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STORIE DALL'OBITORIO

scritto da Andrea Polidori

  

 

Come tutte le mattine il signor C. si alzò di buon’ora, lasciando sotto le coperte accuratamente tirate immagini confuse di sogni mai ricordati. Ancora in pigiama si preparò il caffè e dette la solita occhiata alla televisione, dove sirene, sangue, attentati e promesse vaghe di governanti imbottivano lo schermo già alle sette del mattino. In bagno, con la radiolina accesa, si preparò come sempre da trent’anni. Camicia di tintoria, cravatta artigianale, completo impeccabile di sartoria e scarpe italiane. L’ultima cosa che fece prima di uscire fu controllare, come sempre, che le finestre fossero tutte ben chiuse e il rubinetto del gas in cucina non gli facesse trovare scherzi al suo ritorno. Si allacciò il costoso orologio scendendo le scale, anche questo un gesto quotidiano, e salutando con un gesto cortese il portinaio scese fino al garage dove aprì la portiera della sua auto d’epoca facendo tintinnare lievemente il prezioso ciondolo portachiavi sulla carrozzeria lucida. Il signor C.; anzi, il dottor C., abbracciò con lo sguardo la preziosa radica che rivestiva il cruscotto della sua Jaguar e carezzò come un quindicenne innamorato i quattro cerchi degli strumenti appena davanti al grande volante rivestito in pelle chiara. Come sempre da trent’anni si lasciò cullare dal rombo del potente motore che andava a regime e, con una cautela non comune “in questi tempi di utilitarie”, come amava ripetere, si immise nel traffico caotico e già nervoso delle sette del mattino. Guidò con calma, lasciando spazio agli automobilisti, visto che aveva sempre sostenuto che chi guidava un’auto come la sua non aveva nulla da dimostrare a nessuno, e sempre con calma raggiunse l’ampio parcheggio riservato ai medici dell’ospedale cittadino. Scese dall’auto, raccolse la sua borsa di cuoio poggiata come sempre sul sedile del passeggero e si avviò tranquillo verso un’altra giornata fantastica. Se degnò di uno sguardo il cielo, che a quell’ora scintillava come una purissima acquamarina, lo fece con la riservatezza che gli era propria, e quindi nessuno se ne accorse. Salutò colleghi e collaboratori, riuscì come sempre ad eludere l’assedio dei praticanti con un sorriso garbato, addirittura si fermò ad ascoltare un collega che gli illustrava i vantaggi di un nuovo elettrobisturi svedese. Infine, alle otto in punto, varcò la soglia del suo studio. Accese le luci, visto che l’obitorio negli ospedali generalmente si trova due o più piani sotto il livello della strada e si beò del ronzìo del condizionatore d’aria che, di recente revisionato, svolgeva il suo lavoro silenzioso ma efficace. Il dottor C. posò la borsa sull’enorme scrivania di mogano e passò subito a controllare le sue colture di batteri che, adeguatamente nutrite, crescevano e ribollivano invisibili in due grandi flaconi sterili su una mensola appena sopra il tavolo incisorio. Si sedette sulla sua poltrona e con un piccolo telecomando aprì i lunghi pannelli che lo dividevano dalla sala operatoria vera e propria, dove due giovani assistenti – “i miei eredi” li chiamava lui quando era in vena di affettuosità – si affaccendavano intorno all’ultimo caso della notte. Lo salutarono con un gesto delle mani inguantate, cui lui rispose con un sorriso, e tornarono a chinarsi sul loro silenzioso paziente. Erano le otto e dieci. Alle otto e mezza finiranno il turno, pensò il dottor C., e potrò dedicarmi finalmente al mio lavoro. Osservò compiaciuto la pila di giornali sul lato destro della scrivania, tutte pubblicazioni scientifiche ma anche qualche quotidiano, che parlavano della sua opera nella ricerca delle cause della morte. Il suo volto spiccava sorridente dei suoi venti milioni di ortodonzia da colonne e colonne di elogi e interviste. Giusto per gradire ne rilesse una, complimentandosi per la sua innata capacità affabulatoria. Le otto e venticinque. Si apre la porta d’acciaio della sala operatoria e i due assistenti, giovani e brillanti neolaureati, escono già cambiati d’abito: “dottor C., di là abbiamo finito tutto, stanotte hanno portato un accoltellamento e un carbonizzato. Omicidio e incidente, troverà le relazioni sul suo tavolo alle cinque”. Li salutò e, dopo averli accompagnati alla porta, la richiuse a chiave, preparandosi. Tolse la giacca, allentò la cravatta quel tanto che bastava e indossò un camice immacolato che abbottonò fino al terz’ultimo bottone dal basso, come sempre. Questo gli dava la possibilità di far vedere che lui non aveva bisogno di coprirsi col camice, dato che le sue camicie erano sempre impeccabili, non come certi colleghi che addirittura indossavano la stessa del giorno prima, magari con una brutta piega sul collo, a dimostrare sciatteria e incuria insopportabili. In testa aveva una canzonetta scialba che passava in radio e con animo allegro spalancò la porta della sala operatoria. Si aggirò professionale tra i tavoli puliti e, come sempre da trent’anni, si congratulò mentalmente con i suoi collaboratori che facevano grande uso di disinfettante. Il carbonizzato non doveva avere un bell’aspetto quando lo avevano portato, e il dottor C. questo lo capì dalle tracce brunastre che trovò sul tavolo numero cinque, tracce che nemmeno il Saniflex era riuscito a lavare via. Curioso, andò a cercare la celletta frigorifera dove il corpo era stato riposto in attesa della fine dell’inchiesta. Tirò a sé la maniglia di un ampio cassetto dalla parete d’acciaio inossidabile. Cuscinetti ben oliati fecero scorrere un lungo tavolo, anch’esso d’acciaio, e il dottor C. si fece da parte. Anni prima un suo vecchio docente alla facoltà di Medicina gli confidò che una volta era stato colpito dalla corsa di uno di quei cassetti ed oltre a riportare una frattura cranica, aveva dovuto anche combattere per togliersi di dosso il cadavere che gli era rovinato addosso. Da quel giorno faceva sempre un passo indietro all’aprirsi della celletta, fino a trovarsi sempre alla sinistra del tavolo. Su ciò che rimaneva dell’alluce destro del carbonizzato trovò un cartellino plastificato, nuovo: maschio bianco – età 28 ca. – lievi bruciature nei polmoni e negli alveoli secondari, morte occorsa per asfissia – successive bruciature di IV grado

Il dottor C. conosceva bene gli effetti del famoso “quarto grado” e prima ancora di scostare il lenzuolo dal corpo sapeva cosa avrebbe visto. Le scottature gravi sono quelle del terzo e quarto livello, ripeté mentalmente; al terzo si riconoscono danni permanenti al derma e la ricostruzione cellulare è difficoltosa, tali ustioni sono generalmente prodotte da contatto diretto con fiamme libere e corpi incandescenti sopra i duecento gradi Celsius, la pelle appare grigiastra e rimane attaccata al corpo, tanto che a volte è necessario tagliarla via; al quarto si associano invece bruciature gravissime dovute per lo più a contatti prolungati con oggetti a temperatura superiore ai quattrocento gradi Celsius, come lapilli, attizzatoi roventi e materiali industriali, la pelle appare nera e viene via da sola a scaglie denudando il derma e nei casi più gravi l’osso. Il dottor C. tirò via il lenzuolo, che si scostò dal cadavere con un rumore raschiante di foglie secche spostate dal vento su un terreno ghiacciato. Avvezzo da anni alla realtà della sala anatomica e alla caducità della vita, osservò freddamente lo sfacelo che gli si presentò. Il corpo appariva più piccolo di quello che doveva essere stato in realtà, visto che bruciandosi l’organismo perde gran parte dei liquidi interni, che evaporano, senza contare il grasso cutaneo e profondo. La testa mostrava qua e là ciuffi anneriti di capelli di media lunghezza e la fronte, curiosamente bombata – non doveva essere stato un genio in vita, pensò, non mi stupirebbe se fosse morto per una sigaretta lasciata cadere sulle coperte – terminava sulle orbite vuote e regolari. I suoi assistenti avevano rimesso insieme alla meno peggio il cadavere, ma ugualmente non erano riusciti a togliergli quella che gli addetti ai lavori chiamavano “la faccia della morte”. Ogni cadavere che giungeva all’obitorio aveva una sua particolarità: uno sembrava ridesse, un altro ti guardava con gli occhi fissi e terribili tanto che arrivavi a chiederti se non fosse ancora vivo quando ti apprestavi a segargli via il cranio, qualcun altro addirittura emetteva qualche suono inarticolato quando lo spostavi o premevi sul ventre per fare forza con la segaossa. Ma questo, questo, aveva qualcosa di totalmente diverso da tutti gli altri. Forse i miei assistenti non hanno effettuato un controllo esatto – penso tra sé il dottor C. – forse era ancora vivo quando le fiamme lo hanno raggiunto, magari leggermente intossicato, ma vivo. Non si spiegava altrimenti quell’espressione – se un cranio annerito e senza occhi può averne una – di terrore, dolore, disperazione. Sembrava che la bocca fosse atteggiata ad un eterno urlo senza voce e senza pace. Il dottor C. esaminò il resto del corpo, annuendo ogni tanto, e si convinse sempre più che l’esame su quel corpo andava effettuato nuovamente. Non riusciva a togliersi dalla testa l’immagine di quel teschio disgraziato, di quell’urlo silenzioso, e molte volte alzò la testa a guardare ancora al di sopra della sua spalla. Tornò nel suo studio, fece qualche telefonata naturalmente inconcludente alla stanca e nervosa centralinista dell’amministrazione ospedaliera per conoscere l’identità del cadavere che giaceva silenzioso nella stanza accanto; si tolse gli occhiali con un gesto consueto delle mani e prese a lucidare pensoso le lenti con la cravatta. Le ore sgocciolarono via senza novità, e il dottor C. rientrò in casa con la sensazione, inedita, di essersi portato dietro il lavoro. Non gli era mai capitato, nemmeno quando le ambulanze con la sirena spenta portavano da lui i resti di un bambino sbranato da un cane o quelli di una ragazza. Mai, in tanti anni era rientrato nel suo grande appartamento con il pensiero di un paziente. Mangiò silenzioso, come al solito, e mise i piatti nella lavastoviglie. Si apprestava a fumare un sigaro avvolto nella sua veste da camera preferita, l’unica concessione ad una parvenza di vizio che possedeva, quando si accorse di pensare ad un fatto che aveva quasi cancellato dalla memoria. Era accaduto tanti anni prima, durante il periodo in cui, giovane laureato pieno di speranze, aveva prestato servizio come assistente all’obitorio dello stesso ospedale che poi lo avrebbe assunto stabilmente. Il lavoro era duro all’epoca, gravi rivolte sociali e studentesche portavano sempre nuovi pazienti sul lungo tavolo di marmo (l’acciaio aveva fatto il suo asettico ingresso soltanto molti anni più tardi) e a volte gli capitava di effettuare da solo anche quattro autopsie al giorno. All’epoca, forse venticinque anni prima, all’obitorio c’era un servizio stabile di guardia, realizzato con l’intenzione di evitare che qualcuno avesse l’idea di portarsi via il cadavere di qualche compagno per evitare scoperte compromettenti da parte della polizia, che abitualmente indagava anche insieme ai medici legali. Un frammento di abito, un volantino rimasto in tasca o a contatto con la pelle, tutto poteva essere utile agli investigatori per scoprire e decapitare l’organizzazione che seminava il terrore in quella e altre città. Fatto sta che all’epoca la politica di tagli gestionali operata dall’amministrazione ospedaliera non offriva la possibilità, per il servizio di guardia, di rivolgersi a professionisti. Per lo più si trattava di vecchi esponenti delle forze dell’ordine, ormai in pensione, un po’ sovrappeso e perennemente alla ricerca di un caffè o una rivista. Non erano rare le volte in cui addirittura si dimenticavano di effettuare il giro di ronda notturno all’interno della sala operatoria. Uno di questi guardiani, il vecchio signor P., il dottor C. lo ricordava bene. Gli aveva sempre dato l’idea di una persona ammodo, anche se il suo professore a volte gli confidava di non fidarsi di lui, adducendo pretesti fumosi relativi a qualche macchia nel passato del simpatico vecchietto che anni prima lo avevano costretto al prepensionamento. Una mattina di primavera, cominciava a fare caldo e il giovane dottor C. era arrivato prima in ospedale, entrando nel laboratorio non vide come al solito il signor P. dargli il buongiorno e accomiatarsi. Non c’era nessuno in giro, tutto era in ordine, ma della guardia nessuna traccia. Non è facile lavorare in un obitorio di notte. Alcuni medici anziani raccomandavano sempre ai giovani dottori di guardia di portare con sé una radio, per evitare di dare peso ai tanti rumori che si possono sentire quando tutto tace. In più c’era un particolare che aveva sempre atterrito il dottor C.. Nella sala operatoria, in cui almeno venti tavoli ospitavano altrettanti pazienti, dal soffitto pendevano lunghi fili di nylon collegati ad un allarme posto immediatamente fuori la pesante porta d’acciaio; ‘per le emergenze’ gli era stato detto e lui si era chiesto come avrebbe reagito se mai avesse sentito quell’allarme suonare di notte. Comunque quella mattina il dottor C. pensò che la guardia fosse andata a bersi il solito caffè con i colleghi del pronto soccorso e non fece caso al fatto che la porta della sala operatoria era socchiusa. Prese le cartelle lasciate dal turno della sera precedente e si apprestò ad entrare. Spinse la pesante porta – si accorse che era aperta – e vide davanti a sé il vecchio signor P. sdraiato su uno dei tavoli mortuari, abbracciato strettamente ad un cadavere nudo che riconobbe subito come la vittima di un incidente automobilistico di qualche giorno prima. Lo ricordava perché aveva dovuto faticare parecchio per rimetterlo insieme. Non disse nulla, anche perché un gusto acido gli era apparso nello stomaco, tornò sui suoi passi e corse a chiamare alcuni poliziotti al primo piano. Quando tornarono giù il signor P. era ancora profondamente addormentato e qualcuno si accorse che i suoi pantaloni erano abbassati. Quel giorno l’ospedale fu un gran brulicare di poliziotti e magistrati che febbrili interrogavano il necrofilo colto in flagrante. Da parte sua il signor P. affermò candidamente di aver sempre fatto cose del genere, da anni, tanto che da solo riesumò la storia relativa al suo prepensionamento. Sembrava che anni prima avesse usato violenza al cadavere di una donna sul luogo del delitto, portandosi via anche un paio di souvenir che nessuno riuscì mai a trovare… Alcuni vecchi poliziotti, interrogati fuori dall’orario di lavoro dal dottor C. con molta cautela, sussurrarono che si trattasse di parti del corpo di quella donna, ed uno, un anziano che aveva passato trent’anni a raschiare via cadaveri dalle strade o dalle basi di palazzi molto alti gli confidò che quando entrarono in casa del signor P. quei souvenir non c’erano più, ma la sua tavola era apparecchiata e da tutta la sua persona emanava un forte odore di carne alla brace.

La faccenda fu insabbiata a tempo di record e l’amministrazione fornì all’obitorio un poliziotto fisso per tutto il giorno, e una robusta porta blindata la notte. Il dottor C., ancora col sigaro in mano che ormai era ridotto un perfetto cilindro di cenere, si costrinse a non pensare ad altri particolari di quella storia orribile. Cosa vado a pensare – disse tra sé il dottor C. – sarà la solitudine.

Si guardò intorno, abbracciando con lo sguardo l’ampio appartamento arredato con quello che si sarebbe definito “un gusto squisitamente maschile”: poltrone di cuoio, solide e confortevoli, alti scaffali tappezzati di libri, stampe anatomiche e un grande televisore dell’ultima generazione posato con apparente noncuranza su un prezioso stipetto cinese. Soffici tappeti Nain coprivano qua e là il pavimento fatto a listelli di pino, che ha un suo lustrore intimo e segreto, così diverso dagli orribili pavimenti moderni. Sorrideva, il dottor C., guardando le sue cose, la sua casa, dove poche persone erano entrate, e forse nessuna donna da quando l’aveva comprata. In fondo lui non faceva altro che affettare cadaveri, e per quanto apprezzato e riconosciuto potesse essere il suo lavoro non avrebbe mai destato l’attenzione di una donna. Era un bell’uomo, a volte simpatico, amante del buon vivere, con pochi altri traguardi da raggiungere in una vita fortunata e piena di successi. Tuttavia, gli mancava una donna.

Fece due passi, poi si fermò. Lentamente, quasi esasperatamente, sciolse il nodo della sua veste da camera fino a rimanere completamente nudo di fronte al grande specchio riccamente incorniciato che dominava la sua stanza da letto.

Si osservò con l’occhio clinico del medico: capelli ancora al loro posto, folti e ben pettinati, bel volto regolare, dentatura perfetta, muscoli tonici e pancia piatta. Pancia piatta. Pancia piatta. Si appoggiò allo specchio. Sentì la fredda superficie rimandargli un brivido lungo la schiena. Allargò le braccia. Se si sentì ridicolo a starsene nudo ad abbracciare uno specchio, non lo manifestò in alcun modo. Chiuse gli occhi. Sentì qualcosa in basso svegliarsi e muoversi. Rimase fermo. Dopo un tempo che sembrò interminabile si costrinse ad aprire gli occhi. Si vide riflesso nello specchio, amante di se stesso, baciò la sua immagine, lasciando un piccolo alone dove la sua lingua aveva saettato fuori dalle labbra. Serrò nuovamente gli occhi cercando inconsapevolmente di far apparire l’immagine di quel corpo carbonizzato. Si ritirò bruscamente, orripilato da quel gesto di onanismo che mai più aveva sperimentato dai tempi della scuola. Imbarazzato con sé stesso raccolse da terra la veste da camera e, cupo e pensoso, si stese sul letto dove, con gli occhi chiusi quasi a non voler vedere la bella stanza da letto, cadde in un sonno fitto di immagini paurose.

“Sorridi, e sarai padrone del mondo” gli diceva la mamma quando era piccolo, “sorridi anche se non vuoi e potrai avere tutto” gli diceva la mamma, quella stessa mamma che lo picchiò quando scoprì che il cagnolino che gli aveva regalato a Natale era morto perché lui lo aveva avvelenato con una mistura fatta di profumi, acetone, alcool etilico, dentifricio e colluttorio; quella stessa mamma che sorrideva il giorno della sua laurea, quella stessa mamma che ora, ne era sicuro, lo guardava fissamente dall’interno di una bara di mogano nel piccolo cimitero monumentale della città, giudicandolo. Stava radendosi, il dottor C., dopo la notte degli incubi. Usava un vecchio rasoio a mano acquistato anni prima in un mercato antiquario. Pronunciò due parole, secche, stentoree, che lo fecero sussultare e quasi tagliare: “Non giudicarmi”.

 

Quella mattina guidò con ancora maggiore cautela la sua preziosa otto cilindri e percorse cupo e pensoso il vialetto del parcheggio dell’ospedale. Superò con la consueta cortesia lo stuolo di praticanti e colleghi nell’atrio e quasi di corsa scese le due rampe di scale che lo dividevano dal suo obitorio. Notò subito con piacere che i suoi due assistenti erano già andati via e quindi aveva tutta la giornata per pensare e studiare. Tolse da un alto scaffale le cinquecento pagine di “patologia clinica delle ustioni” e sfogliò febbrilmente le illustrazioni alla ricerca di qualcosa che ancora non sapeva. Trovò infine quasi a metà del volume un paragrafo intitolato “contrazioni nervose nello spasmo da ustione”, posò quindi il libro sulla scrivania.

Le immagini erano anche più dettagliate di quanto credesse. Pagine e pagine piene di cadaveri ustionati, bruciati, carbonizzati lo guardavano con orbite cieche dallo sfacelo grottesco dei loro corpi e, prima ancora di poter pensare ad una qualsiasi motivazione che lo persuadesse dal farlo, il dottor C. era corso nella sala incisoria chiudendosi la porta alle spalle. Il suo cadavere era ancora lì, chiuso in una cella frigorifera, costantemente tenuto alla temperatura di quattro gradi celsius affinché quello che rimaneva non si deteriorasse ulteriormente. Non indossò i sottili guanti di lattice che per legge sono imposti ai medici e in particolar modo ai medici legali. Dopo aver osservato per un tempo che gli sembrò lunghissimo lo sconosciuto che quella mattina era stato ribattezzato ‘Carlo Bianchi’, come attestava un secondo cartellino appeso al resto annerito dell’alluce, con uno sforzo di volontà incredibile che mai avrebbe creduto possibile, carezzò il cadavere, forse indugiò un istante di troppo nel farlo e poi richiuse con un colpo deciso la cella.

Quasi stordito dalla forza delle sensazioni provate il dottor C. si aggirò per un minuto buono tra i tavoli incurante di sfiorare mani gonfie e verdastre che pendevano fuori dai lenzuoli e si fermò soltanto davanti alla macchina idraulica Defcom-95, quella usata per gli esami ematici. Tirò il piccolo carrello che la sorreggeva fino a portarlo davanti al tavolo 14, dove la sera prima era stato adagiato il corpo di una vecchietta morta per infarto al pronto soccorso. I suoi assistenti avevano già redatto il certificato legale e di lì a poco sarebbero arrivati gli infermieri a portarla via per il funerale.

Il dottor C. accese la macchina che vibrò un poco per poi assestare il motore ad un ronzio quasi impercettibile. Potenza della tecnologia pensò quasi divertito, e ormai pienamente padrone di sé. La Defcon-95 somiglia ad una scatola per le scarpe provvista sui lati lunghi di due bracci flessibili di acciaio inossidabile cui si collegano aghi da prelievo. Un piccolo tubo nella parte inferiore fa le veci dello scarico e dello spurgo del sangue in eccesso. Il dottor C. infilò due sottili aghi cannula nei bracci e con gesto esperto li infilò nei gomiti del cadavere, in un punto che nessuno avrebbe potuto individuare. Drenò quasi venti centilitri di sangue e sfilò gli aghi dalle braccia ossute della vecchia che, gli occhi semiaperti, osservava in silenzio la scena. Portò a posto la macchina, ne pulì i condotti con zelo e rimirò compiaciuto la provetta piena di liquido rosso.

Quella sera, prima di tornare a casa, era venerdì, il dottor C. si fermò in un supermercato e comprò una bottiglia di ottimo vino toscano. Giunto a casa accese come al solito la televisione e si preparò per la cena. Mangiò con gusto due costate alla griglia, versò più di una volta il vino e, soltanto quando tutto era finito e la testa gli girava un po’, si permise il lusso di aprire la sua bottiglia di vino.

“Il vino dei medici” disse con enfasi mentre già il sangue gli macchiava le labbra, “alla tua salute Carlo Rossi, e al tuo sangue evaporato”.

Per la prima volta in tanti anni quella notte non sognò sua madre.

Sognò invece immagini confuse ma sottilmente, quasi in maniera crudele, piacevoli. Sognò melodie incredibili, sognò di cadere in vortici di lamenti e sussurri. Quando la mattina lo trovò sveglio già alle sei, il dottor C. era stranamente euforico.

L’ebbrezza della sera prima si era stemperata in una ferma determinazione. Non riusciva a togliersi di dosso l’immagine di Carlo Rossi, il morto carbonizzato sconosciuto, e non appena umettava le labbra il ricordo del sangue della vecchia che ora circolava insieme al suo lo eccitava con un fervore che non aveva mai provato.

Voleva guardare di nuovo il suo cadavere, voleva ancora assaporare il sangue di persone morte per farle rivivere in una specie di esistenza della quale, ne era certo, gliene sarebbero stati grati. Voleva disperatamente essere morto in vita, vedere poco a poco le membra diventare putrescenti e poi cadere con il suono secco e raschiante che aveva imparato a riconoscere in anni di attività medica, voleva essere morto in vita per amarsi come mai aveva fatto. Erano questi i pensieri che gli si agitavano in testa mentre guidava verso l’ospedale. Salutò con un cenno consueto del capo studenti e colleghi e quasi di corsa tornò a rifugiarsi di nuovo nel suo obitorio.

“Eccoci qui”, sembra che disse a voce alta, stando alla testimonianza della guardia seduta fuori dalla pesante porta d’acciaio. La stessa guardia giurò poi che il dottor C. cominciò a parlare ai silenziosi ospiti della camera mortuaria complimentandosi con voce leziosa e facendo bonari commenti sul loro aspetto, come se si trovasse ad un thè delle cinque. “Non sembrava proprio lui – giurò l’uomo in divisa in tribunale – so solo che mi metteva i brividi. Diceva: ‘buongiorno signora, la vedo in forma oggi!’ E ‘signor T., alla fine il vizio del bere l’ha portata qui da noi, benvenuto’, e ancora: ‘com’è bella stamattina la nostra piccola V.’. Bussai alla porta chiedendo se tutto andasse bene, e lui rispose che sì, stava bene, e potevo andare a prendermi un caffè”.

Girava tra i tavoli come un perfetto padrone di casa, il dottor C., e quasi non si rendeva conto di baciare volti verdastri, stringere mani già dure e dare maliziosi pizzicotti a natiche decomposte. Gli sembrava di essere uno dei cadaveri dell’obitorio che si fosse messo a camminare e quando per caso si vide riflesso nel grande specchio chirurgico in fondo alla sala incisoria non vide il corpo col quale aveva vissuto per anni, quello che conosceva in ogni millimetrico particolare, vide un corpo grottesco e nerastro, con gli occhi colati giù lungo il busto carbonizzato, le gambe sottili senza muscoli a sovrastare mozziconi di piedi simili a tizzoni ormai spenti. Si sentì pervadere da una grande forza, grande come mai nessuna forza era stata, era finalmente diventato ciò che aveva sempre amato. D’improvviso, come una diga che avesse rotto gli argini, gli tornarono alla mente un’infinità di particolari della sua vita che fino ad allora giacevano sepolti nella melma dei ricordi oscuri e vergognosi: il gattino che sezionò all’età di sei anni con l’aiuto di una forbice da cucito rubata nella scatola dei fili della madre, le riviste pornografiche comprate in tanti anni delle quali ricordava soltanto il rosso e il nero dei particolari anatomici ravvicinati, quella volta che un amico inavvertitamente lo bruciò con la punta del sigaro e lui provò un piacere incredibile, le ore trascorse da studente con l’acquolina in bocca di fronte alle tavole dei libri di medicina legale, tutto all’improvviso tornò nella testa del dottor C., il signorile dottor C., l’elegante dottor C., rompendo l’ultima cosa che forse c’era da rompere. Corse pochi passi e si lasciò cadere pesantemente sul tavolo di dissezione, gli occhi rivolti verso il soffitto. Spasmodicamente, come un pesce tirato all’amo, si girò su sé stesso allungando la mano destra verso il becco Bunsen. Accese il sottile cannello ossidrico e ne osservò come ipnotizzato la fiamma di colore mutevole. Se sentì i colpi dati alla porta d’acciaio dalla guardia che gridava di aprire, non è dato sapere. Il dottor C. afferrò poi il barattolo dell’alcool da un litro. Con mani tremanti tentò di svitare il tappo di alluminio che cadde tintinnando sul pavimento di marmo. Bevve un lungo sorso e sentì l’acre sapore del disinfettante scendergli lungo la trachea irritando le mucose. Si asciugò in fretta le labbra e in un istante era completamente nudo. Si stese sul lungo tavolo d’acciaio rabbrividendo al contatto, dette un’ultima occhiata ai suoi amanti silenziosi e si rovesciò addosso il contenuto della bottiglia, che lasciò poi cadere accanto al tappo. La guardia sentì soltanto un sibilo, e subito dopo un forte puzzo di carne bruciata. “Non un fiato, non un lamento – affermò al giudice la stessa guardia – lì per lì credevo stesse effettuando qualche esperimento, e che magari fosse ubriaco. Corsi al pronto soccorso a chiamare i colleghi e quando tornammo giù trovammo quello che sapete”.

 

“Brutta storia. Brutto cadavere. Pensaci tu, io ho finito il turno”. La lunga sala incisoria del secondo ospedale cittadino è illuminata da venti potenti lampade al neon. I due medici legali osservano il cadavere del loro collega, il dottor C., che poche ore prima si è dato fuoco dopo aver distrutto l’obitorio.

“Dicono che tutto intorno a lui erano sparsi i pezzi di un mucchio di cadaveri. Forse li ha morsi, forse li ha tirati via. Dovranno lavorare un bel pezzo per rimettere tutto a posto. Vedi tu di fare le foto, non ho voglia di guardare ancora quel volto”.

Detto questo, il medico anziano si toglie i guanti di lattice, li getta in un secchio giallo e si avvia alla porta slacciandosi nel contempo il camice. Il secondo dottore prende la macchina fotografica che pende da un braccio in acciaio sopra il tavolo incisorio e prima di scattare osserva ancora una volta quello che fu il volto del dottor C.. Bruciato, ustionato, a tratti caduto via, senza occhi, senza labbra, i denti spezzati dal calore intenso e localizzato, la postura rattrappita tipica di questi casi. Sarà un caso, sarà di sicuro un caso, ma sui resti avvizziti del dottor C. aleggiava una strana ‘maschera della morte’. “E’ assurdo, cosa vado a pensare” dice tra sé il patologo. Guardandolo bene sembra che quello che fu il dottor C. rida di un piacere orgiastico, la bocca sembra atteggiata ad un riso sardonico e beffardo, come di chi sia felice davvero e voglia segretamente prendere in giro gli altri. Il tempo di uno scatto, un lampo, e due foto di un cadavere carbonizzato sono pronte per il tribunale.

Andrea Polidori (Per F.)

 

 

(copyright by Andrea Polidori)

 

 

 

  

ANDREA POLIDORI

Andrea Polidori, nato a Roma il 17 agosto 1975, laureato in lettere, giornalista, scrittore, saggista e poeta (pubblicato), capo ufficio stampa presso la F.I.G.C. - LND. Nel 2002 scrive per i tipi de 'L'Arcano Editore' due libri dossier: 'La Vera Storia di Monsignor Milingo' e 'Conversazione su il Califfo Virtuale - Intervista a Gianni De Michelis' (sui fatti dell'11 settembre 2001), direttore responsabile fino al 2003 della rivista letteraria 'Il Giallo e il Nero', redattore della rivista 'Il Calcio Illustrato'. Appassionato di musica, cinema horror e letteratura.

E-mail: andreglo@hotmail.com

 

  

 

 

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