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ALBA scritto da Adam Normale
Ero Superiore. E non intendo per via di strampalate presunzioni razziali, vedi quelle dello zio Baffetto… Ero superiore a livello biologico, ero in cima alla catena alimentare. Si, perché contrariamente a quanto gli uomini -le nostre Vacche Grasse- amano pensare, Noi esistiamo, mentre non ci sono ne Dampyr, ne tantomeno… Diurni (certo che se le bevono proprio tutte) di colore che vestono in pelle nera griffata, e guidano rombanti auto d’epoca! Noi siamo i veri dominatori di questo pianeta. Così è sempre stato, così sarà sempre. Eppure per me molto è cambiato. Accadde sei mesi fa. La prima volta che la vidi, pensai che il desiderio di lei dipendesse dalla Sete. Ho sempre prediletto il plasma delle donne, specie se giovani e carine. Non è poi così eccentrico avere certi gusti, tra i miei simili… Così mi feci avanti, e come al solito, non fu affatto difficile diventare- in un paio d’ore appena- la persona più interessante della sua vita. Tuttavia, quella notte, non approfittai della situazione. Avrei potuto servirmi con tranquillità, ma qualcosa…qualcosa mi trattenne. Non mi ero mai misurato con una simile forza. E Persi. Tre giovani vite, furono il prezzo che pagai al mio orgoglio -quella notte stessa- per la mia sconfitta. Durante il giorno, mentre riposavo, non potevo togliermi dalla mente le singolari sensazioni che quella creatura- appartenente ad una razza che avevo sempre disprezzato- era riuscita a farmi provare,e la cosa mi dava sui nervi. Era una vera tortura! Qual'era il segreto di quella vita? Cosa la rendeva ai miei occhi così diversa dal resto della Mandria? Mi risolsi trovare una risposta al più presto, ne andava del mio equilibrio. Continuare a vederla divenne una dipendenza. Andavo da lei nel cuore della notte, mentre dormiva, e la osservavo sognare. Per ore. Talvolta restavo tanto ammaliato dal singolare magnetismo di quella, da rischiare di trattenermi troppo a lungo… I giorni si succedevano. E la risposta che andavo cercando, sentivo di averla sempre più a portata di mano;eppure era come se fosse ancora troppo lontana, perché potessi farla mia. Riposavo sempre peggio, e il numero di Vacche che abbattei in quel periodo fu notevolmente sopra la mia abituale media. E mi ero fatto crudele. Proprio io, che ero mai stato uno che si diverte a spargere sangue. Ma era come se avessi perso l’uso della ragione. Feci letteralmente a pezzi tutti i malcapitati che trovai sulla mia strada, scatenando il malcontento della Nostra Comunità cittadina. Li costrinsi, col mio comportamento, a prendere provvedimenti… Ero stato uno sciocco a non parlare subito con qualcuno dei Miei di quanto mi stava capitando,ma non me ne rendevo conto, ero come accecato da qualcosa che non ero in grado-non volevo?-definire. Li costrinsi, a prendere provvedimenti. Non gliene voglio, non più, per quanto accadde. La mia follia andava fermata a tutti i costi, lo capisco. Tutto il resto passava in secondo piano. Ma allora non ero così ragionevole. Allora non lo accettai. La mia Follia, già. Sono nato vampiro, e non so cosa sia il dolore. Una precisazione: questo vale per la mia esistenza prima di quell’ultima notte. Le Vacche urlano, o gemono, ma è nella loro natura: sono animali. Alcune piangono, perfino. Puah! Non avrei mai potuto capire simili reazioni, pensavo. Eppure, quell’ultima notte molte cose cambiarono. Le feci visita, a lei, la mia diurna ossessione, come sempre,come tutte le notti. E come sempre la trovai terribile, sconvolgente, e allo stesso tempo serenatrice . Era la radice del mio dubbio, il mio tormento eppure, il solo guardarla dormire obliava il mio impeto distruttivo, la mia furia ferina. Del lupo in cui mi ero traformato, non restava che un agnello al suo cospetto. Quell’esperienza mi aveva completamente snaturato. La osservai come ebbro per un lungo istante, esitando per un eternità prima di sfiorarle con le dita i capelli d’oro. Fu allora che mi accorsi che c’era qualcosa di sbagliato. Di orribilmente sbagliato. Il suo viso di porcellana, era …troppo pallido e quell’odore.. inconfondibile per me- per uno della mia Razza- non poteva che essere… sangue!? Sollevai la trapunta che copriva il suo giovane corpo fino al mento. Non ero pronto a quello che vidi. La testa, la sua deliziosa testolina era separata dal resto, e la macabra composizione giaceva in un lago di sangue, che aveva tinto di porpora il materasso candido. Smarrì in un lunghissimo istante quella vitale serenità che avevo ritrovato da così poco. E non ci fu spazio nella mia mente che per la più cieca follia. Da essere superiore mi ero improvvisamente involuto in bestia. I lineamenti del mio viso, normalmente assai piacevoli, si deformarono, trasformandolo in una sorta di mostruosa maschera di carne. Le unghie, dure come acciaio e affilate come rasoi in un lampo furono artigli, pronti a fare a brani qualunque cosa,per il puro gusto di farlo. I sensi, già assai sviluppati per eredità genetica,si acuirono ulteriormente; e subito il naso mi disse che non ero io l’unico Notturno nella stanza. Si chiamava Dante, lo conoscevo di vista, qualche volta avevamo perfino scambiato quattro chiacchiere:sembrava un buon diavolo. Ma era uno dei fidi del Consiglio cittadino. Uno di quelli cui affidavano le gatte da pelare. Rammento vivida nella memoria la sua espressione di assoluta sorpresa, quando il mio braccio sinistro gli attraversò il torace -da parte a parte-. Sentì il cuore scoppiare,nella morsa devastante della mia mano. E la fine arrivò rapida,fulminea come il mio braccio destro, che gli strappò di netto il capo dal collo. Il getto di sangue che ne scaturì servì in parte a far sbollire la tremenda Sete, che in quello stato degenere- letteralmente- mi divorava. Quando alla fine tornai in me, e mi resi conto di quanto era accaduto rimasi… distaccato. Il panico non si addice a esseri dal sangue freddo. C’era solo un pensiero che si ripeteva in continuazione nella mia testa,un pensiero che contribuiva alla mia apparente calma: lei non si era accorta di nulla, se n’era andata senza rendersene conto. Ero leggero. Del mio simile che giaceva scompostamente riverso al suolo, ai piedi della parete azzurro cielo ora schizzata di rosso, non mi curai. Lo rispettavo. Aveva fatto il suo dovere, fino in fondo. Le aveva inferto una morte rapida ed indolore. La mia gratitudine l’avevo espressa concedendogli la stessa sorte. Mi avvicinai di nuovo al letto. Le rimboccai le coperte,come sempre,come se nulla fosse accaduto; come sempre le posai un bacio sulla fronte- sulle labbra percepì Quel freddo- e, esperienza per me nuova, un brivido mi scosse. La mia casa buia mi sembrò più vuota del solito, quella notte. E piansi lacrime di sangue. Trascorsero lente ore d’agonia; e Il tempo,-mi accorsi all’improvviso- era come se avesse cessato di esercitare la sua tirannia su di me. Ero debole, sentivo il corpo ardere di febbre, pensai che non ce l’avrei fatta…che non sarei riuscito ad arrivare… prima di perdere completamente le forze… a quella pesante tenda nera, al… tetro sipario, a scostarla… ah ah ah. Tu, Tu! Ti vedo finalmente. Ah Ah Ahrrrrgggggghhhhhhhhhhhhh.
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