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LA VERA STORIA DI JOHNNY FREDDO scritto da Pierluigi Della Minola
Cap. 1
Shanghai, una volta Montesanto, quartiere residenziale di livello medio appena a ridosso del centro cittadino. Poi arrivarono le piccole fabbriche, i piccoli magazzini ed il quartiere visse un po' d’anni in bilico tra due realtà opposte. L’arrivo degli hippy prima e degli sbandati di tutto lo stato dopo, ne decretò la fine e divenne Shanghai, rifugio di drogati, piccoli spacciatori, vagabondi, puttane e di un mucchio d’altra gente che non poteva permettersi un quartiere migliore. Fu in quello schifo di posto che nacque la leggenda di Johnny Freddo ed è per lui che sono qui adesso. Il mio nome non ha importanza. Potete chiamarmi L’Acchiappatopi, così sono conosciuto nella zona e per un motivo dannatamente valido: sono uno sbirro ed il mio lavoro principale consiste nel mettere in gabbia i topi di fogna che popolano il quartiere. Sono bravo nel mio lavoro, o almeno lo ero finché non acchiappai il topo più grosso di tutti, Johnny Freddo. Feci un buon lavoro, tanto buono che da allora non sono più lo stesso e non vado più in giro a caccia di disgraziati. La faccenda di Johnny Freddo ha mandato in folle i meccanismi del mio cervello per una semplice ragione: non capivo allora come ora chi fosse Johnny, o meglio, cosa fosse. Qualche ideuzza in verità mi ronzava in testa, ma gli strizzacervelli che mi misero alle costole dissero che erano tutte balle, che ero stanco e che dovevo prendermi una bella vacanza. Dopo un anno sono qui, con le stesse domande senza risposta e un’ulcera in più. O.K. gente, se siete furbi non parcheggiate di sera nelle strade a ridosso di Shanghai; se siete fessi, bè allora non avete scampo e vi aspetta una dura scarpinata per tornare a casa vostra, la casa dei fessi! Io ho messo la macchina proprio davanti al Congress Hotel e mi sono fatto tre isolati a piedi, in una serata dura e trasparente come vetro. Ha piovuto tutto il giorno e nell’aria pulita la luce non riesce a diffondersi, penetra come un coltello nell’oscurità, i riflessi bruciano gli occhi ed i colori della notte riverberano puri come diamanti. La pioggia m’ha fatto un favore: la fauna di Shanghai s’è rinchiusa nelle tane, a parte poche sgualdrine affamate che cercano disperatamente di farsi qualche cliente per resistere ancora un poco alle delizie della vita. Va bene così, meno gente è in giro a ficcanasare nelle cose altrui, più facilmente sbrigherò i miei affari. I perditempo di qui diffidano anche della propria madre, figurarsi di uno sbirro che fino ad ieri ballava sulle loro teste scombinate! Ho organizzato un incontro a quattro nel vecchio Bar Paradiso. La baracca è chiusa da sei mesi e qualcuno ha trovato comodo rinnovare il mobilio di casa con l’arredamento del locale; comunque dentro non piove, qualche seggiola traballante ed un tavolo zoppo sono riuscito a metterli insieme. In più ho trovato nel retro una vecchia stufa a legna, funzionante, e la topaia è una meraviglia in una notte cazzuta come questa. Piove di nuovo, gocce grosse e flaccide che si spiaccicano sul tetto di plastica della veranda con un rumore di frutta marcia. Arrivano. Prima Lucas, uno dell’altra sponda che ai bei tempi rimorchiava i ragazzi di Shanghai ed ora pulisce i cessi della stazione, poi Fiona, l’intellettuale, perché ha studiato una paio d’anni all’Università, ha scritto qualche poesia di successo e beve come uno scaricatore di porto. Ultimo, Frantisek che trema tutto per l’abuso di droghe e non può più suonare i suoi strumenti. Loro hanno conosciuto Johnny Freddo da vicino, molto da vicino e sono gli unici che possano darmi una mano a rimettere ordine nel mio cervello, una prospettiva da suicidio a guardarli appena. Dei Saturniani sarebbero una merce migliore! «Ciao, Lucas!» Faccio senza metterci troppo entusiasmo. Non è cambiato più di tanto, soliti capelli radi con riporto e le linee della faccia più marcate e profonde. Quello che distingueva il Lucas dei tempi d’oro era lo stile. Allora chiassoso e pacchiano, costoso. Ora veste da pezzente. Pulito, in ordine, ma da pezzente. «Non sono più in affari, Acchiappatopi e Shanghai è un anno luce lontano da dove sto ora. Non ho informazioni da darti.» «Frega niente di ora. È Johnny Freddo che voglio, tutto quello che sai su di lui. Sei stato tu a dargli il benvenuto a Shanghai, no?» «Johnny è morto, sbirro, e non mi va di tirar fuori vecchie storie di fantasmi.» Mi limitai a fissarlo, mentre gli altri due imbecilli ridacchiavano scioccamente. Lucas mi sorprese. Una volta sarebbe crollato dopo due secondi ed avrebbe vuotato il sacco come una mitragliatrice. Invece sorrise. «Sono cambiato Acchiappatopi, Johnny mi ha cambiato. Mi ha portato via tutto, meno quel poco di dignità che nemmeno sapevo di avere. Ora è tutto quello che ho, dignità e un lavoro schifoso ed una casa schifosa. Potete portarmi via il lavoro e la casa ma non la dignità, nemmeno tu! Perché vuoi sentire una vecchia storia che non interessa più nessuno?» «Devo capire.» Lucas mi guardò come fossi uno sconosciuto travestito da Acchiappatopi. «Sono contento di sentirlo. Ti credo, sbirro. Chissà che non faccia bene anche a me raccontare finalmente la verità su Johnny Freddo...»
Attirò subito la mia attenzione con il lungo cappotto nero stazzonato, sacco a pelo, una pesante tracolla militare che lo faceva camminare storto e la faccia bruciata dal sole atteggiata in un’espressione di fragilità mista ad ostinazione. Un classico di quei tempi, quando a Shanghai ogni giorno arrivavano nuovi sbandati in cerca di un Paradiso Terrestre che non avrebbero mai trovato, come i delusi che partivano per altri miraggi ugualmente irraggiungibili. Io non appartenevo al loro mondo. Ero gay, senza legami fissi e stavo a Shanghai per rimorchiare più ragazzi che potevo. Laggiù non fregava niente a nessuno di quel che facevo e comunque non infastidivo chi non era della mia sponda. Non mancavano mai i bei giovani che venivano con me, magari solo per trasgressione e non perché fossero veri gay. Io il Paradiso Terrestre l’avevo trovato. Allora Johnny non era diverso dagli altri. Senza soldi e senza una meta precisa viveva per la strada, mangiava abbastanza spesso e dormiva dove capitava. Quando mi offrii di ospitarlo accettò subito. All’inizio pensai che fosse omosessuale come me. Non nascondevo la mia condizione, anzi la esibivo e solo chi aveva le stesse tendenze consentiva immediatamente alle mie avances. Con Johnny era tutto sbagliato, fin dal principio. Johnny era assolutamente, completamente, incredibilmente vergine e non solo per il sesso. Della vita non conosceva nulla di nulla, sapeva appena parlare e badava a se stesso solo per le cose elementari come mangiare, dormire e coprirsi con qualcosa. A quanto capii dalle sue parole smozzicate era vissuto sino ad allora col nonno, in una casa colonica sperduta fra i boschi silenziosi e le selvagge colline nella parte settentrionale della regione. Morto il nonno aveva abbandonato la casa e si era messo in cammino verso sud. Prima di morire, il nonno gli aveva detto di cercare un posto in mezzo agli uomini, non un posto qualunque. Il posto giusto era quello dove l’avrebbero accolto senza problemi e pregiudizi. Era stato in vari posti promettenti, ma da tutti era stato cacciato come vagabondo e troppo diverso per stare in mezzo alla gente civile. Era sicuro, però, di essere giunto finalmente nel posto indicato dal nonno, nessuno lo aveva trattato male ed io lo avevo accolto nella mia casa. Tutto questo era molto interessante, ma non per me. Era solo per portarmelo a letto che l’avevo condotto nel mio appartamento al Palace Hotel (il vero nome era un semplice ed anonimo Palazzo, ma era l’unico grande edificio di appartamenti di Shanghai e quando gli inquilini se ne andarono disturbati dalla scarsa qualità della popolazione della zona, divenne rifugio di gente come me, la crema del quartiere, e cercammo di rinnovare i suoi fasti con quel nome pretenzioso). Johnny, oh Johnny! Che rivelazione fosti! Dopo le prime esperienze impacciate diventasti un amante insaziabile, curioso e disposto ad ogni depravazione. Ricordo ancora l’odore della sua pelle. Tutti noi abbiamo la pelle che emana un odore personale. Io riuscivo a riconoscere il mio ragazzo dal profumo della sua pelle anche nell’oscurità, in mezzo alla massa dei corpi nudi e addormentati dopo una di quelle orge che ogni tanto capitava di organizzare all’Hotel Palace. Nonostante quelli che si lavavano poco e quelli che puzzavano della loro erba schifosa. Con Johnny però non andavo a quelle feste, bastava il suo ardore per sfinirmi. E poi, ero geloso, non sopportavo l’idea che facesse l’amore con un altro uomo. Allora non me ne resi conto, ma ero innamorato di lui, tanto che mi venne l’idea di abbandonare Shanghai e metter su casa con lui in un posto più decente. Intanto altri cambiamenti avvenivano nel mio Johnny. La sua cultura era limitata, ma conosceva abbastanza il latino, cosa che gli serviva per leggere alcuni libri antichi che il nonno custodiva nella vecchia casa. Scritti in un linguaggio contorto, trattavano di antiche ed oscure credenze primordiali. Uno di quei tomi lo aveva seguito nelle sue peregrinazioni, un enorme volume manoscritto senza titolo e che secondo lui era il Libro dei Nomi Morti. Sfogliava spesso le sue pagine corrotte dagli anni, ma si dedicò anche alla lettura dei pochi libri che possedevo. Letti quelli, portava in casa bracciate di riviste e volumi malridotti che trovava dai rigattieri e assorbiva tutto quello che leggeva. Riempiva il vuoto che era in lui diceva. Della vita passata non conservava più nulla a parte l’abitudine d'indossare un lungo cappotto nero anche in piena estate e suonare un vecchio flauto che gli aveva regalato il nonno. La gente lo prendeva in giro, gli chiedeva continuamente se aveva freddo ed è così che venne fuori il suo nome: Johnny Freddo. Il flauto invece era un tormento per le mie orecchie. Ne traeva un pigolio lamentoso che faceva accapponare la pelle ed evocava confuse sensazioni d’orrore e malvagità senza nome. Poi i tempi felici se ne andarono. Johnny era irrequieto, sgarbato, passava giornate intere a suonare il suo orribile flauto e facevamo l’amore sempre più di rado. Un giorno non lo trovai in casa, se n’era andato con le sue poche cose, senza nemmeno un biglietto d’addio. Lo cercai come un pazzo e lo scovai in casa di Fiona, una ragazzona grande e forte piovuta a Shanghai dal Nord. «Non mi servi più.», mi disse. Tutto qui. Quelle quattro parole mi distrussero. Io lo amavo ancora e pensavo che quella fosse soltanto una scappatella per provare le emozioni dell’altro sesso. Fino ad allora mi ero illuso che sarebbe tornato da me. Dopo qualche tempo ho abbandonato Shanghai e la vita che avevo fatto fino ad allora. L’amore degli altri ragazzi non era paragonabile ai giorni meravigliosi passati con Johnny, era solo una cosa squallida che non mi eccitava più. Così ora pulisco i cessi pubblici, dormo in una camera ammobiliata dall’altra parte della città, in casa di una vedova che sa che sono omosessuale e vorrebbe ugualmente convincermi ad andare a letto con lei e leggo un’infintà di libri. Forse per riempire il vuoto che è in me.
Il rumore della pioggia colmò il silenzio lasciato dalle parole di Lucas. Caricai di legna la stufa e diedi un po' di tempo a Fiona per snebbiarsi le rotelle dal liquore ingurgitato durante il racconto di Lucas. Fiona non è più la ragazzona nordica alta e robusta di quando venne a Shanghai e scriveva poesie e ogni tanto batteva alla stazione per rimediare i soldi della cena e dell’affitto. Aveva avuto il suo momento di gloria grazie a Johnny e non era riuscita a farlo durare più a lungo di un fiato. Ora beve come una spugna, l’alcool ha disfatto la sua bellezza ed il suo corpo vigoroso ed è tornata a Shanghai, nella vecchia casa. Ma non è più la Shanghai di allora. È cambiata come lei e la vodka scadente è l’unico rimedio rimastole.
Johnny Freddo era un bastardo e l’avrei ammazzato sei i suoi amici della Band non mi avessero fermata, almeno un paio di volte. Poi la furia è passata perché dovevo tenere in piedi il successo raggiunto e la mia vita. Non ci sono riuscita. Dovevo tutto al bastardo e sparito lui, sparito tutto. Spero solo che il posto dove è ora sia peggiore del peggiore dei suoi incubi! Lo trovai sotto la mia veranda, fradicio di pioggia a spaccarsi i polmoni con una tosse tremenda. Non era un vero sconosciuto. «Tu sei il ragazzo che sta con quel finocchio di Lucas. Cosa ci fai qui?» Mi disse di aver lasciato l’amico e che cercava solo un riparo dalla pioggia e mi chiese di poter restare finché non smettesse di piovere. Naturalmente lo feci entrare in casa, gli levai gli abiti bagnati e gli diedi qualcosa d’asciutto per coprirsi, Gli diedi anche da mangiare. Shanghai allora era un posto dove si divideva tutto o quasi. Rimase fino a quando i suoi vestiti furono asciutti. Rimase poi fino a quando la bronchite guarì. Rimase anche dopo. Non avevo legami e mi piaceva avere qualcuno per casa che non pensasse solo a scoparmi. Era strano ma tranquillo. Leggeva sempre quel suo librone ammuffito, Necronomicon si chiamava, e a volte tracciava strani segni per terra e salmodiava delle litanie da far accapponare la pelle perché tirava fuori una voce ed un linguaggio che nulla avevano di umano. « È la lingua dei nostri antenati» mi confidò una volta Johnny « Quando ancora parlavano con gli dei. Me l’ha insegnata nonno, però non funziona. Forse nonno era troppo vecchio ed ha dimenticato qualcosa.» Quand’era di malumore saliva sul tetto col suo flauto straziante e se ne stava lassù ore ed ore a riempire l’aria con quelle note aggriccianti. La vita continuò normalmente per un po’ di tempo, scrivevo poesie che nessuno voleva pubblicare e con Johnny in casa il denaro mancava sempre, nonostante il mensile che mia madre mi mandava regolarmente. Cominciai così a battere più di frequente, vicino al quartiere dei teatri e dei grandi negozi. Non troppo spesso, badate, solo quando avevo un bisogno disperato di denaro. Non mi vergognavo neanche un poco, a Shanghai era normale vendersi per sopravvivere. Dopo qualche volta Johnny cominciò a guardarmi in modo strano, mi studiava pensoso, con una strana luce negli occhi. E poi naturalmente successe quello che prima o poi doveva succedere. Una notte entra in camera e si infila nudo nel letto. Anch’io ero nuda, d’abitudine dormivo sempre senza nulla addosso. Mi accorsi immediatamente che non era mai stato con una donna, ma imparò subito, oh se imparò subito! Era incredibile quanta energia contenesse quel corpo magro e apparentemente debole. Io sì che ero sfinita e con fatica riuscivo a farlo smettere. Questa sua furia si calmò dopo una settimana e finalmente riprendemmo una vita quasi normale. Non che fossi stufa. Johnny mi faceva vedere il Paradiso, ma ogni tanto bisognava pur tornare nel nostro inferno quotidiano per riprendere energie e fiato! Johnny divenne più comunicativo, come se far l’amore con una donna avesse sciolto il suo animo introverso e cominciò a parlarmi delle visioni che aveva quando suonava il flauto o eseguiva i suoi spiacevoli riti. Accidenti, ne aveva di roba dentro! Fulgidi abissi interstellari d’inconcepibile splendore si aprirono alla mia mente. Dalle voragini del tempo affiorarono gli antichi dei mostruosi che dominarono la Terra prima dell’Uomo. Visitai l’immonda R’lyeh inghirlandata d’alghe e conchiglie che nelle profondità marine culla il sonno senza fine del morto Cthulhu. Algol, la Stella Demone, perseguitò le mie notti col suo ghignante fulgore e le gelide Iadi tormentarono il mio cuore su uno sconosciuto pianeta dove uomini-serpente si contorcevano in danze oscene al loro apparire nel cielo vermiglio. Percorsi le fumiganti giungle velenose della primordiale Mu, sul gelido altopiano di Leng fuggii da Colui che porta la Maschera Gialla e vidi i deboli Ddei della Terra danzare ubriachi sul perduto Kadath. Le rovine d’onice ed alabastro della favolosa Irem mitigarono l’implacabile ardore del sole nel deserto d’Arabia, su nude colline solitarie urlai il mio richiamo a Coloro che Furono, Sono e Saranno, l’innominabile progenie di Azathot che eternamente danza e sbava nelle sue aule di pietra al centro del Caos tra il folle rullare di tamburi nascosti ed il pigolio stonato d’orrendi flauti. Ubriaca di queste visioni incomparabili scrissi quei versi straordinari che mi dettero un’improvvisa celebrità, travolgente come l’universo impazzito di Johnny. Fu un’estate meravigliosa: scrivevo come una pazza, interviste, premi e denaro a fiumi. Presa com’ero dal successo non mi accorsi che Johnny si era stancato di me, tornava a cercare la solitudine ed il suo maledetto libro e i suoi riti schifosi. Cercai di trattenerlo usando gli unici mezzi che conoscevo: il sesso sfrenato dei nostri primi giorni d’amore, tutti gli accorgimenti che avevo appreso facendo la puttana. Tentai ogni cosa per eccitarlo e tenerlo con me, poi giorno se ne andò com’era venuto, sotto la pioggia e senza addii. Stronzo. Portò con sé le terre del sogno e dell’incubo, lasciando inaridire il piccolo ruscello della mia ispirazione. Dopo fu tutto inutile, non riuscivo più a scrivere, le mie penose imitazioni di me stessa facevano ridere i critici ed il pubblico che prima mi celebrava acclamò nuovi geni e finii nella spazzatura sotto casa. Avevo scritto, è vero, qualcosa di buono, di ottima poesia ma non avevo resistito alla prova del tempo e tornai ad essere lo zero che ero sempre stata! E tutto per colpa di Johnny che mi aveva abbandonata dopo avermi dato l’illusione di essere un grande poeta! Cominciai a bere, a lasciarmi andare e a mendicare per la strada. Ora nemmeno come puttana ho un avvenire. Alla salute, Johnny e che tu sia maledetto in qualsiasi cazzo di posto ti trovi ora!
Fiona si attacca alla bottiglia singhiozzando, beve a garganella e si piscia sotto come una fontana. Finalmente riesce a smettere la sua esibizione e si rifugia in un angolo del bar. Lucas cerca di aiutarla, si prende un calcio nellepalle e Frantisek mescola una risata isterica a colpi di tosse marcia. Mi accendo una sigaretta. Siamo a Shanghai e va tutto bene, punto. Ora tocca a Frantisek, The One Man Band aveva scritto ai bei tempi sul tamburo che portava sulla schiena, La Banda di un Solo Uomo. Poi arriva Johnny, la banda diventa di sei componenti e polverizza ogni record di vendita. Ora è nuovamente composta dal solo Frantisek, che non suona più. Gli tremano le mani, anzi trema tutto e non riesce più nemmeno a soffiare nel suo clarino o a reggere la chitarra.
Fu Johnny a trovare me. Stavo davanti al Palace a cacciar note dal mio flauto, tentando un brano che andasse d’accordo col tamburo, i piatti, il clarino e tutti gli altri strumenti che mi portavo addosso quando andavo in giro a fare il buffone per rimediare qualche soldo. Non che mi interessasse molto, ma faceva un caldo insopportabile dentro il Palace e troppo caldo anche fuori. Tutto quello che mi veniva in mente era di soffiare nel flauto per vedere se succedeva qualcosa di buono. O di cattivo. Dopo un po’ che massacravo la poca musica che conoscevo, arrivò Johnny col suo assurdo cappotto in piena estate e senza dire una parola si mise a sedere davanti a me, tirò fuori anche lui un flauto e in un momento di pausa sparò fuori una serie di note da far rattrappire i denti. Non erano casuali, c’era una certa logica nel loro insieme e finivano con un’interrogativo sospeso. Io risposi con una serie elegante, tanto per stare al gioco e lui giù duro ancora. Continuammo per un po', con variazioni ed improvvisazioni sul tema. Quale fosse il tema non lo sapevo, era Johnny a condurre il gioco. Ad un certo punto si alzò e se ne andò, lasciandomi a metà di un fraseggio. Non ci feci caso, Shanghai era piena di tipi strani. Il giorno dopo erano nuovamente lì, lui ed il suo flauto. Stavolta ne trasse un pigolio lamentoso ed ossessivo, quasi ipnotico ed incerto fra sogno ed allucinazione. Io avevo portato altri strumenti e gli contrapposi la limpidezza del clarino ed i guizzi psichedelici della chitarra elettrica, ma la melanconica follia del flauto divorava i miei tentativi esuberanti di imporre un ritmo irruente e trasgressivo. Il duello andò avanti per un po’ di giorni. Frattanto alcuni curiosi si fermavano ad ascoltare la nostra esibizione, alcuni tornavano armati di strumenti, alcuni strani e sconosciuti, ed in capo ad una settimana si era formata praticamente una band vera e propria: Drupi alla batteria, Geronimus alla chitarra, Velluto come bassista e Kenno, un giapponese gettato a Shanghai da chissà quali vicissitudini, alla tastiera. Il mio attrezzo era il clarino, più una mezza dozzina d’altri strumenti. All’occorrenza anche gli altri membri della neonata band erano in grado di suonare più d’uno strumento, solo Johnny era limitato al suo flauto malefico. Drupi aveva studiato seriamente la musica e fu lui a dare consistenza al gruppo. Scegliemmo il nome della band ed alla fine accettammo quello proposto da Johnny, The Cthulhu Dreaming. L’aveva tratto dal suo puzzolente librone ammuffito e disse che si riferiva ad una primordiale divinità di una razza che aveva dominato la Terra prima dell’Uomo. Sembrava comunque un buon nome, adatto al genere di musica che avevamo intenzione di produrre. Allora non ce ne accorgemmo, ma Johnny stava già plasmando le nostre vite per i suoi scopi. Scegliemmo anche i nostri nome da battaglia. Io divenni Night Gaunt per la mia faccia magra e tirata, Drupi Tsathoggua, Geronimus Yuggoth e Kenno Nyogtha. Johnny scelse di chiamarsi Nyarlathotep, un altro dei suoi dei innominabili. In fretta e furia mettemmo insieme i nostro primo brano, The Crawling Chaos. Il testo, come i nostri soprannomi, era tratto dal mondo fantastico di uno scrittore americano degli anni Trenta, Lovecraft, scovato da Tsathoggua. Narrava della venuta misteriosa sulla Terra di un essere straordinario, portatore di un messaggio di corruzione e morte e araldo degli abissali e spaventosi dei del Caos. L’ingenuità del testo era sorretta dal sound formidabile, allucinato ed ipnotico, scandito dalle note ossessive del flauto di Johnny, il cui fraseggio aspro e distorto prendeva lentamente il sopravvento sugli altri strumenti fino a costringerli ad un minaccioso quanto disperato finale dove era ancora il blasfemo lamento del flauto ad imporsi, evocando le ripugnanti ed indicibili divinità del racconto da cui avevamo tratto il testo. Fu un successo travolgente quando portammo The Crawling Chaos ad una esibizione estemporanea di musica rock e una piccola casa di produzione ci mise sotto contratto. Iniziammo così il cammino verso il successo. Eravamo già tutti tossici, più o meno. Nyogtha era il più fatto della Band ma neanche Tsathoggua e Yuggoth scherzavano. Io avevo avuto le mie esperienze, ma niente di veramente forte. Cominciai allora a farmi di droghe pesanti. Johnny era il solito tipo strano, lui non si drogava ma era il più schizzato di tutti ed era la vera anima dannata del gruppo. Ci fece provare nuovi stupefacenti, roba che non era in circolazione ma dirompente al massimo. I cambiamenti furono minimi all’inizio, passarono inosservati o demmo loro scarsa importanza. Ci ritrovammo così impreparati quando la realtà irruppe nelle nostre vite e ci accorgemmo troppo tardi del mostro che eravamo diventati. Nel frattempo avevamo generato The Cthulhu Machine, My Inmost Bad Bad Inhabitant, Cry My Dark God, Cry! e Out of Strange Days. I nostri dischi venivano venduti in tutto il mondo ed i concerti che davamo erano occasione di sfolgorante follia da parte nostra e degli spettatori. Ci eravamo ricoperti con un trucco da morti viventi, vestivamo d stracci che sembravano recuperati da qualche sepolcro e puzzavano come tali. Ornavamo il palco con teste di animali macellati che a volte non erano proprio fresche. Quasi tutte le volte la polizia interveniva brutalmente e lo spettacolo finiva fra disordini, risse sanguinose e giorni trascorsi in carcere. Eravamo esaltati dal successo e dalla droga che ci forniva Johnny, avevamo perso ogni contatto con la realtà. Nyogtha fu il primo ad andarsene. Preda di una specie di estasi malinconica si chiuse in camera e si aprì il ventre con un coltello da cucina. Non morì subito e si trascinò per tutta la stanza spargendo ovunque le sue viscere. Yuggoth scoprì il cadavere, prese la macchina fotografica e scattò diversi rullini per immortalare quella scena da mattatoio, poi ci chiamò piangendo come un bambino. Fu l’inizio della fine. Ci guardammo dentro e fuggimmo spaventati. Tsathoggua si riempì di droga tagliata male e fu trovato immerso nel proprio vomito in un cesso della metropolitana. Yuggoth fu accoltellato da un fan di Nyogtha che voleva per sé le fotografie della morte del suo idolo. In quanto a me, mi raccattarono in un vicolo pieno di alcool e droga e mi portarono appena in tempo all’ospedale. Non sono morto, sono solo un cadavere ambulante. M’hanno dato due mesi di vita. Mi faccio addosso i bisogni corporali perché sono incontinente. Il mio stomaco si ribella ogni volta che tento di mangiare qualcosa e la notte è assediata da tutti quelle orrende divinità che abbiamo evocato con la nostra musica inumana. E Johnny? Come ci aveva dato tutto, se ne andò lasciandoci nulla. Fece la sua ultima apparizione ai funerali di Drupi, Kenno e Geronimus, celebrati in comune a richiesta dei nostri fans. Lui era in testa, col ridicolo cappotto lungo fino ai piedi a suonare il suo odioso flauto sulle note ossessionanti di The Crawling Chaos e una folla al seguito di ammiratori demenziali che spaccavano e sfasciavano tutto quello che trovavano lungo il percorso.
Frantisek puzza, Fiona puzza, tutto puzza a Shanghai. Di miseria, di squallore, di umiliazioni e fallimenti. Solo Lucas non puzza, forse perché Johnny gli ha dato qualcosa che non poteva riprendersi. Lucas è stato in gamba. Ora tocca a me raccontare di Johnny, devo chiudere la faccenda stasera e ho dentro qualcosa che non riesco a tirar fuori. Devo fare la mia parte per capire Johnny e quello che ha significato per me e tutti gli altri.
Io ero il predatore, Shanghai il mio territorio di caccia e tutti quelli che vi abitavano mie vittime potenziali. Una situazione comoda per un vecchio sbirro disilluso che nessuno voleva fra i piedi. Conoscevo tutto e tutti laggiù, ogni centimetro ed ogni abitante. Johnny non mi sfuggì. Appena mise piede a Shanghai, decisi che era pericoloso e gli diedi una buona occhiata. Sembrava un cucciolo indifeso e per la mia esperienza sono proprio i cuccioli indifesi quelli che fanno più casino, volontariamente o no. Comunque il suo inizio fu una delusione, non combinava nulla di sua iniziativa e si faceva trasportare dalla corrente. Prima si infilò nel letto di Lucas; tutti i nuovi ragazzi senza mezzi passavano la sua ispezione. I veri finocchi resistevano qualche tempo, poi Lucas pescava carne fresca ed il letto aveva un nuovo inquilino. Gli altri non davano grande importanza all’accaduto, era solo esperienza che fregava niente a nessuno. Poi Johnny scopò la biondona norvegese e questo era abbastanza strano. Lucas fece fuoco e fiamme ma fu lui la vittima questa volta e se ne andò da Shanghai. Anche questo era strano. Pensavo che Lucas fosse sufficientemente duro ed invece mollò subito. Sul mio libro nero misi un punto interrogativo accanto al nome di Johnny, quel tipo strano andava tenuto d’occhio. Sapete già la storia. Poi l’incontro con Geronimus, la Band, i concerti, la droga etc. etc. Johnny diventava molto più interessante, la droga era affar mio e a quanto si diceva in giro, Johnny ne aveva in quantità e di tipo speciale, una vera bomba atomica. Non mi riuscì di scoprire il fornitore, Johnny infatti non bazzicava nessuno degli spacciatori in zona o fuori zona. E non fu possibile nemmeno collegarlo a qualche grossista. Poi scoprii qualcosa di strano. Di notte frequentava antichi cimiteri e di giorno certi negozietti che vendevano schifezze per maghi e ciarlatani. Strapazzai qualcuno di quei bottegai e racimolai qualche notizia promettente. L’amico comprava erbe rare, oli inconsueti, estratti singolari e polveri d’origine disgustosa. E dopo il suo passaggio nei cimiteri, certe tombe vecchissime risultavano profanate. Johnny era troppo furbo per farsi sorprendere e tutto quello che si procurava, preso singolarmente, poteva tutt’al più procurare il mal di pancia. Io ero sicuro però che ne tirava fuori la droga per i suoi amici. Prima che potessi rimediare uno straccio di prova, la Band si autodistrusse e Johnny mi scivolò di mano. Non mollai. io non mollo mai la preda. L’attesa non fu lunga, intorno a Johnny si formò un gruppo di mentecatti, balordi che si vestivano di tonache nere ed adoravano dei chiamati Grandi Antichi. Culti strani erano già nati a Shanghai, roba innocua sparita con la stessa velocità con sui era nata, fasulla insomma. Di solito cercavano di fare proseliti e blateravano di pace universale, fratellanza, amore, non violenza. Le solite scemenze. I Neri invece erano un gruppo chiuso che non ammetteva estranei, se non dopo una serie di esami e prove di cui non si riusciva a sapere nulla. Avevano preso possesso del Palace ed ogni tanto si udivano canti in una strana lingua gorgogliante, accompagnata dall’onnipresente flauto stonato e da un monotono rullare di tamburi dal suono ripugnante. Cominciarono a manifestarsi casi di follia fra i residenti di Shanghai, molti fuggirono terrorizzati dagli incubi che li tormentavano da quando i Neri avevano iniziato la loro attività e furono denunciate le scomparse di alcuni ragazzi. Cosa del resto quasi normale fra le famiglie disgraziate di Shanghai. Tutto questo era interessante, ma valeva quanto uno zero contro Johnny ed il suo Tempio Tenebroso. Finalmente successe quel che aspettavo, un loro passo falso. Tutte le sere andavo a rovistare nei rifiuti del Palace, normale routine investigativa quando stai addosso a qualcuno. Capita spesso di trovare qualcosa che ti aiuta ad inchiodare il sospetto. Quella volta trovai molto di più. Due dita di una mano e ossa bruciacchiate, ossa umane come la mano. Una conferma delle voci che parlavano di sacrifici umani nel corso dei riti delTempio Tenebroso. Un’ora dopo avevo a disposizione una decina di uomini e un mandato di perquisizione in tasca. Sapete tutti come finì. Fecero resistenza, qualche imbecille cominciò a sparare ed i Neri da fanatici quali erano non trovarono di meglio che fare un falò del Palace con tutti noi e loro dentro. Bene, io mi ero allontanato dal centro del casino per cercare Johnny che non era con i suoi seguaci. Lo scovai sulla grande terrazza alla sommità del Palace ma fu lui ad avere il vantaggio della sorpresa. Aveva un fisico poco atletico ma una forza incredibile e non gli ci volle molto ad immobilizzarmi. Assistetti impotente alla scena finale, con Johnny protagonista e qualcos’altro da lui chiamato. Non so bene cosa vidi, di certo non apparteneva ai miei amici. Né a qualunque altra cosa che conoscessi. Al centro della terrazza, circondato dalle fiamme, alzò le braccia alle stelle e urlò con voce gorgogliante:
«N’gai, n’gha’ ghaa, bugg-shoggog, y’hah: Yog-Sothoth, Yog-Sothoth» «Ygnaiih, ygnaiih, thflthkh’ngha Yog-Sothoth» «Y’bthnk h’ehye-n’grkdl’lh» «Eh-y-ya-ya-yahaah - e’yayayaaaa ngh’aaaa ngh’h’yuh h’yuh»[1]
La notte sembrò raggrinzirsi e lacerarsi, un varco si formò fra le stelle ed una tenebra informe e gibbosa ne uscì pulsando oscenamente. Johnny venne a me con una siringa gocciolante. «Acchiappatopi, sei giunto troppo tardi. Mio padre ha finalmente risposto al richiamo ed il mio destino è scritto per sempre nell’Oscurità dove nessuna Luce può penetrare a cancellarlo. Ora ti inietterò una droga antichissima che ho trovato nei miei vecchi libri. Nemmeno io so che effetto avrà, di sicuro non sarà piacevole.» Mi iniettò il liquido nel collo, alla base del cervelletto e tornò al centro della terrazza ad urlare nuovamente i suo richiamo. Non ricordo altro. Ripresi conoscenza nella stanza d’ospedale, dopo che un elicottero della polizia era riuscito a raggiungermi appena prima delle fiamme. Nessuna traccia di Johnny e tutti i suoi accoliti morti. Non fu la Polizia ad ucciderli, si erano tutti suicidati, avvelenandosi con una droga senza antidoto, ad effetto ritardato. Anche se qualcuno fu colpito dai nostri proiettili era comunque un cadavere ambulante. Questo è tutto. Dovetti passare sei mesi in ospedale per gli effetti di quella maledetta droga e Johnny Freddo è sparito nel nulla. Dicono che sia bruciato nell’incendio del Palace, ma io non lo credo ed ho ricominciato la caccia. Io non mollo mai la preda.
La pioggia è diventata temporale e rivoli d’acqua e fango scivolano dentro il Paradise dalla porta e dalle fessure, insieme al freddo e all’umidità. La stufa manda l’ultimo tepore, non c’è più niente da bruciare tranne il bar stesso e un silenzio di tomba ha seguito i nostri racconti. Ci guardiamo a disagio, il senso di attesa è così forte da poterlo afferrare con le mani: Johnny Freddo non è mai stato tanto vivo. In un modo o nell’altro è entrato nelle nostre vite e non le ha mai lasciate del tutto. Lui conosce le domande e le risposte, noi non sappiamo nemmeno quali questioni porre. In più i tre saturniani si aspettano qualcosa da me e hanno ragione, dopotutto sono io che ho organizzato la festa e devo loro qualcosa. Cristo santo, mi scoppia la testa! Da quando mi sono risvegliato all’ospedale il dolore non mi ha più lasciato e penso che impazzirò presto. Deve essere stata la maledetta droga di Johnny. Ogni giorno che passa mi sento sempre più strano ed il dolore si fa strada sempre più in profondità nel cervello. Lucas mi guarda spaventato. Lui è il migliore del gruppo, l’unico che non si è arreso a Johnny, sconfitto ma non vinto come gli altri due. Bravo Lucas che mi fissa spaventato. «Acchiappatopi - mi fa - Ma non ti avevano rinchiuso nel manicomio di Malpiano? L’avevo dimenticato, ma ora rammento...Tu sei pazzo! Come hai fatto ad uscire e cosa vuoi da noi?» È vero, dicono che sono pazzo. Per via di quella droga che continua a divorarmi il cervello. Ma che ne sanno loro? Che ne sa Lucas del pigolio di flauto stonato che incessantemente echeggia nella mia testa, accompagnato dal monotono rullare di tamburi blasfemi, delle ombre immense e goffe che danzano oscene nei miei incubi notturni, del disfacimento di tutto ciò che mi circonda mano a mano che la droga corrompe la mia mente. Non sopporto più la luce, solo nell’oscurità i miei occhi ed i miei sensi trovano sollievo, solo nella Tenebra benedetta la mia anima riesce a lenire le sue piaghe! Osservate Lucas: mi guarda come se fossi un disgraziato, un essere inferiore, qualcosa da cui fuggire con orrore. Ma chi è Lucas? Uno che rimorchiava i bei ragazzi di Shanghai, uno che pulisce i cessi pubblici e che si riempie la testa di stronzate trovate sui libri invece di affrontare la vita. Lo afferro alla gola e stringo forte. Sono grande e grosso e lui è piccolo e tenero come un uccellino. Vedo il terrore nei suoi occhi, sento le sue arterie pulsare impazzite e il suo sangue scorrere tumultuoso, i suoi polmoni pompano inutilmente cercando un poco d’aria, la sua vita se ne va come un fiume in piena che lascia desolazione e rovina dietro di sé. Un ultimo spasimo eccitante e Lucas rovescia gli occhi e si affloscia. Gli ho preso la vita, il suo debito con Johnny è pagato. Nyarlatothep, Yog-Sothoth, Sub-Niggurath, Azathot, Hastur, Cthulhu, questi nomi insensati risuonano nella mia mente corrosa. Non so chi siano ma credo di riconoscerli nelle assurde divinità che emanano dalle pagine del Necronomicon, il libro nefasto che Johnny leggeva continuamente. Sono gli dei del Caos, lo stesso che ribolle dentro di me. Sono i miei dei, io sono il loro servitore. Frantisek piange raggomitolato e trema. Inutile, ecco la definizione per lui. Sua Inutilità vorrebbe magari fuggire, ma è troppo debole e spaventato. Prendo la pistola che ho tolto a quella stupida guardia che voleva fermarmi quando sono fuggito dal manicomio e sparo all’inutile Frantisek. La sua testa scoppia come un melone maturo e schizza sangue e cervello per tutta la stanza Perché questo, perché quello. Non chiedetemi perché l’ho ammazzato, sono stufo di dare spiegazioni.. Mi era sembrata una buona idea, ecco tutto. Fiona cerca di scappare, lenta e goffa per il grasso e l’alcool ingurgitato. La faccio arrivare fino alla porta e poi sparo anche a lei. Il suo corpo sfatto si lascia andare e mescola feci, sangue e vomito prima di crepare. Ora che tutto è compiuto devo raggiungere Johnny e non so dove trovarlo. È venuto a cercarmi in manicomio, ha aperto le porte della mia prigione e mi ha dato la forza di compiere il suo volere. Poi mi ha abbandonato. Come ha abbandonato Lucas, Frantisek e Fiona. Nemmeno ricordo chi siano costoro, spettri di nomi senza significato. Sono solo, in un deserto di sangue e morte.I flauti stonati, i tamburi dal suono osceno sono sempre più vicini. Devo cercare Johnny, solo questo ricordo di tutte le mie vite passate. E che sono l’Acchiappatopi. Devo assolutamente trovare Johnny Freddo. Perché l’Acchiappatopi è uno che non molla la preda. Mai.
[1] Dal racconto "L'orrore di Dunwich" di H. P. Lovecraft
(copyright by Pierluigi Della Minola)
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