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A CASA scritto da Antonio Dell'Agli
Quando il treno si fermò nella stazione di Sessa Aurunca il cuore iniziò a battere più in fretta. Scendemmo in molti. Il baccano che facevano tutti quelli rimasti sui vagoni, ammassati a centinaia, non mi diede la possibilità di sentire i saluti che i compagni di trincea mi stavano rivolgendo. Poi con uno sbuffo svogliato il vecchio locomotore ripartì e si allontanò lentamente, trasportandoli verso le loro case, verso le loro famiglie. Verso una pace sognata tante notti, in una fossa scavata nella terra fredda e sporca di sangue o fra le mura di uno di quegli orrori di cui tutta la razza umana porterà per sempre una macchia indelebile nella propria coscienza. Mi guardai intorno, alcuni ragazzi stavano già ricevendo le feste delle proprie famiglie accorse a riabbracciarli. Li toccavano, li baciavano, li stringevano, come fossero stati i più sacri degli angeli mandati da Dio, benedicendoli e accarezzandoli con una veemenza che rasentava la frenesia. Vicino a me una donna, grande come una mucca, affondava la faccia del figlio ritrovato, un ragazzino esile esile vestito da militare, fra i seni giganti e molli mentre stritolava con il braccio il collo del povero marito, piccolo e gracile come suo figlio. Un quadretto famigliare più comico che commovente. Da un’ altra parte un uomo alto e magro, vestito di tutto punto e con l’ espressione di un severissimo generale in pensione, elargiva pacche in quantità sulla spalla del suo ragazzo, che intanto abbracciava forte la sorella e la madre commossa. Assistendo a quelle scene, mi sentii un pò invidioso perché per me non era venuto nessuno, ma d'altronde non potevo pretendere nulla. I miei non sapevano del mio ritorno. Le linee telefoniche del mio paese e di quelli confinanti erano state spazzate via dai bombardamenti delle truppe alleate, quindi non avevo potuto avvertirli ed era ormai un anno che non avevano più notizie di me. Avrei voluto scrivere, ma quando sei prigioniero in un campo di concentramento è già molto difficile sopravvivere, figuriamoci spedire una lettera. Non appena ci liberarono feci di tutto per tornare il prima possibile. Però in quella stazione non tutti festeggiavano o abbracciavano o elargivano sonore pacche sulle spalle. C’ era anche chi attese inutilmente l’ arrivo del proprio caro e continuava ad attendere anche dopo che il treno era andato via. Figure impassibili, sorde alle grida di felicità di chi gli stava accanto. Scoraggiati e immobilizzati dal gelo sceso sulle loro vite ormai da molto tempo. Gente che si recava alla stazione ogni qual volta arrivava un treno di reduci, sperando di veder scendere il proprio figlio, fratello o marito. Mentre raccoglievo lo zaino alpino, fatto di tela ormai consumata e lercia, incrociai lo sguardo di una delle madri che ancora aspettava suo figlio. Figlio che molto probabilmente non avrebbe più rivisto (il convoglio da cui ero sceso era uno degli ultimi e a Milano di superstiti non ne arrivavano più da giorni). Con la veste scura e le braccia conserte, il capo avvolto in un fazzoletto nero, era accompagnata da un uomo magro e stanco, probabilmente suo marito, con il volto scavato e segnato dal dolore che cercava, tenendola per le spalle, di trascinarla via, sussurrandole qualche parola. Gli occhi di quella donna non erano tristi. Gonfi di lacrime e sofferenza si, ma non tristi. Erano infuriati, disperati. E guardando i miei in tono di accusa mi chiedevano dove avessi lasciato il suo bambino, perché non fosse con noi, perché io ero tornato a casa sano e salvo e lui no. Con un nodo in gola distolsi lo sguardo, fissai i miei piedi quasi vergognandomi di essere sopravvissuto, poi guardai verso la montagna dove, presso la cima, s’intravedeva il mio paese, San Carlo. L’ aria era fresca e il sole era forte e splendente. Indossai lo zaino e iniziai a camminare che l’ orologio della stazione segnava le quattro e un quarto, lasciando dietro di me gli occhi di una madre morta insieme al figlio e mille altri ricordi molto più brutti. La guerra era finita e io tornavo a casa. Poco fuori dalla stazione presi un autobus che mi portò fino a Valogno, sulla montagna. Da li proseguii a piedi per quasi tre chilometri fino al mio paese. Durante il tragitto, vedendo la terra che tanto avevo calpestato da piccolo, mi tornavano alla mente ricordi d’ infanzia, quando mio padre mi caricava sul mulo insieme agli attrezzi e mi portava in campagna con lui. Giornate di sole raggiante, sovrastate da un blu così intenso che oggi sembra leggenda, trascorse a giocare e lavorare con un uomo che era quasi anziano già prima che nascessi. Mia madre mi partorì dopo aver dato alla luce tre femmine, le mie splendide sorelle. Quel giorno mio padre mi prese tra le braccia e sollevandomi al cielo ringraziò Dio, perché, anche se all’ età di cinquanta anni, gli fu donato il primo figlio maschio. Non che egli non volesse bene alle sue tre ragazze, ma l’ amore che mi dimostrò fin dai primi giorni rivelava il desiderio che aveva sempre avuto di un erede a cui affidare il nome e quei pochi attrezzi che possedeva, affinché il nome di famiglia e le proprie tradizioni non si estinguessero. Mentre riportavo alla luce ricordi che sembravano lontanissimi, mi ritrovai alle porte del mio paese. Il sole stava scomparendo mentre una nebbia leggera cominciava a scendere dalla cima della montagna, avvolgendo le case e rendendo etereo e innaturale tutto l’ ambiente circostante. L’ abitazione dei miei non si trovava esattamente nel paese, ma poco fuori, dietro una piccola collina a ovest dei primi edifici. Imboccai la strada principale che tagliava in due il villaggio svoltai a sinistra della seconda casa e finalmente mi ritrovai di fronte al viale sterrato che portava verso la mia casa. Camminai più velocemente, la nebbia era ormai fitta e il cuore stava impazzendo nel mio petto. Per tutto il viaggio, da Norimberga a qui, la mia felicità era stata grande perché mi ero salvato dalla guerra. Le ero sopravvissuto. Ma adesso, dopo cinque gelidi e sanguinosi anni avrei riabbracciato coloro che più mi amavano. Stavo impazzendo per l’ attesa. Percorsi un centinaio di metri con passo veloce, e proprio quando stavo per intraprendere la salita della collina mi accorsi della figura accovacciata sulla sua cima, ai bordi della strada. Camminai sempre più in fretta cercando di distinguere nell’ aria opaca chi fosse quella persona, sperando di aver incrociato subito uno dei miei o qualcuno che mi conoscesse, e ad un tratto, dopo avermi notato, questi si alzò lentamente, rivelando una corporatura forte e un pò goffa. Lo riconobbi, e scoppiando in lacrime gonfiai il petto in un urlo forte e stracolmo di gioia. “Papàaaa…”. Non appena mio padre capì, iniziò a trotterellare giù per la discesa venendomi incontro. Cercai di precederlo per paura che non cadesse, ormai era vecchio e non mi sembrava molto in salute. Ci incontrammo quasi da dove era partito lui e quando ci scontrammo piangemmo abbracciati per almeno cinque minuti. Avevo dimenticato l’ odore dei vestiti di mio padre, un odore di legna appena tagliata, che mi faceva pensare alle cataste di tronchi dietro il fienile, quando da piccolo mi permetteva di aiutarlo a sistemare le scorte per l’ inverno. Un odore che impregnava l’aria intorno al camino, quando la sera, davanti al fuoco, ci raccontava le fantastiche storie che gli erano capitate da giovane o qualche racconto di streghe e lupi mannari. Con gli occhi chiusi e abbandonato a quella dolce stretta, mi sentii veramente a casa, per la prima volta, lontano anni luce dall’ orrore, protetto più che da mille fucili. Poi, mentre singhiozzava, papà prese il mio viso tra le mani e mi guardò con la stessa espressione che avevano i genitori dei miei compagni alla stazione, “Quanto ti ho aspettato figlio mio, sono stato tanto male e volevo soltanto vederti ma tu non c’ eri, e io non ce la facevo e…”, afferrai le sue mani e dissi “Papà calmati, ora sono qui, sono tornato. Come stai ora?” mio padre si calmò mi sorrise e disse “ non preoccuparti, ora sto bene, sono felice. Ma tu soprattutto, hai sofferto tanto vero?”. Lo baciai sulla fronte e gli sussurrai “ Adesso è finita. Cominceremo da capo e tutto andrà avanti. Ma dimmi, ti prego, come stanno la mamma e le ragazze?”. “ Stanno tutti bene, non aver paura…” rispose lui “…hai ragione, ti devono vedere. Sei diventato un uomo ormai. Tua madre si dispera ogni volta che passa davanti la tua stanza e maledice quell’ ‘Hiller schifoso’ che ti ha portato via… ma io glielo dicevo che tornavi. L’ ho sempre detto. Vai e fatti vedere. ”. Mi spinse dolcemente con la mano “Vai avanti tu, io devo finire una cosa”. Lo fissai un po’ perplesso, poi notai una piccola lapide di legno inserita ai bordi dello sterrato e c’ erano fiori freschi ai suoi piedi, però la sua superficie era liscia, levigata, senza scritte. Era in quel punto che prima avevo visto mio padre chinato, e mentre mi avviavo verso casa, distante solo pochi metri da lì, con una certa commozione intuii che era stata fatta per me, ma che non avendo la certezza della mia morte i miei genitori non vi avevano scritto nulla, aspettando per farlo una prossima e dolorosa conferma. Mentre concludevo le mie ipotesi arrivai all’ uscio di casa. Senza bussare aprii la porta che affacciava direttamente sul salone e mi trovai immediatamente davanti al resto della mia famiglia. Mia madre sedeva, come al solito, sulla poltrona di legno davanti al camino, ai suoi piedi vi era un bambino che giocava, mio nipote, il figlio di Maria la seconda delle mie sorelle; seduti attorno a lei, dandomi le spalle c’ erano Maria, suo marito e Rosanna, la donna più giovane di casa. Mamma fu la prima che mi vide, spalancò talmente gli occhi che pensavo gli cascassero. Con uno scatto fulmineo, si alzò, scavalcò il bambino ai suoi piedi e prima che riuscissi a dire ‘calmati’ mi travolse in una stretta micidiale, scaraventandomi alla parete alle mie spalle. Quando gli altri si resero conto di cosa accadeva, io e mia madre eravamo persi nelle nostre lacrime e nei nostri baci. Subito si unirono a noi. Quando riuscii a riprendere fiato cominciai a raccontare le mie storie, la vita in trincea, gli amici caduti, il campo di concentramento, ma a un certo punto, non vedendo rientrare mio padre, mi preoccupai un po’ quindi chiesi “Ma perché papà non rientra?”. La mamma abbassò lo sguardo in un’ espressione affranta e mia sorella Rosanna prese la mia mano fra le sue. “Vedi caro, quando non ricevemmo più tue notizie ci preoccupammo tantissimo e nostro padre si ammalò…” la interruppi subito “Si lo so me lo ha detto prima, a maggior ragione se non sta molto bene non vedo perché debba rimanere fuori casa”. Mi guardarono tutti preoccupati, “quando prima?” chiese mia sorella, “poco fa” dissi io, “l’ ho incontrato sulla collina, accanto alla lapide che avete messo per me…” non potei continuare. I volti dei miei parenti erano terrorizzati. Mamma iniziò a tremare mentre mio cognato prese suo figlio e se lo strinse al petto. Rosanna, anch’essa tremante e pallida, lasciò la mia mano di scatto e disse “ Fratello mio, nostro padre è morto quasi un anno fa!”. Le parole che udii mi suonarono estranee, quasi dette in un'altra lingua. Con l’ angoscia nel petto, che ora sostituiva la gioia di esser tornato, dissi “ Che cosa stai dicendo?…i-io l’ ho v-visto poco fa…”. “Si ammalò per il dispiacere” iniziò mia sorella singhiozzando, “Temevamo tutti che tu fossi morto, ma lui non si rassegnava. Stava quasi tutto il giorno seduto per terra, sulla collinetta, per vederti arrivare da lontano, diceva lui. L’ abbiamo seppellito lassù, come ci chiese in punto di morte.” Non poteva essere vero, io gli avevo parlato, l’ avevo toccato, avevo persino sentito il suo odore. Schizzai verso la porta, la spalancai e corsi fuori verso la lapide. Il crepuscolo era rinforzato dalla nebbia quindi non si vedeva bene, ma vicino la lapide sembrava non ci fosse più nessuno. Quando la raggiunsi scoppiai a piangere, conscio della verità, consapevole dell’ amore eterno di un padre che sia in vita che in morte amò suo figlio oltre il naturale. Sulla lapide a cui mi abbandonai abbracciato e che prima era levigata e intatta, trovai la scritta incisa a fuoco nel legno: ‘ORA RIPOSO FELICE’.
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