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L'ACCHIAPPASOGNI E’
difficile parlare dell’ultima fatica del Re cercando di essere obbiettivi,
senza pensare alle splendide ore che i suoi romanzi precedenti ci hanno
regalato. Ero solito difenderlo contro gli attacchi da parte di certo fandom
nostrano, che vedeva nel suo work in progress una notevole ed insanabile
frattura databile dall’uscita di It in poi. Ho sempre guardato a King
non solo come ad un maestro del terrore, ma anche come ad un grande della
letteratura americana tout court, un autore la cui lettura è imprescindibile
per chiunque voglia comprendere a fondo la gente comune, la vita quotidiana che
si svolgeva negli USA di fine millennio. Costantemente in bilico fra scelte
autoriali e asservimento alle leggi del mercato, il nostro non è nuovo a
clamorosi flop, il più drammatico dei quali era, fino a poco tempo fa,
l’imbarazzante Insomnia. Entra
in scena il famigerato incidente, la convalescenza in ospedale, la crisi e
l’ammissione pubblica d’abuso e dipendenza da alcool e droghe. Viene
pubblicato On writing, un’autobiografia tanto interessante per alcune
descrizioni della propria vita quanto sconsolante per la qualità dei consigli
dati agli scrittori esordienti, alquanto banali e generali. Ed
ora questo Acchiappasogni. Immaginate
un’invasione aliena, un disco volante in un bosco del Maine, un’aggressione
sottoforma di spore o funghi, che alterano corpo e mente… Come dite? Sembra Tommyknockers?
Sarà un caso. Ci sono alcuni amici che si ritrovano per una partita di caccia,
compagni fin dall’infanzia, durante la quale avevano condiviso grandi
emozioni, visto dei cadaveri ed aiutato una bimba scomparsa da casa. Cosa?
Somiglia ad It e a Stand by me? Sicuramente una coincidenza. I
protagonisti in questione, in particolar modo il ragazzo down che conoscevano
quando erano ancora bambini a Derry, condividono una sorta di empatia/telepatia,
ora potenziata dagli effetti delle spore. Già da piccoli alcuni di loro vedevano
la riga, un’espressione che indica precognizione o poteri esp generici…
Si potrebbe quasi affermare che hanno la luccicanza, no? Come
in Shining… Uno dei personaggi principali è reduce da un
tremendo incidente, investito da un’auto. Ampie descrizioni di degenza, dolore
e delle diverse reazioni del corpo. Un altro di loro ha gravi problemi con
l’alcool… Non vi paiono elementi fortemente autobiografici?! Scusate?
Ah, vi sembra di cominciare ad intravedere un trend? Bene, allora non sono il
solo a sospettare qualcosa.
King, probabilmente a corto di idee, ma obbligato a sfornare il suo
romanzo annuale, questa volta ci propina una serie di rielaborazioni
di sue vecchie storie, condendo il tutto con un pizzico della sua
personale sofferenza. Aggiungete alla ricetta le ormai abusate nozioni kinghiane
della fanciullezza quale età dell’oro con connotati magici ed otterrete
qualcosa di molto vicino a questa sua ultima fatica.
Il
libro è stato salutato da ottime recensioni sulla quasi totalità dei
quotidiani e settimanali nazionali (non possiamo fare a meno di complimentarci
con il potente ufficio stampa della Sperling & Kupfer…), che hanno parlato
di un King lucidissimo nel raccontare gli americani ed il loro mondo interiore,
di un “punto di mediazione perfetto tra narrativa fantastica e letteratura
mainstream”.
Noi appassionati kinghiani, che da anni andiamo gridando la sua
superiorità nei riguardi di molti altri scrittori nordamericani, non possiamo
che provare sconcerto di fronte ad un romanzo mediocre come quest’ultimo. La
narrazione della vicenda si svolge secondo i consueti schemi dell’autore con
l’intreccio principale (riguardante l’invasione aliena, l’esercito che la
combatte ed il gruppo d’amici preso in mezzo) che si alterna a flashback ed
introspezioni sul passato dei protagonisti. I personaggi sono delineati in modo
grezzo e sono alquanto stereotipati,
con psicologie scarsamente approfondite. Data la considerevole mole del
lavoro (quasi settecento pagine) ci potevamo aspettare una maggiore definizione
in questo senso. Gli avvenimenti in sé sono poco interessanti e l’intera
azione poteva essere contenuta entro la soglia delle duecento pagine. Il corpo
con le sue sofferenze/trasformazioni, elemento centrale di quest’opera, non
viene affrontato in modo originale o singolare e siamo distanti anni luce dalla
trattazione che ne può dare un Cronenberg o un Clive Barker. King si limita ad
una continua carrellata sulle varie tipologie di dolore accompagnate da una
vasta pletora d’emissioni corporali che, se divertono le prime volte, alla
lunga stancano. Deludente anche l’analisi del tema dell’infanzia, che nulla
aggiunge a quanto già avevamo appreso dai precedenti lavori, mentre risulta
insopportabile il ragazzo down descritto dal re dell’orrore (forse ora non
gradisce più essere chiamato così). Ci troviamo di fronte alla classica figura
dell’handicappato mentale sensibile, buono e simpatico, privo di difetti e
dotato di una particolare visione del mondo. Siamo sinceramente stufi di questo
cliché che ci viene continuamente propinato da film e libri: chi vi scrive ha
avuto molte occasioni di stare a contatto con persone affette da sindrome di
down e può assicurare che esse in realtà sono molto simili alle persone
“normali” con i loro pregi e difetti, spesso irascibili e, perché no,
cattive. Ma, evidentemente, King avrà condotto valide ricerche sul campo e avrà
dedotto che il down medio è
una sorta di genio ultrasensibile superbuono. Pazienza. Questa volta
nemmeno il malvagio di turno riesce a salvarsi dalla trappola dello stereotipo,
un militare monomaniaco totalmente votato alla sua causa, privo delle
sfaccettature che lo scrittore del Maine è solito tratteggiare. Una
considerazione a parte merita il cambio di traduttore: Dobner ci aveva abituati
ad ottime prove, sebbene molto personali e, forse, è proprio questo aspetto che
manca a Maria Teresa Marengo. Dopo un inizio stentato, impacciato, prende
velocemente quota e ritmo adattandosi allo stile del Maestro, fornendo
un’interpretazione magari priva di coloriture ma fluida e sostanzialmente
irreprensibile. Il problema con questo romanzo è la totale assenza di diversi livelli di lettura: tolto l’intreccio, sotto la superficie delle parole non si agita nessun concetto, nessuna metafora o elaborazione di vario tipo. La sfida per il Re era evidentemente quella di affrontare un soggetto ormai logoro come quello dell’invasione aliena e cavarci fuori uno spunto originale, cosa che purtroppo non accade. I cattivi ci invadono, noi resistiamo allo stremo e proprio quando sembriamo sconfitti riusciamo a respingerli… Una delle prime lezioni che ogni scrittore cerca di dare agli esordienti è quella di evitare di parlare troppo a fondo di se stessi e dei propri problemi. Carmen Covito ha consigliato in una recente intervista: “Non scrivete del vostro ombelico. In genere sono più interessanti gli ombelichi altrui.”. King ci ossessiona per 679 pagine con il suo ombelico, con l’alcoolismo, gli incidenti automobilistici e tutto quel che ne consegue, dimenticando i suoi personaggi per strada, limitandosi ad abbozzarli senza dar loro vera vita. La vicenda si spegne e inoltrandoci nella lettura non riusciamo ad appassionarci a nulla di quanto descritto. Può essere solamente un incidente nella brillante carriera del maestro di Bangor: può accadere che un evento traumatico vissuto in prima persona segni una sorta di cesura nella carriera di uno scrittore, nelle sue aspirazioni ed ispirazioni, e ci auguriamo che questo non sia ancora avvenuto nella vita di King. Più volte celebrato come grandissimo artista mainstream, King ha sempre trovato la forza della scrittura all’interno stesso del genere (qualunque esso sia) senza cercare di celebrarsi fuori dal campo del fantastico. Dovrebbe rimanere fedele a questa linea, un solidissimo artigiano del settore, senza ambizioni letterarie vane e fuorvianti. Quando questo accade, non possiamo far altro che pensare ai fallimenti di un Wes Craven quando ha provato i toni e la via della commedia d’amore, spesso tali ambizioni vengono frustrate e l’artista deve tornare a capo chino nella sua nicchia.
a cura di Elvezio Sciallis
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