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AFA scritto da Emanuele Raitano
Afa. L’afa lo avvolgeva completamente, perline di sudore si formavano sulla sua fronte corrucciata. E il climatizzatore era rotto. Svoltò a destra ed entrò nel parcheggio del Supermarket LG. Auto da tutte le parti, ogni piazzola apparentemente occupata; il sole picchiava forte anche se erano le cinque del pomeriggio. Luca si passò il dorso della mano sulla fronte, togliendo una parte del sudore che si era formato e innestò la seconda per cominciare a girare in cerca di un dannato buco dove posteggiare. Girò e rigirò per alcuni minuti e quando ci passò davanti per poco non lo vide. Era lì, tra un BMW serie 3 e un’insignificante Nissan Micra di un tremendo colore verde pastello. Era lì: un posto vacante. Ed era suo. Non fece in tempo a mettere la retro che, lo vide nello specchietto retrovisore, una Panda blu occupò il posto vuoto. Il suo posto. Chiuse gli occhi e strinse il volante tra le mani; lo artigliò tanto da sbiancare le nocche e sentire gli scricchiolii dalla dura copertura dello sterzo. Respirò dapprima affannosamente poi con più calma fino ad acquisire respiri regolari, riaprì gli occhi e guardò nuovamente nel retrovisore; dalla Panda blu era uscita un donnone di notevoli dimensioni in un orripilante vestito giallo con fiori rossi. Luca si girò a guardarla e questa gli sorrise. Seppe dentro di sé che quello era un puro sorriso di scherno, pareva dire: “Ecco idiota, sei sopra una Mercedes, e ti sei fatto fregare da questa sottospecie di donna cannone! Su una Panda! Dovresti nasconderti sotto un buon palmo di terra! Ah ah! Dal fondo della sua mente arrivò l'immagine di un interruttore. Chissà che sarebbe successo se fosse stato premuto… Riavviò il motore, che nel frattempo si era spento, ed attese che la donna cannone uscisse dal suo campo visivo. Ed attese molto, visto che l’essere dondolava paurosamente tenendo un’andatura molto, molto lenta; ma alla fine svoltò l’angolo ed entrò nel Supermarket. Innestò la retro e si andò a posizionare proprio dietro la Panda, bloccandole completamente l’uscita: chissà come si sarebbe divertita quella palla di grasso, l’avrebbe lasciata sbraitare un bel po’ prima di liberarle il passaggio. Già, ben le stava; uscì dall’auto e chiuse la portiera con uno strano sorriso che gli campeggiava sul viso e che si tenne finché le porte automatiche del supermarket non si aprirono. Innanzi a lui una bolgia infernale, il girone dei consumisti: gente dappertutto (d’altronde il parcheggio pieno presagiva questa situazione), indaffarata a girare con o senza carrelli che, quando c’erano, erano stracolmi di roba, massaie davanti agli scaffali alla ricerca del prezzo migliore, ragazzini assiepati davanti al banco dei dolci e altro, altro ancora. Cosa ci faccio qui? Si chiese. “Devo prendere l’acido”. Lo sussurrò, per paura che qualcuno lo sentisse. Acido… quale? Solforico o muriatico? Non lo ricordava. Ricordava benissimo, però, il gorgogliare con continui riflussi dello scarico della vasca, alle volte ne usciva anche un odore insopportabile. Niente meglio di un po’ d’acido per sturare e pulire le tubature. Altro che quei prodotti tanto pubblicizzati e di solito inefficaci, qui ci voleva del buon vecchio acido. Solforico? Muriatico? Decise per il solforico. Gli piaceva il nome: solforico. Anzi sssolforico. Sssss e viene via tutto. Sssss. Si mosse dalla porta ed entrò nel turbinio di clienti e carrelli, schivando gli uni e gli altri con gran maestria: evitò molte volte che carrelli della spesa incontrollati o con pazzi furiosi alla guida lo travolgessero, gli passassero sui piedi o lo colpissero nelle reni. Davanti agli scaffali delle merende e dei dolciumi una madre stava sgridando il figlio; Luca digrignò i denti, quella scena gli ricordava qualcosa successo la mattina, più precisamente in ufficio, chiuse gli occhi e tornò con la mente all’episodio successo. Stava lavorando al computer, quando il direttore lo aveva chiamato nel suo ufficio; vi era andato con l'idea che qualcosa di buono era in arrivo, ma appena lo aveva visto aveva capito che non si era minimamente avvicinato al motivo della propria convocazione. Il direttore era visibilmente contrariato." Goldini,- aveva urlato il direttore - il suo ultimo lavoro fa schifo! Questa è un’agenzia pubblicitaria! Noi viviamo di contratti e grazie a lei abbiamo già perso tre clienti! Idiota! Ma chi si crede di essere? Dove diavolo sono finite le sue idee? E come ha avuto il coraggio di proporre quei… quegli obbrobri ai clienti? Il suo lavoro è appeso ad un filo! O trova una pubblicità decente per quest’ultimo cliente o la sbatto fuori a calci! E con gran piacere!" Luca aveva abbassato gli occhi ed era uscito ferito a morte nell’orgoglio (quale?), aveva preso l’auto e aveva girato e girato, finché non si era ricordato dello scarico della vasca ed era andato al supermercato. La mamma con il bambino se n'erano andati e lui era rimasto imbambolato alcuni minuti, un carrello che lo prese in piena schiena lo fece risvegliare dalla trance. Lacrime sgorgavano furtive dai suoi occhi. L’asse di legno dentro di lui continuò a piegarsi sempre di più. Raggiunse il reparto articoli per la casa e scrutò tra gli scaffali alla ricerca della sua bottiglia d'acido. Quando la vide un sorriso gli illuminò il viso le passò sopra una mano, la accarezzò dolcemente. In estasi. Prese una bottiglia da un litro e fece per andarsene quando si bloccò di colpo, si volse e ne prese un'altra e si diresse verso la cassa; un luccichio tra gli scaffali attirò la sua attenzione, si avvicinò furtivo e vide che tra una confezione di fusilli e una di spaghetti faceva capolino la lama di un coltello, il classico coltello da macellaio, ben affilato ed appuntito. Il manico si adagiava perfettamente nel palmo della sua mano. Sul fondo dell’impugnatura un cartellino con il prezzo: 6660 lire. Lo prese senza pensarci e, ancor più contento di prima, si avviò alla cassa. Scelse la più sgombra, ma anche così c’erano una decina di persone davanti a lui, tutte con carrelli pieni oltre l’orlo. Passarono i secondi. Passarono i minuti. La cassa un paio di volte s'inceppò. Passò mezz’ora. Alcune volte il codice a barre di un prodotto non corrispondeva o era inesistente, così la cassiera andava a prendere nota del prezzo. Dopo un’ora toccò a lui, o quasi. Davanti era rimasto solo un tizio con il carrello pieno a metà; Luca attese solo cinque minuti e finalmente ebbe innanzi a sé il nastro trasportatore della cassa libero. Tentò di mettere una bottiglia d'acido sul nastro, ma questa gli sfuggi e rotolò qualche metro più in là. Si affrettò a raccoglierla e quando rialzò lo sguardo scoprì che qualcosa ostruiva la cassa. Era un barile giallo con macchie rosse. Era un barile giallo con fiori rossi. Era un vestito giallo a fiori rossi e il barile non era nient’altro che la grassona che gli aveva fregato il posto auto. Già, e adesso mi frega anche il turno alla cassa. “Scusi, ma c’ero prima io” ringhiò Luca. “Ma davvero? E come mai non era alla cassa?” rispose con calma il donnone. “Mi era caduta una cosa e mi sono spostato un attimo per raccoglierla.” “Quindi era uscito dalla fila. Quindi…” il barile pose l'accento sul quindi con un gesto della mano che lo invitava a farsi da parte. La donna cominciò a ridere e Luca la fissò inebetito. Ad un tratto risatine si udirono anche dietro di lui, risatine che diventarono presto ghigni e risa di scherno nella sua mente. Luca cadde in ginocchio. Qualcuno, nel suo cervello, premette l'interruttore. Click. Svitò con indolenza il tappo della bottiglia d’acido; con un ghigno sul viso si rivolse al caterpillar in abito giallo davanti a lui: “Ehi sacco di lardo… con il tuo didietro stai provocando un'eclissi solare…” La donna si girò di scatto, rossa in viso, con il triplo mento che tremava come gelatina: “COSA? COS’HAI DETTO?”. Pareva sul punto di esplodere tanto era gonfia e rossa. Luca si rialzò e poggiò sull’anca la bottiglia d'acido, la guardò e sotto i suoi occhi cominciò a cambiare forma. Ecco, ora aveva nella fondina una Colt; la estrasse come un pistolero navigato e sparò contro la grassona. Dalla bottiglia spremuta l’acido si riversò, in un lungo getto, contro il viso della donna che, ancora rossa di rabbia, non se n'accorse nemmeno. “Hasta la vista, baby” esclamò Luca. La donna cominciò a capire che qualcosa non andava quando sentì il proprio naso ustionarsi e riempirsi di bolle; non sentì immediatamente dolore ma quando realizzò cosa fosse successo esso esplose con tutta la sua potenza. La malcapitata si portò le mani sul volto che, scoprì al tatto, era pieno di bolle e bruciava incredibilmente; cadde a terra urlando, il volto oramai scarnificato. Ma urlava ancora. A pieni polmoni. Finché qualcosa le squarciò lo stomaco. Luca ammirava il suo operato; la donna stesa per terra con il viso scarnificato che urlava a più non posso. “E ora uccidiamo il vitello grasso, gente. E che la pace sia con voi.” Sussurrò Luca alle persone vicino a lui piantando il coltello che aveva in mano nello stomaco della donna. Affondò come burro nel gelatinoso adipe e aprì uno squarcio dallo sterno all’ombelico. Il sangue inondò il vestitino giallo della grassona, facendolo divenire ancora più kitsch. Solo quando uno scorcio d'intestino fece capolino dalla sommaria incisione sulla pancia, la gente cominciò ad urlare. Luca si girò di scatto, e individuò tra le persone urlanti la madre che stava sgridando il figlio quando Luca era entrato nel supermarket. “Vedrai che non ti sgriderà più”, disse al figlio mentre con un rapido movimento del braccio, recideva con il coltello la carotide della donna che si afflosciò come un sacco di stracci sanguinante. La gente cominciò a scappare a destra e a manca, Luca afferrava quelli che gli passavano affianco e tagliava loro la gola o, con precisione chirurgica, gli spaccava il cuore con una rapida coltellata. Qualcuno tentò di fermarlo, saltandogli alle spalle, ma non ci riuscì. Luca era una furia. Intorno a lui caddero altri quattro corpi privi di vita. La gente si accalcava davanti alla porta automatica, l’uomo si lanciò sulla folla come un falco cala sulla sua preda. Parecchi ricevettero coltellate nella schiena e qualcuno ebbe la sfortuna di non morire sul colpo. Il coltello affondò un po’ ovunque finché non trovò più nulla dove tuffarsi. La gente era scappata tutta, ora nel supermarket regnava il silenzio ed aleggiava un pesante odore di sangue e morte. Si udì anche qualche gemito e Luca vide che un paio di persone che aveva accoltellato non erano morte sul colpo; le prese per i capelli e le trascinò fino alla cassa dove era cominciato lo spettacolo. Si sedette e cominciò a seviziarle con il coltello. Si chiese cosa potesse perdere un uomo prima di morire. Lo scoprì subito: ad un superstite mozzò le orecchie, la lingua e le mani e non poté andare oltre perché un ultimo disperato rantolo ne attraversò il corpo: era la vita che se n'andava. Luca sudava ed aveva sete. E come se non bastasse c’era quella cappa d'afa ad incollarti i vestiti addosso. Una spessa patina di sudore gli avvolse la fronte e il viso. Si chinò sull’altra vittima sacrificale pronto a saggiarne la resistenza, quando una voce lo fermò: “Butta quel coltello o t’ammazzo, stronzo!”. Era un poliziotto. E teneva la sua arma spianata su Luca. “Avanti, muoviti!” gridò il poliziotto. Perso nel suo lavoro, Luca non si era accorto che aveva passato una buona mezz’ora a mutilare la sua vittima. Logico che qualcuno avesse chiamato aiuto. “Sta bene” rispose Luca. E gettò via il coltello. Si passò una mano sulla fronte sudata, imprecò contro l’afa che stagnava nell’aria e notò che la sua gola era proprio arida, secca. Doveva bere qualcosa. Affianco a lui, per terra, era rimasta l’altra bottiglia d'acido che aveva preso. Svitò il tappo. Se la portò alle labbra. Non sentì il poliziotto che gli gridava di fermarsi. Non sentì niente, niente tranne quel caldo opprimente, quella fastidiosa calura che alle volte faceva anche impazzire. “Afa” disse Luca. E bevve.
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