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ABRAXAS scritto da Niccolò Basilico
Un
buco nero, una singolarità. Le anomalie fisiche della gravitazione, che
qualcuno aveva riunito sotto il nome di 'demone sultano', generarono un dio:
Abraxas. E immediatamente fu come se fosse sempre esistito, infinito, precedente
al tempo. L’eterno ritorno delle particelle elementari fu interrotto e il dio
prese posto nel vuoto. Nella contemplazione del proprio pensiero di pensiero,
Abraxas concepì la luce. Un
raggio accecante invase la tranquilla cittadina di Saclà, dove morirono in
settantaquattro, a causa dell’evento miracoloso. Una coppia, che copulava,
ricevette in pieno il miracoloso dono. Otto litri del loro sangue imbrattarono
le pareti della stanza del motel. La stanza rimase sigillata dall’interno per
ventiquattro anni. Un
giorno di primavera, la porta della stanza 23 del motel si spalancò. Il muro
esplose, sparando migliaia di minuscoli frammenti nel corpo della ragazza che
passava a pochi metri. La ragazza si afflosciò a terra e i suoi occhi non
fecero in tempo ad assistere all’evento più incredibile della sua vita,
ancora migliore di quando aveva spiato il fratello che si accoppiava con una
capra, nel recinto dei vicini. Una
figura maestosa, con una veste di candido bianco era immobile al centro della
voragine. I capelli dell’uomo erano lunghi e splendidi, gli occhi sereni come
una pozza di pioggia in un giorno di primavera. Le
due donne che si trovavano poco distanti si inchinarono, alla vista di tanta
nobiltà. L’uomo che le accompagnava cercò di strattonarle per tirarle in
piedi, imprecando. Il
messia fece comparire improvvisamente, tra le mani, una doppietta a canne mozze,
e la brandì nella direzione del miscredente. Una detonazione nel silenzio, e la
testa dell’uomo si sparpagliò in piccoli frammenti gelatinosi, per almeno una
ventina di metri intorno al corpo. “Liberate
dalle vesti, giungete a me.” Le
donne non se lo fecero ripetere. Si strapparono a vicenda le camicette. Quella
più piccola prese a tirare la gonna della compagna, mentre l’altra scalciava
forsennatamente. Erano insanguinate e ricoperte di polvere, quando si
prostrarono ai piedi del messia, con indosso solamente un paio di mutande. Una
delle due piangeva sangue, mentre leccava i piedi del messia, che aveva le dita
belle come quelle delle statue di marmo. “Da
oggi sarete come rinate.” Alzò
il braccio e puntò il medio sulla fronte di quella che era ai suoi piedi. “Tu
sarai Sophia, la mia prediletta.” Le
alzò il viso e la baciò sulla bocca. Poi, con l’altra mano, le asciugò le
lacrime, lasciandole delle strisce rossastre. L’appoggiò
a terra e Sophia riprese a succhiargli le dita. L’altra
ragazza era spaventata, e respirava affannosamente. Il messia la afferrò per
mano e l’avvicinò a sé. Le abbassò le mutande e, con due dita, prese a
manipolarle la vagina. La ragazza avvertì dapprima piacere, poi un dolore breve
ma intenso. “Tu
sarai Chnufis, il flagello dell’umanità. Il tuo ventre pregno sarà lo
specchio della dissoluzione.” I
genitali di Chnufis erano creta sotto le dita del messia; assomigliavano a un
nido d’insetti. La
sera videro in molti una figura che volteggiava sopra il terreno. Era come una
chiazza bianca nel cielo. “Uomini
che pestate il suolo con i piedi, la mia parola è veleno alle vostre
orecchie.” Qualcuno
si mise a ridere nervosamente. Le
due donne che avanzavano sotto la figura erano uno spettacolo. Nude, con uno
strato di fango essiccato che ne ricopriva la pelle, i loro occhi che
risplendevano, nella contemplazione della verità accecante. Un
ubriaco cercò di avvicinarsi a Sophia, ma fu abbattuto dai colpi di fucile del
messia. La gente cominciò ad urlare e spingersi. Altri colpi risuonarono in
mezzo alla folla. “Stolti,
non è una festa questa, un bivacco di quelli cui siete abituati. Questo è un
mattatoio e io sono qui per voi.” Sophia
attaccò un canto. Dalla
folla qualcuno rispose al fuoco. Un uomo corpulento estrasse la sua pistola, da
sotto la giacca. I suoi colpi si persero nel buio, poi una fucilata gli portò
via mezza faccia, e l’uomo piombò a terra con un tonfo. Il messia si fermò,
e rimase sospeso come un fantasma. Delle donne si staccarono dalla folla, e si
avvicinarono caute a Sophia e Chnufis, slacciandosi le gonne e abbandonandole ai
loro piedi. “Mangiate,
mie dilette.” Alcune
tra quelle che erano già nude, si piegarono sui corpi che erano stati investiti
dal potere del verbo del fucile. Si portavano alla bocca gli arti inermi e ne
trassero brandelli, strappandoseli di bocca l’una con l’altra. Gli uomini,
che erano tornati indietro, trovarono le loro compagne immerse in un’orgia di
cannibalismo. Il fucile del messia li colse alla sprovvista. Qualcuno riuscì a
fuggire ma in molti caddero, falciati mentre inciampavano nei corpi di quelli già
caduti. Due
donne accesero un falò e il banchetto proseguì fino alle prime luci del
mattino. L’intera
città era stata saccheggiata, i corpi bruciati o divorati, in un vortice di
fumo e grasso che inondava le strade. Il messia guardò sotto di sé
soddisfatto. I fedeli che aveva raccolto erano due dozzine, e tutti di sesso
femminile. Stavano in cerchio, e cantavano nenie che non si erano mai sentite
prima, in nessuna città del mondo. Discese in mezzo a loro e subito lo
circondarono con le loro braccia imbrattate. Avevano banchettato a sazietà,
soprattutto Chnufis che, con il suo ventre già gravido, aveva necessità di
nutrirsi in misura maggiore. Tra le cosce le colava un liquame nero, segno che
presto il flagello sarebbe venuto al mondo. Il
messia prese due discepole per mano e le condusse con sé. La sua onniscienza
andava e veniva, a sprazzi, e aveva bisogno delle donne per afferrare il senso
delle visioni. Accarezzando i loro ventri riusciva a sintonizzare la percezione
divina latente. Erano come trasmissioni disturbate, trasmissioni del Padre che
lo aveva portato all’esistenza, ingenerato, con un unico raggio di luce. Nato
nel corpo morto di una donna mortale, si era nutrito per anni della carne del
compagno della donna, e di parte di lei. Suoi unici compagni per quei lunghi
anni furono gli insetti e i rospi, che dimoravano sotto il letto. Il sangue
secco dei genitori aveva disegnato sulle pareti della stanza il volto terribile
e bellissimo del Padre, Abraxas, che gli parlava in una lingua sconosciuta, ma
piacevole all’ascolto. Dall’utero impazzito della madre percepiva il mondo
che lo circondava, quello materiale, commisto a quello divino. Una
volta cresciuto si era distaccato dal ventre mummificato della madre, e si era
avvicinato al fucile del padre carnale. Era appoggiato vicino al letto,
parzialmente incrostato di sangue. Ci aveva giocato insieme per anni,
infilandoselo in ogni orifizio del corpo, affinché il corpo potesse conoscerlo.
I suoi orifizi non avevano la stessa funzione di quelli umani, in particolare di
quelli sessuali e alimentari. Attraverso di loro, il messia poteva incorporare
qualsiasi cosa e conoscerla, impararla dall’interno. Era in grado di generare
fucili a canne, in tutto e per tutto identici a quello del padre carnale,
arrivando ad eguagliarlo a livello molecolare. Quegli stupidi umani pensavano
che non potessero esistere due soli atomi identici in tutto l’universo. Lui
era in grado di generare dal nulla della materia. Abraxas, suo padre, era il
Padre della materia, Lui che dalla non esistenza era passato all’esistenza. Il
messia era il perfetto connubio tra materia organica e forma perfetta
dell’eterno. Il
detonare d’alcuni colpi d’arma da fuoco lo riportò alla realtà,
strappandolo ai suoi pensieri. Le donne, che erano intente a copulare tra loro,
sciolsero i loro abbracci e si girarono a guardare nella stessa direzione. Degli
uomini organizzati avanzavano verso di loro. Il
messia si pose sopra le teste delle discepole, con la veste che sbatteva come
una frusta. Dal cielo si formò una pioggia di fuoco, che discese implacabile
sull’esercito dei mortali. Il silenzio si trasformò in un unico lamento
lacerante, formato da mille gole che vomitavano la vita fuori del corpo. Il
messia fu invitato dai capi di stato a partecipare a un pranzo ufficiale.
Attraversò la capitale, seguito da un codazzo di donne, un fiume di corpi nudi
ed esultanti. La città era parzialmente in rovina, devastata dagli eserciti e
dalle pestilenze. Nell’aria volteggiavano le ceneri di quelli che non avevano
creduto nel messia. Con quelle ceneri veniva impastato il cemento per edificare
le cattedrali del culto di Abraxas. Sorgevano numerose come funghi su di una
corteccia marcita, nere e imponenti. Giunse
infine in prossimità del ristorante. La
folla che lo seguiva si bloccò. Il messia ritornò ad avvicinarsi al terreno.
La terra divora la vita dei mortali, succhiandogliela attraverso la pianta dei
piedi. Gli stolti erano talmente tronfi da non essersene resi conto. Anche
quando sembrava che il messia poggiasse i piedi al suolo, non lo faceva. Entrò
attraverso la porta a vetri, i quali si infransero subito dopo il suo passaggio. I
pezzi grossi lo aspettavano in piedi, attorno all’unica tavolata presente
nell’ampio locale. Attesero che il messia si sedesse, ma egli rimase in piedi,
davanti alle portate, senza mai abbassare lo sguardo. Sulla tavola imbandita
erano disposti corpi di fanciulli cotti secondo le ricette più raffinate. “Maestro,
noi vorremmo che...” Il
messia non girò la testa verso il funzionario che gli aveva rivolto la parola.
Prese invece a volteggiare sulla tavola, fissando uno degli ambasciatori. L’uomo
rimase immobile, una vena nella tempia che gli pulsava come un piccolo cuore
impazzito. Una fiammata si alzò dal posto in cui si trovava l’uomo, le cui
carni bruciate piombarono a terra. “Mi
presentate carne di innocenti, e io non accetto che questa.” Declamò
indicando il corpo carbonizzato. I
presenti sussultarono nell’udire la voce profonda e tranquilla del messia, la
prima volta che parlava loro. “Noi
vorremmo conoscere le vostre intenzioni.” Il
messia cominciò a sbocconcellare la carne annerita, che aveva raccolto da
terra. Si era seduto e non prestava attenzione a ciò che lo circondava. Entrò,
in quel mentre, la favorita del maestro, Sophia, recando con sé un libro
finemente decorato. Si accomodò al
posto che era stato assegnato al maestro e sorrise. Gli uomini rivolsero a lei
la loro attenzione. Uno di loro si alzò e si avvicinò a Sophia. Mise una mano
nella giacca e ne estrasse una colomba. Lanciò un grido, quando si accorse di
quello che stringeva tra le mani. “L’arma
è stata modificata dal padrone della materia.” Sophia
aveva parlato con il tono che si usa di solito con i bambini. I seni le
ballonzolarono, evidenziando le decorazioni sui capezzoli, ma gli uomini che
sedevano a quella tavola erano troppo terrorizzati per eccitarsi di fronte a
tanta bellezza. La
colomba si liberò dalla stretta dell’uomo e volò per la stanza, per andare a
posarsi sulla spalla sinistra del messia. I capelli del maestro si spostarono
lievemente, come foglie autunnali, quando le zampe della colomba si appoggiarono
alla sua veste. Tra le sue dita la tibia dell’ambasciatore era quasi
completamente spolpata. “In
principio il nulla si specchiava nelle nere acque...,” declamò Sophia,
leggendo dal libro. Uno dei funzionari si mise a piangere e, arrossendo, cercò
di pulirsi il viso con il tovagliolo. Il maestro non alzò gli occhi dal piatto. Uno
dei fanciulli arrostiti si alzò improvvisamente in piedi, causando il panico
tra i presenti. Cominciò a mimare una danza, calpestando i piatti e infrangendo
i bicchieri. Un dignitario cadde a terra e cercò riparo sotto il tavolo. Il
fanciullo smise di danzare e, dopo un pausa in cui rimase immobile, saltò giù
dal tavolo e si piegò sulle ginocchia per cercare il codardo. Tutti
gli altri trattennero il respiro. Sophia interruppe la lettura. Il messia
continuava a rosicchiare le ossa. Dopo
qualche istante si udì un gemere sommesso, e poi delle urla. Le urla
continuarono per un certo tempo, interrompendosi all’improvviso. I funzionari
sudavano copiosamente, e non muovevano un muscolo, paralizzati sulla sedia come
insetti infilzati da uno spillone invisibile. Il ragazzo uscì da sotto la
tavola, la pelle nera che perdeva brandelli bruciacchiati. Ritornò sul tavolo e
si sedette, passando con lo sguardo da una persona all’altra. Gli occhi erano
l’unico bianco in mezzo a tutto quel nero. Sophia
riprese la lettura. Il
messia continuava a rosicchiare, soddisfatto. Era
già difficile tenere il conto del numero di città cadute sotto il suo giogo.
Ora disponeva delle stazioni radio e televisive di buona parte del pianeta. La
propaganda religiosa era l’unico programma possibile su qualsiasi canale, con
la voce di Sophia che rimbalzava da un satellite all’altro, comprensibile a
tutte le razze. Milioni di donne marciavano per le città, nude e imbrattate di
sangue, pronte a ricevere il seme di una nuova razza. I governi ancora liberi
avevano tentato di nuclearizzare il messia, senza successo. Gli ordigni erano
inutilizzabili, e molti esplodevano immediatamente al solo tentativo di lancio. Il
messia rimase nella attesa di un segno del Padre. Il
segno non giunse, per il momento. Un
giorno una carcassa enorme, che un tempo era Abraxas, passò davanti al sole. Il
Padre era morto, e il messia rimase turbato. Furono inviate navicelle ad
esaminarne il cadavere, e tornarono cariche di carne divina. La carne venne
distribuita a tutti i fedeli, che ne mangiarono e ne godettero i benefici. Il
messia ne mangiò, ma la preoccupazione non cessava di tormentarlo. Stava
perdendo i suoi poteri. Presto sarebbe diventato un mortale come gli altri.
Sophia gli si avvicinò. “Nuvole
di preoccupazione offuscano i tuoi occhi, mio signore, così come il corpo di
tuo padre offusca la luce del sole.” Il
messia sedeva su di una semplice panca, invece di stare sul trono. Rughe
profonde ne segnavano il viso, come tracce di carovane che migrano nel deserto.
Alzò una mano per accarezzare i capelli di Sophia, che erano la seta più
preziosa del mondo. Poi
impugnò un fucile e le sparò nel viso. Il corpo di lei si afflosciò come una
marionetta cui si taglino i fili. Il messia pianse. Per la prima volta conobbe
il dolore. Le
sue lacrime bruciarono il pavimento, e lunghe e sottili volute di fumo si
alzarono alte sino al soffitto, che si perdeva nel buio sovrastante.
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