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PADRE NOSTRO scritto da Angelo Zilli
ATTENZIONE: LETTURA RISERVATA SOLO PER UN PUBBLICO ADULTO
Don Franco si era alzato in piedi, posando sulla scrivania la matita con cui stava annotando sul piccolo quaderno gli appunti per il sermone dell’indomani. Lo sguardo era corso al vecchio pendolo posto tra la finestra ed il mobile che custodiva, chiusi a chiave, i paramenti e gli arredi sacri. L’orologio segnava un quarto a mezzanotte. Il rumore era parso provenire da dentro il duomo, come se qualcosa di molto pesante si fosse staccato dal tetto rovinando sulle panche di legno in una delle navate o sul confessionale. Maledetto impianto di riscaldamento, pensò mentre attraversava il lungo corridoio che collegava la sacrestia alla basilica attraverso una porticina che si apriva in corrispondenza del coro. Scostò la pesante tenda di velluto rosso e attese che la vista si abituasse all’oscurità della chiesa, nella quale brillavano solo il grosso cero davanti all’altare ed alcune fiammelle che guizzavano dai candelieri disposti lungo le navate laterali, davanti alle icone della Vergine e del Patrono. Probabilmente uno dei radiatori installati il mese precedente si era staccato dal supporto che lo fissava alla colonna ed era caduto. Era la seconda volta che succedeva in una settimana. Don Franco si era opposto a chi voleva quell’impianto. Riscaldare la chiesa nei mesi invernali non poteva essere la soluzione per convincere i fedeli a venire alla Messa e i costi erano troppo alti per la diocesi che poteva contare, ma solo potenzialmente, sulle offerte di quasi cinquemila fedeli. E poi la basilica risaliva al quindicesimo secolo e la modernità dell’impianto strideva con l’imponenza degli affreschi dipinti da Benedetto da Torano e raffiguranti il Giudizio Universale. Alla fine, come sempre, l’aveva spuntata Don Luigi, che era a capo della diocesi e decideva, di comune accordo con i suoi degni compari dell’arcivescovado, delle sorti della sua chiesa. Al diavolo il clero politico, che con i suoi atteggiamenti aveva contribuito alla crisi della Chiesa, allontanandone i fedeli anziché prendersi cura di loro. Guardò lungo il colonnato centrale verso i tre portali di bronzo e dentro la cripta che conteneva la reliquia del Patrono. Sembrava tutto in ordine. Da una delle navate laterali uno dei diavoli alati raffigurati lo osservava con aria feroce mentre ghermiva in volo un peccatore. Il sacerdote aveva sempre pensato che quegli affreschi avessero un ché di sinistro, con tutti quei corpi tormentati e straziati da demoni dallo sguardo selvaggio e dalle unghie affilate. Aveva visto dei dipinti simili nel duomo di Orvieto, ma l’inquietudine che suscitavano i diavoli di Benedetto da Torano era tangibile, accentuata dall’ora tarda e dal buio in cui era immersa la cattedrale. Si voltò verso l’altare e poi ancora in direzione del pulpito. Non vide nulla che potesse giustificare il frastuono udito poco prima. Aveva iniziato a muoversi in direzione del coro, quando la risata lo paralizzò davanti al tabernacolo, facendogli correre un brivido lungo la schiena. Sembrava provenire dal fondo della navata centrale, ma l’oscurità era densa come pece e gli impediva di distinguere la sagoma che si era materializzata vicino a una delle colonne. Un ladro doveva essersi introdotto nella chiesa. Ecco chi aveva prodotto tutto quel rumore. Don Franco sentiva il panico crescere e diffondersi nel ventre come elettricità, rendendogli instabili le gambe. Con il cuore che batteva all’impazzata e le orecchie che fischiavano fece un passo verso l’altare, allungando una mano verso il piano di marmo per sostenersi. “Chi sei?” – domandò all’oscurità. Il sangue gli si gelò nelle vene quando udì nuovamente la risata, dapprima grave e ottusa, poi sempre più acuta, fino ad assumere una tonalità in falsetto che lasciava intuire tutta la pazzia di chi si celava in quella tenebra. “Chi sei?” – chiese ancora una volta il sacerdote – “Fatti vedere!”. “Mi cercavi?” – domandò la figura in fondo alla chiesa, mentre avanzava verso il transetto illuminato dalle candele. La voce era quella di un bambino e il tono canzonatorio metteva i brividi. Ancora la risata. Don Franco percepì un vento gelido provenire da dietro di sé e istintivamente si voltò.
(Dio mio!)
La temperatura all’interno del duomo era scesa in maniera sensibile, ma ancora più agghiacciante fu per il sacerdote vedere che la grossa croce di legno sopra l’altare maggiore pendeva rovesciata, sostenuta dai ganci in parte divelti. Il Cristo era stato rimosso, ma della statua non v’era traccia. Almeno non nel punto dove avrebbe dovuto trovarsi se si fosse staccata dalla croce frantumandosi a seguito della caduta. “Mi hai sempre cercato…” – cantilenò la vocina – “…ma a quanto pare non mi hai mai trovato”. Poi il tono divenne di nuovo grave e minaccioso: “Così sono io che ho deciso di trovare te!”. La temperatura era scesa ancora e Don Franco si accorse di far fatica a respirare. Provò a parlare ma dalla bocca, spalancata in un O di sgomento, emise soltanto una nuvoletta di condensa. La figura era uscita dall’ombra fermandosi in mezzo al transetto. Il sacerdote poteva distinguerne in maniera chiara i lineamenti familiari, resi spettrali dalla luce delle candele. “Tu…” – riuscì a dire il prete. Si era allontanato di alcuni passi dall’altare in direzione del fonte battesimale. Con un moto di panico, come se avesse toccato qualcosa di molto sgradevole
(questa è opera del Demonio)
ritrasse la mano dalla pila che conteneva l’acqua benedetta, trasformatasi in un blocco di ghiaccio. Dal fondo della basilica avevano iniziato a provenire dei rumori metallici, come se qualcuno dentro la cripta si stesse divertendo a percuoterne le grate. “Non puoi esistere…” – sussurrò don Franco, facendosi il segno della croce. “Abbi fede” – rise la figura davanti a lui, mentre con le mani faceva tintinnare uno dei chiodi contro il pesante martello. Una ventata di aria gelida attraversò le navate spegnendo le ultime candele e precipitando la chiesa nelle tenebre.
II
La vocazione si era manifestata intorno all’età di dieci anni, subito dopo la prima comunione. L’esistenza di un essere superiore che aveva creato il mondo per l’uomo, riversandovi tutto il suo amore paterno, era un concetto carico di fascino per un bambino abbandonato dai genitori subito dopo la nascita. Il piccolo Franco era cresciuto in istituto, accudito dalle suore assieme ad altri orfani. La volontà di diventare sacerdote era maturata durante l’adolescenza, favorita dal suo carattere introverso e dall’aspetto malaticcio. Emarginato dagli altri compagni e fatto oggetto di scherno per il suo fisico emaciato, aveva visto nel sacerdozio, e nell’amore che il Signore avrebbe avuto per lui, la sua unica ancora di salvezza. Era stato ordinato sacerdote all’età di ventisei anni e per quasi mezzo secolo aveva svolto il suo ministero senza che il Signore gli desse mai un segno tangibile della propria esistenza. Aveva visto la grande guerra con i suoi orrori, e dopo quegli orrori era stato testimone impotente di altre tragedie e massacri. Violenze inenarrabili che più volte lo avevano indotto a porsi il quesito dell’esistenza e della vera natura di Dio. Un Dio che non era mai intervenuto per porre fine alla follia degli uomini. Don Franco aveva cercato nei tomi di teologia una spiegazione alla latitanza del Padre. Ma adesso anche le Scritture non erano più in grado di colmare il suo desiderio di capire. Dio aveva creato l’uomo e lo aveva reso libero, ma quale padre vedendo i propri figli venire alle mani non sarebbe intervenuto per porre pace tra di loro? E quale Dio aveva creato l’uomo a sua immagine? Il Dio dell’amore o quello delle guerre e degli omicidi di massa? Il suo amore per il Signore si era trasformato a poco a poco in odio, la sua sete di conoscenza in rassegnazione e con la rassegnazione era arrivata l’indifferenza. Adesso era un prete vecchio e dalla fede sopita. Alla soglia degli ottant’anni dubitava perfino dell’esistenza di un Dio. Gli alti papaveri del clero avevano cercato più volte di sospenderlo a divinis, impedendogli di celebrare la Messa. Dicevano che era schizofrenico, ma in realtà Don Franco sospettava di essere un personaggio scomodo. Addirittura erano arrivati a proporgli il ricovero in un ospedale psichiatrico, ma lui si era opposto e per un certo periodo era stato costretto ad assumere dei farmaci. L’ultima vessazione in ordine di tempo era stata quella dell’impianto di riscaldamento. Ormai tra Don Franco e l’arcivescovo era guerra aperta. Il sacerdote sapeva che il responsabile della decisione aveva voluto fargli uno sgarbo. Del resto la basilica era stata fredda per oltre seicento anni e nessuno, fosse un fedele o un turista, si era mai lamentato. A poco a poco lo stavano esautorando, privandolo del potere di decidere in casa sua. Nella casa del Padre.
III
Per un istante pensò che una lancia infuocata gli fosse passata attraverso il palmo della mano. Come una saetta, il dolore percorse il braccio fino alla spalla per poi esplodergli in testa, in una miriade di lampi multicolori. Ci volle più di qualche secondo perché si rendesse conto di quello che era successo alla sua mano, trapassata da un grosso chiodo arrugginito piantato nell’altare. Un rivolo di sangue iniziava a colare lungo il ripiano di marmo. “Oh Dioooooo!” “Non nominare il nome di Papà invano” – lo ammonì l’individuo che pochi istanti prima con un balzo fulmineo lo aveva raggiunto e immobilizzato, inchiodandogli la mano con un preciso colpo del martello. “Non puoi essere Tu… Tu sei buono…” – piagnucolò il sacerdote, mentre il suo aguzzino continuava a dare piccoli colpi sulla testa del chiodo, provocando ogni volta una nuova fitta di dolore. “Ma come! Non mi riconosci?” – disse il Cristo indicandosi il volto con la mano nella quale stringeva l’attrezzo. Dalla corona di spine che aveva sulla testa scendevano minute goccioline di sangue. – “Eppure mi hai cercato tanto fino ad oggi e ora che mi hai trovato mi dici che io non sono Io?” – strabuzzò gli occhi fingendo incredulità – “Che io non sono Dio?” urlò colpendo ancora una volta con rabbia il chiodo, che schizzò in aria liberando la mano del prete. Uno spigolo dell’altare si era frantumato e alcune schegge erano finite sulla passatoia. Don Franco le poteva vedere attraverso il buco che aveva nel palmo ferito. “Il mio Dio è buono e non farebbe mai del male a nessuno…” – disse il prete barcollando in direzione del pulpito, prima di ruzzolare giù dalla scalinata finendo disteso sulle lapidi del transetto. “Ma io sono un bravo Cristo…” – di nuovo la voce infantile – “…solo che mi ero stufato di vedere il mondo da lassù” – disse indicando la croce rovesciata – “così ho deciso di scendere un po’ tra voi per crocifiggere qualcuno”. Rise di nuovo, scoprendo il bianco dei denti. Poi avanzò verso il sacerdote, che si era rimesso in piedi e cercava di guadagnare il fondo della chiesa, per raggiungere il portale. Dalla cripta i tonfi erano ricominciati con maggiore intensità. Don Franco raggiunse la pesante porta di bronzo, cercando di smuovere il grosso gancio che la bloccava. Tentò più volte di fare forza con il peso del proprio corpo, ma la sbarra metallica non si mosse, resa viscida per il sangue che fuoriusciva copioso dal foro nella mano. Il Cristo stava avanzando verso di lui e pareva non avere fretta. “Dove vuoi andare?” – disse facendo tintinnare ancora una volta il martello contro i chiodi – “La porta non si aprirà” – Poi aggiunse, ridendo: “Sai, mi sono permesso di cambiare la serratura di casa mia.” Nel buio Don Franco non riusciva a stabilire a che distanza fosse il suo persecutore. La mano ferita gli pulsava e aveva il fiato corto. Si spostò in direzione della cripta, rasentando il muro finché non sentì il freddo delle sbarre contro la schiena. Il Cristo stava ancora muovendosi in direzione dei portali e forse avrebbe avuto qualche possibilità di sfuggirgli correndo verso la sacrestia. Le due braccia scheletriche sbucarono improvvisamente da dietro e lo afferrarono per il collo tirandolo verso la grata. Don Franco, senza neanche intendere quello che stava succedendo, cercò di divincolarsi da quella presa che odorava di muschio e pelle secca. Solo quando riuscì a liberarsi con uno strattone e a voltarsi si rese conto che il corpo mummificato del Patrono aveva preso vita ed era parecchio agitato. Il saio che indossava si era in parte disfatto e pendeva in grossi lembi, scoprendo il corpo prosciugato. Impugnava un pesante candeliere e con quello percuoteva le sbarre. Era lui il responsabile dei tonfi che provenivano dal fondo della chiesa. Don Franco urlò quando vide che allo zombi mancava un braccio e che gli era rimasto impigliato nella tonaca. La mano si muoveva cercando di ghermirgli il collo. Si strappò il moncherino di dosso e lo gettò contro l’inferriata. Subito il Patrono allungò l’arto che gli restava cercando di recuperarlo. Di nuovo il tintinnare dei chiodi, stavolta molto vicino. Don Franco si schiacciò contro una delle colonne, cercando di aggirare il Cristo. “Cucu’” – rise la faccia barbuta da sopra la sua spalla, esalando una zaffata putrida. Il sacerdote lo spinse via ed iniziò a correre, inseguito dal Cristo che menava fendenti col martello, mandando in frantumi le panche e provocando scintille ogni volta che la mazza colpiva il marmo di una colonna e la scheggiava. Don Franco attraversò il transetto e raggiunse l’altare. Poi si precipitò oltre il coro, chiudendo a chiave la porta che dava accesso al corridoio. Subito iniziarono i colpi di martello, lugubri e dal ritmo forsennato. L’ultimo residuo di sanità mentale si spense nel sacerdote quando notò la statua di gesso della Vergine posta al termine del corridoio. Lacrimava sangue e ai suoi piedi si era già formata una consistente pozza vermiglia.
IV
“Don Franco?” “Mi aiuti… c’è Geeeesuu’” “Cosa significa, è ubricaco?” “Mi deve aiutare (risata) è una cosa veramente strana…” “Lei sta male… vedo di mandarle un medico” “Noooo! Mi deve credere… c’è Gesù” “Ha di nuovo le visioni, vero?” “Ma che visioni… Gesù, quello vero, con la barba e il perizoma… è di là nella chiesa!” “Certo che Gesù è nella chiesa, mi sembra ovvio, dove vuole che sia?. Ora mi ascolti…” “Mi ascolti lei, monsignore! Gesù è risorto (risata) …” “Se ha voglia di scherzare la cosa è di cattivo gusto…” “N-o-n s-c-h-e-r-z-o! Non mi riferisco a Quella Resurrezione… sa quale voglio dire, quella il terzo giorno eccetera eccetera (Don Franco inizia a singhiozzare) mi creda… mandi qualcuno…” “Resti al telefono che le faccio mandare la guardia medica…” “Nooo! Crocifiggerà anche lei!” “Ma cosa sta dicendo, ora mi ha proprio spaventato…”
due tonfi sordi alla porta della sacrestia, chiusa a chiave
“gll… gll…” “Don Franco, è sempre in linea? Cosa sta succedendo… cos’erano quei colpi?” “E’… venuto… a prendermi”
ancora il fragore delle martellate, la porta di legno inizia a scheggiarsi
(“bussaaatee e vi sarà apeeerto!”)
“Chi c’è lì con lei? Chi ha parlato?” “gll… gll… Ge… sù…” “Ho fatto chiamare la polizia… ora vengono da lei” “…è risorto un’altra volta e mi ha detto che vuole crocifiggermi… l’ho visto con i miei occhi ha fatto gelare l’acqua benedetta nel battistero (singhiozzando) e fuori c’è la Madonna che lacrima sangueeee (pianto dirotto)”
un colpo e il legno della porta cede di schianto, la mano sanguinante del Cristo si infila nella fenditura cercando la serratura con la chiave
“Mi… fa… male… la… mano…” “E’ ferito? Continui a parlarmi…”
un altro colpo di martello allarga la fessura nella porta. Dallo squarcio fa capolino il volto di Gesù, con lo sguardo spiritato
(“sono il luupo cattiiiivo!”)
“La porta…” “Vogliono farle del male? Chi ha detto ‘sono il lupo cattivo’?” “… sta sfondando la porta…”
la serratura cede di schianto e la porta si spalanca, il pavimento della sacrestia viene inondato dal sangue proveniente dal corridoio
“non… può… essere…” “Don Franco mi risponda…”
il Cristo ora gli è davanti, don Franco riesce a vederne la ferita nel costato
“…”
“Perché sta suonando le campane? Don Franco…”
i rintocchi che giungono in sacrestia dal campanile sono quelli a festa, ma il sacerdote non può fare a meno di pensare a quanto sia lugubre l’effetto delle campane sciolte in piena notte
(“din don dan”)
il Cristo fa tintinnare ancora una volta i chiodi contro il martello, mentre l’ondata di sangue arriva a lambire le gambe del prete, costringendolo a sollevarle e a rannicchiarsi sulla sedia
“Geeeesuuuuù”
sul volto di don Franco si dipinge un sorriso ebete mentre la vescica si rilascia
(“in verità ti dico… oggi sarai con me all’inferno!”)
poi osserva il suo assassino sollevare nuovamente il martello…
V
“Ha sofferto?” – chiese Don Luigi all’investigatore. “Non credo” – rispose non troppo convinto il poliziotto accendendosi una sigaretta – “Le spiace se fumo?” Il monsignore fece un gesto di diniego, poi si voltò di nuovo verso il corpo di Don Franco, inchiodato alla grossa croce rovesciata dietro l’altare. Era il quinto sacerdote che veniva ucciso in quel modo. “L’assassino gli ha sfondato il cranio con il martello” – riprese il detective – “è morto in pochi istanti”. Don Franco era stato ucciso dentro la sacrestia, poi il suo corpo era stato trascinato in chiesa, come dimostrava la scia di sangue lungo il corridoio. Il maniaco aveva staccato la statua del Cristo dalla croce e poi aveva crocifisso il prete quando ormai era già morto, a giudicare dalla scarsa quantità di sangue vicino al cadavere. “Ha notato qualcosa di strano nel sacerdote?” - chiese il poliziotto – “che so, si comportava in maniera diversa dal solito? Si era fatto dei nemici?” “Vede” – disse Don Luigi – “Don Franco era…” – sembrava vergognarsi di quello che stava per dire – “…era schizofrenico. Era lui stesso una persona strana, per cui non saprei risponderle se mi chiede se ho visto niente di strano negli ultimi tempi”. “Capisco…” – disse il detective – “ma che so… aveva ricevuto delle telefonate? Delle minacce?”. “Negli ultimi tempi aveva perso ulteriormente il contatto con la realtà” - disse il monsignore – “le allucinazioni erano più frequenti, tanto che era pronto il decreto per sospenderlo a divinis… se capisce quello che voglio dire…” “Che tipo di allucinazioni?” “Mah, erano visioni mistiche. Confesso che quando me le riferiva mi facevano paura… diceva di veder sanguinare la statua della madonna e una volta mi telefonò terrorizzato raccontandomi che uno dei diavoli degli affreschi gli aveva sorriso facendogli l’occhiolino”. “Mi racconti dell’ultima telefonata” “In un certo senso mi sento responsabile della sua morte” – disse affranto il monsignore – “Se solo avessi capito subito quello che stava succedendo… e invece quando mi ha raccontato che il Cristo era sceso dalla croce e voleva…” “Dove la mettiamo?” – chiese uno dei due uomini della scientifica che sorreggevano la statua del Cristo che il maniaco aveva staccato dalla croce. L’avevano avvolta in un grosso sacco trasparente da dentro il quale Don Luigi poteva scorgere il volto sofferente di Gesù. Era un volto buono. “Caricatela sul furgone e portatela al laboratorio per i rilievi”. “Avete qualche indizio?” – domandò Don Luigi. L’investigatore non rispose. Poi disse: “E’ l’unico testimone del delitto. Il maniaco potrebbe venire da lei, la prossima volta”. Il monsignore si strinse nelle spalle, mentre guardava gli uomini col camice bianco ed i guanti di lattice deporre il corpo di Don Franco nella sacca di plastica. “Sia fatta la volontà di Dio”, disse. Da uno degli affreschi nell’abside il Signore osservava la scena con espressione severa. “Sia fatta la volontà del Signore”, ripeté. (copyright by Angelo Zilli)
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