentire il suo respiro placido e sereno. Adoro il suo profumo che vela un vago sentore di salsedine. Infine la bacio su una guancia, e mi dirigo verso la finestra. Prima o poi, penso, mi toccherà qualcosa del genere anche con una automobile... Mentre il bacio della notte di Kowloon sfiora la mia pelle, sento le note spegnersi in lontananza, nel silenzio carico di parole di placidi sogni notturni popolati da spettri e chimere. (copyright by Giovanni De Matteo)
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