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ANNA ED IL MISTERO DELLA PENDOLA

scritto da MO

 

 

Introduzione

 

Davanti al caminetto acceso, al riparo dai rigori invernali della campagna, ricordo le serate dei fine settimana trascorsi nel vecchio casale di famiglia.

Dopo cena il nonno si sedeva davanti al fuoco. Prendeva un sigaro dalla sua scatola di Toscani e ne morsicava un’estremità che sputava nella brace facendola sfrigolare. Lui aveva avuto una vita piena ed avventurosa che non si stancava mai di raccontarci. Lasciò la casa natia ancora adolescente per emigrare in Argentina, ci narrava spesso del terribile viaggio fatto sotto la linea di galleggiamento della nave e si appassionava quando ricordava la sua rocambolesca vittoria in un vero rodeo.

Qualunque cosa raccontasse aveva un tono misterioso.

Il suo volto scavato dal tempo e completamente glabro, si animava d’espressioni così inquietanti da imprimersi automaticamente nella mente di chi lo ascoltava. Quando l’enfasi di un passaggio lo faceva irrigidire sulla poltrona, i suoi occhietti grigi ed acquosi ti fissavano pungendo come spilli.

Gustando il sigaro faceva delle lunghe pause in cui trovava le parole giuste per riesumare un nuovo cadavere dal fondo della memoria.

Rimanevo ad ascoltarlo con il fiato sospeso. Scivolavo in un’apnea di paura aggrappato alla speranza di un finale a sorpresa che rimettesse in ordine gli eventi.

La protagonista della maggior parte dei suoi racconti era mia madre, Anna. Oggi è una robusta nonna di due nipoti ma all’epoca dei fatti aveva solo dieci anni, a rivederla in quelle poche foto dell’epoca faccio fatica a riconoscerla.

Anna aveva una figura esile leggermente protesa in avanti con due trecce che penzolavano nel vuoto. Alle mani portava sempre dei guanti dalle dita mozze ed al collo un rosario con un grande crocefisso di ferro. Solitamente indossava un vestito di velluto verde scuro che le arrivava fin sotto le ginocchia insieme con un paio di stivaletti dalla punta leggermente ricurva.

L’infanzia trascorsa durante la grande guerra le lasciò per sempre un’espressione malinconica nello sguardo. Mi ricordo solo una foto in cui un sorriso appena accennato illumina quei suoi occhi di bambina.

 

I fatti che mi accingo a narrare accaddero nella pianura pontina. La gente fuggita via dalla guerra trovò riparo sulle montagne circostanti. Spinta poi dalla penuria di cibo ridiscese fra i resti di un conflitto che ancora mieteva vittime con mine nascoste e granate inesplose nei campi d’arare.

La famiglia di mia madre si era rifugiata presso il borgo medievale di Sermoneta, un grappolo di casupole arroccate su un colle che dominava la pianura circostante. Il nonno aveva trovato un lavoro nella mensa del presidio Tedesco e con gli avanzi dei soldati riusciva a sfamare tutti. Dopo lo sbarco alleato anche loro caricarono le poche cose che avevano sopra un carretto e ridiscesero in una terra che il sabotaggio delle chiuse, fatto dai nazisti in ritirata, aveva fatto tornare acquitrinosa, del tutto inospitale.

La nonna che a quei tempi aspettava il quarto figlio, Fresia, era la sola a viaggiare sul barroccio e fu la prima ad avvistare il campo d’insalata. Questo era una gemma verde smeraldo incastonata in un paesaggio di grigia desolazione, i cingoli della guerra sembravano aver risparmiato solo quel fazzoletto di terra ed il casale che vi sorgeva nel mezzo.

Naturalmente tutta questa fortuna fu accolta come un miracolo. Vissero mangiando foglie d’insalata fin quando la civiltà non restituì loro un po’ di dignità.

 

 

La famiglia Merlin

 

 

La famiglia di Anna a quei tempi era composta di cinque elementi: il nonno, la nonna, i due zii Peppe e Toni, infine mia madre.

Il nonno era di poche parole, di solito amava pronunciarle dopo cena davanti al suo grappino.

Amava molto la nonna per la quale rinunciò a tutto ed affrontò ogni tipo di sacrificio.

Con i figli era severo come il padre lo era stato con lui, la sua cinghia non lesinava giustizia mentre lo sguardo feriva come uno scudiscio.

Il suo aspetto particolare era dato sia dall’alopecia, che lo colpì giovanissimo nelle pampas argentine, sia dal corpo troppo magro per la sua notevole altezza. 

Il volto era dominato da un naso aquilino, le sue labbra erano così sottili che non riesco nemmeno a ricordarle, non aveva né ciglia né sopracciglia solo qualche schizzo di barba, gli zigomi ed il mento erano spigolosi mentre gli occhi piccoli avevano delle pupille talmente chiare da sembrare invisibili.

Anna ha sempre avuto una venerazione per suo padre, al contrario i fratelli lo consideravano un despota. La moglie, invece, lo ha sempre disprezzato, almeno fin quando non è morto.

La nonna proveniva da una ricca famiglia borghese e non si rassegnò mai all’indigenza in cui la guerra l’aveva costretta. Era solitamente afflitta da dolori o malocchi che la costringevano a letto mentre tutti si preoccupavano di accudirla. Il suo unico male era di amare troppo la vita che si era figurata diversa, piena di colori e dal profumo francese.

Della sua sventura incolpava segretamente il nonno, era lui che non era in grado di garantirle il benessere cui era stata abituata fin da bambina.

La sua ipocondria era data dal fatto che non riusciva più a temere la morte, con i suoi paranoici lamenti invocava un dolore così grande da farle desiderare ancora quella vita di stenti.

Mio zio Peppe, bello d’aspetto e prestante fisicamente, era il prediletto da entrambi i genitori. Dotato di una discreta intelligenza, la usava sempre per fini egoistici, a farne le spese erano spesso i fratelli, come quando li costrinse per due mesi a non andare a scuola perché lui, invece di accompagnarli, preferiva amoreggiare con una mondina

Frequentò solo le prime due classi scolastiche. Il nonno ben presto decise che lo doveva aiutare a mandare avanti la famiglia e lo portò con sé a cercare lavoro. Quando non trovavano nulla da fare in giro si fermavano nei campi a raccogliere ferro vecchio. Trovare una culatta di bossolo in ottone era motivo di gioia in una giornata di stenti.

Il nonno lo amava al punto da considerarlo un prolungamento di se stesso. Lo zio, invece, convinto che il padre lo disprezzasse per i limiti di fanciullo che non riusciva a superare, lo odiava considerandolo un tiranno.

Lo zio Toni non lo conobbi mai, morì suicida a trentadue anni, una settimana prima di uscire dalla prigione. Da quello che ho sentito dire di lui, mai nessuno lo capì veramente.

D’età era poco più giovane dello zio Peppe ma la statura e l’incarnato gracile lo facevano apparire molto più piccolo. Non aveva ancora compiuto dieci anni quando il nonno iniziò a portarlo con sé nei campi a cercare ferro. Poi una granata inesplosa gli fece perdere sette dita, e a detta di tutti anche un po’ di comprendonio.

Da quel giorno prese a guardare il mondo con un’espressione stupita e con i suoi occhi un poco all’infuori, se ne stava per ore a fissare il vuoto. Camminava sempre immerso in chissà quali ragionamenti e seguendo la punta del proprio naso finiva regolarmente per perdersi.

In famiglia lo consideravano una croce da portare, una sorte di punizione divina.

Mia madre è la sola a ricordarlo con tenerezza e fin da piccolo mi ha portato sulla botola dell’ossario in cui riposa. Dopo mi dava sempre una margherita per metterla nella mano di un Cristo deposto, scolpito in un bassorilievo di marmo. Mi diceva che allo zio piacevano i campi di margherite, amava attraversarli di corsa facendo capriole o ci si stendeva in mezzo fissando un bel cielo turchese.

 

 

Il casale abbandonato

 

 

La vecchia casa sorgeva proprio nel mezzo del campo d’insalata e la sua sagoma scura con la vecchia pompa a vento di fianco era ben visibile fin dalla Strada Appia. Per giungervi si doveva percorrere un lungo viale costeggiato da alberi di fico abbandonati all’incuria, storti e con dei rami bitorzoluti che somigliavano a lunghe dita che indicavano il cielo.

Alla destra del casale, dopo la stalla, sorgeva una piccola costruzione di legno. Il nonno in seguito ne fece una legnaia ma un tempo doveva essere stata una vera casa. Lo testimoniavano un comignolo annerito ed una bella campanella accanto alla porta.

Giunsero nell’aia deserta che erano le prime ore del pomeriggio. Anna era spaventata da un silenzio che tappava le orecchie come fosse liquido e supplicò il padre di non proseguire.

Il nonno riusciva a vedere solo un’occasione da non perdere, un po’ di fortuna da cogliere; così, come avrebbe fatto molte altre volte, non diede retta alla paura dei suoi familiari.

La porta d’ingresso aveva le chiavi ancora nella toppa. In quella casa il tempo sembrava essersi fermato all’improvviso, ingoiando chi vi abitava. La tavola era apparecchiata e nei piatti c’erano ancora i resti di un pasto interrotto.            

La vita nel casale si rivelò sempre più inquietante.

Il tempo veniva scandito dal tic tac di una vecchia pendola che troneggiava in salotto. Sebbene funzionasse perfettamente per il resto della giornata, alle undici e trentacinque di ogni sera si fermava e non c’era verso di rimetterla in moto fino al mattino.

Di fatti come questo ne accadevano quotidianamente, come il fuoco nel caminetto che non riusciva a scaldare nemmeno i palmi delle mani protesi verso le fiamme, oppure i gran tonfi che si sentivano di notte, pareva che qualcosa cadesse fragorosamente in terra, ma quando il nonno si alzava per andare a vedere trovava tutto in ordine.

Agli eventi inspiegabili si aggiungevano anche quelli razionali, per esempio c’erano le persiane che si dovevano chiudere all’imbrunire altrimenti i pipistrelli attratti dalla luce sbattevano contro i vetri delle finestre. Il sottotetto ne era infestato e durante il giorno si sentivano squittire. La loro urina nauseabonda rendeva l’aria irrespirabile. Il nonno appuntò più volte la scala nella botola della soffitta, ma non trovò mai il coraggio necessario per affrontare quell’oscurità pullulante a testa in giù.

Poi c’era l’eco dell’aia che rimbalzava più volte nella tromba delle scale; oppure delle improvvise raffiche facevano cigolare la vecchia pompa a vento che, a sua volta, faceva rimbrottare l’acquaio della cucina.

Tutti nascondevano la propria paura pur di possedere una casa, tranne la nonna che a furia di strazianti gemiti di dolore si ammalò veramente. Il medico che la visitò aveva un’espressione seria e si rivolgeva al nonno con uno strano senso di colpa, quasi dipendesse da lui la malattia che andava diagnosticando. Infine risolse che poteva trattarsi di malaria come di febbre nervosa e prescrisse del chinino ed assoluto riposo.

 

I brividi della nonna

 

Era lunedì e come sempre la maestra aveva trattenuto Anna dopo la lezione per darle la biancheria da stirare. Il sacco di juta era più grande della povera bambina che, appena svoltato l’angolo, lo poggiò in terra trascinandoselo dietro senza troppa cura.

Quel giorno il fardello particolarmente pesante la fece attardare così quando arrivò a casa trovò la madre furibonda. Era in preda ad uno dei suoi attacchi, Anna si spaventò perché queste crisi sembravano davvero peggiorare. Prese un gran respiro per affrontare quelle scale che la terrorizzavano ed arrivò con il cuore in gola in camera della madre.

La trovò cianotica con gli occhi spiritati, in preda ad un tremore che la faceva parlare ad intermittenza, disse che stava morendo dal freddo e volle subito tutte le coperte degli altri letti. Anna gliele sistemò per bene ma non sembravano portarle alcun giovamento. Preparò allora uno scaldino e mise una borsa d’acqua calda sotto il cuscino poiché i guanciali in quella casa erano sempre gelidi, tanto che Anna preferiva dormire senza.

Quando la nonna finalmente scivolò nel sonno stremata, la figlia diede un sospiro di sollievo. In tutto quel trambusto non si era accorta che faceva davvero molto freddo. Indossò il cappotto e bagnò degli stracci con cui tappò le fessure delle finestre, ma più sigillava la casa, più il freddo sembrava aumentare.

Smise di stirare con il ferro a carbone perché le si gelavano i polpastrelli e faceva i fumetti con l’alito. Si raggomitolò davanti al caminetto, il fuoco crepitava senza scaldare, bruciò tutta la legna pur sapendo di sfidare l’ira di Peppe che avrebbe dovuto prenderne dell’altra per la cena.

Poi un sonno profondo le fece perdere conoscenza.

Nonostante il padre la trovò quasi assiderata non credette ad una parola della storia che gli raccontò, era solo preoccupato degli accessi d’ira dell’amata moglie. Peppe, invece, le tirò una treccia per la stizza di dover tornare alla lugubre legnaia. Come al solito raccolse un poco di considerazione solo da Toni che le fece una carezza ed un sorriso consolatore.

 

La scomparsa di Toni

 

Toni non godeva di alcuna considerazione in famiglia e da quando si erano trasferiti nel casale a tutti sembrava completamente svampito. Il nonno gli aveva comunque trovato una mansione adatta, doveva restare tutto il giorno in mezzo al campo d’insalata per proteggerlo dai conigli selvatici. Prese il suo compito davvero a cuore, lo si poteva vedere correre ore intere dietro alle sagome scure che saettavano tra le piante.

Quando era stanco schiacciava un pisolino nella cabina di un camioncino militare riverso su di un lato al limitare del campo, lungo un sentiero che si snodava accanto al fosso delle Anime Sante.  Lo zio Toni amava fissare il mondo attraverso quel parabrezza incrinato, le crepe che rendevano il paesaggio asimmetrico lo ipnotizzavano fino a farlo scivolare nel sonno.

Una sera era giunta l’ora di cena e Toni ancora non rincasava.

Il nonno era già uscito diverse volte nell’aia per chiamarlo con il suo solito fischio da ex gaucho, ma si fece buio senza che rispondesse una sola volta al richiamo. Ormai tutti credevano che si fosse perso un’altra volta, compreso il padre che non aveva voglia di uscire al freddo per cercarlo.

La nonna cominciò a preoccuparsi e questo voleva dire guai per tutti, compreso il nonno che, temendo un nuovo parossismo della sua malattia nervosa, si alzò con la solita flemma ordinando al recalcitrante Peppe di seguirlo.

Anna, nonostante li avesse pregati di portarla con loro, fu lasciata a far compagnia alla madre che si addormentò subito. Così, non appena anche la pendola del soggiorno si zittì, sfilò il rosario dal collo e lo incrociò intorno ad una mano, iniziando veloce la conta dei sacri grani per tenere a bada le paure che avevano preso a fissarla da ogni angolo buio della casa.

Il nonno e lo zio non ebbero fortuna nella loro ricerca, ormai chiamavano Toni urlando più forte che potevano, tanto che accorsero anche i vicini a chiedere cosa era successo. La loro faccia si rabbuiò quando sentirono i fatti, dissero che non era la prima volta che dei ragazzini si perdevano da quelle parti, e dopo giorni di ricerca finivano sempre per trovarli in fondo al fosso delle Anime Sante. Corsero subito sugli argini maledetti, ma complice una notte senza luna non riuscirono a vedere nulla. Da quella crepa aperta nella terra per drenare le acque palustri, proveniva solo l’allegro scroscio di un torrentello.

Il nonno si calò con una corda lungo gli argini scoscesi, scomparendo quasi subito alla vista. Si sentivano solo le sue imprecazioni quando i rovi lo ferivano. Nessuno ha mai saputo cosa gli accadde in fondo a quel fosso, si sa che d’improvviso urlò di essere tirato su più in fretta possibile. Quando giunse di nuovo sull’argine aveva gli occhietti sbarrati in un’espressione terrificante, chiese se c’erano bambini piccoli, ma poi si rese conto da sé che non ce n’erano e con fare deciso disse che dovevano cercare verso la macchia di querce. 

In breve un veloce passaparola radunò tutti gli uomini del circondario, batterono a palmo a palmo i bordi del fosso. Qualcuno vi gettava dentro balle di paglia incendiate, le scintille di luce sparivano nella fessura dove sembrava scorrere il buio stesso della notte.

Il nonno, ormai preoccupato anche per la moglie lasciata a casa, mandò indietro Peppe e questi ritrovò il fratello proprio in quella cabina del camioncino militare dove lo avevano cercato almeno una decina di volte. Toni si era semplicemente addormentato perdendo la cognizione del tempo, peccato che nessuno poteva credergli e tornati a casa dovette assaggiare la cintura del padre.

 

La fossa dietro il fico

 

Lo zio Peppe aveva trovato lavoro presso una ricca famiglia di profughi dalla Tunisia. Questi erano dei nostalgici del colonialismo fascista e trattavano i braccianti come schiavi, costringendoli a lavorare fin quando il sole non tramontava.

La sera di cui vi sto parlando li avevano trattenuti particolarmente a lungo e Peppe fece ritorno a casa che era ormai buio pesto. Percorrere il viale che conduceva al casale, di notte, metteva a dura prova il coraggio di chiunque.

Gli alberi di fico quella sera sembravano dei candelabri gotici, il loro legno pallido rifletteva la luce spettrale della luna. Peppe stava spingendo la bicicletta a mano per niente intimorito dal vento che fischiava tra i rami, quando iniziò ad intravedere tra le ombre notturne una sagoma piegata su se stessa che avanzava trascinando vistosamente una gamba. Dapprima si preoccupò di non avvicinarsi troppo ma poi ripensò alle parole del padre riguardo all’autosuggestione; non potendo però far scomparire quello che aveva davanti, risolse che si trattava di Toni che si era di nuovo perso.

Lo chiamò diverse volte ma il fratello non rispose mai, spazientito arrivò a minacciare di suonargliele. Si voltò solo quando gli fece il fischio da gaucho del padre, stette fermo per qualche attimo ma poi si rimise in cammino forzando un poco il passo.

Lo zio Peppe era convinto che il fratello, spaventato dalle minacce, stesse cercando di scappare; così saltò sulla bicicletta e prese ad inseguirlo.

La sagoma scura scomparve dietro l’ultimo fico del viale.

Peppe voleva vendicarsi facendogli prendere uno spavento, così, quatto quatto girò intorno agli arbusti scheletrici che circondavano l’albero, ma quando saltò fuori urlando come un ossesso, si ritrovò solo con il vento gelido che spazzava i campi ed una terribile solitudine che gli pervase l’animo; poi un brivido gli corse giù per la schiena e reagì fuggendo senza pensare a nulla. Attraversò l’aia infischiandosene della bicicletta e richiuse sbattendo dietro di sé la porta di casa. Era terrorizzato e quasi svenne quando vide il fratello serenamente seduto a tavola.

Peppe non seppe descrivere quello che aveva provato, quindi rappresentò la sagoma scura come un soldato ferito, e quello che non vide dietro l’albero di fico come una processione di anime del purgatorio che attraversava il campo d’insalata.

L’opinione di Anna era che lo spirito di un soldato morto senza estrema unzione vagava sulla sua fossa in cerca della purificazione del purgatorio. Aggiunse poi che probabilmente era il soldato morto che di notte infastidiva le galline che non facevano più uova. Il nonno le intimò di tacere per non spaventare la consorte e s’infuriò ribadendo che a spaventare le galline erano i cani dei vicini, anche se tutti sapevano che quelli le galline non si limitavano a “spaventarle”.

La nonna ebbe dei mancamenti, era terrorizzata dall’idea di un morto dietro l’albero di fico, e non ebbe pace fin quando non strappò la promessa al marito di verificare la storia dei figli.

All’alba Peppe si rifiutò di seguire il padre e Toni, convalescente, nemmeno gli rispose nascondendosi sotto la coperta. Solo la figlia aveva già preparato il caffè d’orzo e lo aspettava impaziente sulla soglia di casa, non le chiese di andare con lui ma lei lo seguì lo stesso.

Il cielo del mattino era viola ed il livore sembrava ricoprire ogni cosa. Quella luce particolare cadeva sul volto del nonno rendendolo ancora più spigoloso. Il sudore gli rigava la fronte mentre sollevava un’altra zolla che ansimava nel fango quando si staccava dalla terra. Presto la lama della vanga affondò in qualcosa di solido, quando venne fuori era sporca di sangue ancora caldo.

Anna se ne stava immobile con il rosario nella mano che aveva fasciata da una garza sporca di sangue. Il nonno si voltò istintivamente verso la figlia che trattenne il respiro per non essere tradita dalla paura. Man mano che scavava si delineava il corpo di un cane dal pelo candito che riuscì a spaventare il nonno più di un cadavere; tanto che ricoprì in fretta la fossa e fece giurare la figlia di non farne parola con nessuno.

 

Il cane bianco

 

In quel periodo il nonno aveva trovato un buon ingaggio presso una ditta edile. Il cantiere era molto distante e si doveva alzare presto. Fin dalla prima mattina trovò ad aspettarlo in fondo al viale un grosso pastore maremmano. Dapprima lo scacciò via credendolo uno di quei cani che gli spaventavano le galline durante la notte, ma poi si affezionò a lui come ad un vecchio amico. La bestia lo accompagnava fino al posto di lavoro e lui usava raccontarle i suoi guai strada facendo. Trascorreva tutto il giorno accanto alla bicicletta. Al ritorno, il nonno cercò più volte di convincerlo con un pezzo di companatico a seguirlo fino a casa, ma il cane non accettò il cibo e non mise mai una zampa sul viale del casale.

Una mattina non lo trovò al solito posto ad attenderlo. Il nonno si guardò attorno facendo un paio di volte il suo richiamo da gaucho, poi proseguì senza il caro compagno. Per tutto il tragitto lo accompagnò una strana paura che gli mise in allarme i sensi. Giunse a Casal’ de’ Spiriti con il fiatone, bloccò i pedali e lasciò andare la bicicletta per inerzia, sfilando accanto al misterioso edificio.

Quel casale a metà di quel tratto di Strada Appia denominato “fettuccia di Terracina”, sorgeva sull’unica curva che c’è in cinquanta chilometri. La costruzione era molto antica e risaliva a prima della bonifica. I fascisti ne fecero una locanda, i tedeschi una casamatta e prima ancora pare una caserma della famigerata GESTAPO o SS, su questo punto ci sono versioni discordanti. Fatto sta che quel luogo si meritò il nome di Casal’ de’ Spiriti.

Al ritorno il nonno si fermò a qualche centinaio di metri da esso. Davanti alla vecchia locanda pareva esserci una festa. C’erano le luminarie colorate ed i festoni con un’orchestra che suonava e tanta bella gente che ballava e si divertiva. Le donne erano vestite con abiti dalle scollature generose e ridevano ad alta voce. Anche gli uomini avevano abiti leggeri, alcuni erano in divisa militare ma in questo caso tenevano i colletti delle giubbe sbottonati.

Il nonno stava cercando di passare inosservato spingendo la bicicletta a mano, quando si sentì chiamare per nome. Quello che sembrava essere il nuovo gestore della locanda, un uomo tarchiato con i baffi ed un gilet che faceva fatica a restare chiuso, si staccò dalla folla e si fermò sul limite del piazzale. Gli si rivolse come ad un vecchio amico e con un sorriso bonario gli chiese informazioni sulla salute di Toni. Lo invitò anche a prendere un grappino ed a fumare un buon sigaro ma il nonno si scusò dicendo che la moglie si sarebbe preoccupata a non vederlo rientrare al solito orario.

I modi garbati del locandiere non lo lasciavano andar via.

Passo dopo passo fu sul punto di essere inghiottito da quella festa danzante, quando il cane bianco ricomparve e come una furia iniziò a ringhiare contro la folla. Uno di quelli con la divisa militare estrasse la pistola dalla fondina ed iniziò a sparare mettendo la bestia in fuga. Il nonno aveva subito urlato a quel tipo che il cane era suo ma questi non solo non smise di sparare ma lo guardò pure in modo sprezzante.

Aveva già recuperato la bicicletta per andarsene quando il locandiere gli porse un sacchetto. Dentro c’era della bianchissima farina di mais. Il nonno non avrebbe voluto accettare quella carità, ma il pensiero di strappare uno sguardo compiaciuto alla moglie gli fece ingoiare l’orgoglio e ringraziare umilmente con il capo chino.

A casa si mangiava durissimo pane di polenta e la visione di quella candita farina scatenò una strana euforia. La nonna scese in cucina e preparò l’impasto mentre Peppe era corso a prendere dell’altra legna per il padre che stava accendendo il caminetto. La piccola pagnotta fu fatta cuocere tra la cenere e quando fu spezzata a tavola tutta la famiglia si raccolse in un’atmosfera solenne.

Il nonno non divise il pane in parti eque, due pezzi andarono alla nonna che era incinta, un’altra abbondante porzione la riservò per sé e Peppe perché lavoravano, il restante lo fece in parti uguali tra gli altri due figli.

Anna, abituata a mangiare in fretta per non farsi rubare il cibo dai fratelli, rimase a guardare gli altri con l’acquolina in bocca. Toni, distratto da quell’inusuale armonia domestica, sembrava essersi dimenticato di una bella mollica sul bordo del piatto, ma quando la sorella fu per afferrarla le piantò la forchetta sul dorso della mano.

Il sangue imbrattò tutta la tavola. La nonna fuggì via atterrita da quella scena truculenta. Peppe fu mandato a chiudere Toni nella legnaia perché continuava a ridere come un folle.

Il nonno fasciò la mano ferita con della vecchia garza e poi salì in camera a consolare la moglie che già si lamentava di come nessuno al mondo aveva riguardo per lei.

Per tutta la notte le risa di Toni giunsero dalla legnaia fin dentro casa, riecheggiando nella tromba delle scale sembravano salire direttamente dagli inferi.

Il giorno dopo Toni ebbe la febbre alta così scampò all’ira del padre, ma non alla paura della madre che costrinse il marito a chiedere al parroco se aveva bisogno di un aiuto.

Il nonno non amava i preti e mai gli avrebbe ceduto il sangue del suo sangue, ma dopo quella notte si era convinto che il figlio era completamente suonato, ed era una croce di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

 

I gemelli

 

A seguito di questi fatti il nonno decise di tirare fuori di casa tutta la mobilia che vi avevano trovato. L’accatastò nella legnaia. Aveva intenzione di vendere ogni cosa ma si era ben capito che non erano i soldi il solo motivo di quel gran trambusto.

La sera stessa ebbero a cena il curato e con stupore di tutti il nonno gli chiese di benedire ogni ambiente della casa. Gli fu fatto anche scegliere qualcosa dal mucchio della mobilia. Dopo di che gli parlarono di Toni. Lui non poteva farsene carico ma s’impegnò a trovargli una buona sistemazione in collegio.

Il ragazzino non si ribellò, continuò a starsene nel suo mondo e quando fu interpellato sgranò gli occhi intimidito, aspettando che qualcuno parlasse per lui.

Si sedettero a tavola e quando fu servito il pollo arrosto con le patate, al curato brillarono gli occhi. Bevve solo il vino rosso che gli colorì presto le gote. Anna provò a chiedergli notizie di chi aveva vissuto in quella casa prima di loro. Un argomento che tolse il sorriso a tutti, compreso il parroco a cui andò di traverso il boccone.

Spiegò che quella era una triste storia. Il precedente proprietario del fondo era un ebreo arrivato dalla grande città per mettersi al sicuro dalle leggi razziali del regime. Il modo di vivere signorile che aveva la famiglia fece nascere delle chiacchiere su di un incredibile tesoro che nascondevano in casa. L’invidia fece il resto e furono denunciati.

Quella sera decine di persone seguirono la polizia fino al casale e tutti insieme lo presero d’assalto.

I genitori furono torturati ed uccisi per costringerli a consegnare il famigerato tesoro. I figli, due gemelli, furono deportati nei campi di concentramento polacchi. Pare che andarono a finire nelle mani di un folle nazista che li sottopose ad esperimenti aberranti.

Anna s’immaginò i due orfani legati tra loro con del filo da cucito; uno con lo sguardo negli occhi dell’altro a sognare insieme un morte che li avrebbe finalmente riportati a casa.

Chiese poi a che ora accadde la carneficina.

Il parroco, un poco alticcio, rimase qualche attimo con lo sguardo appeso. Quando la ragazzina con le trecce gli chiese se poteva essere accaduto verso le undici e trentacinque, le fece un largo sorriso annuendo con il capo.

Dopo quella dichiarazione il gelo calò tra i commensali. La nonna ebbe un’improvvisa ricaduta del suo male nervoso e si fece accompagnare in camera da Peppe.

Il nonno aveva fatto tacere la figlia con un solo sguardo, poi, quando riaccompagnò il curato al calesse, gli chiese se quegli ebrei avevano mai avuto un grosso cane bianco. Il curato ridendo ormai senza alcun motivo, precisò che era enorme come un orso e che aveva fedelmente difeso i padroni fino all’estremo sacrificio. Si ricordò anche dove lo aveva visto seppellire, e quando indicò l’ultimo fico del viale il nonno ebbe i sudori freddi.

Intanto nella cucina era rimasta Anna con Toni. Stavano sparecchiando quando il fratello le tirò il lembo del vestito. I suoi occhi all’infuori la fissavano cercando quasi di comunicare con lei attraverso un linguaggio telepatico. Alla fine la prese per mano e le indicò la finestra. Anna fu sorpresa soprattutto dal fatto che ricordava chiaramente di aver chiuso le imposte. Dopo qualche attimo si accorse che c’era qualcuno là fuori.

La finestra, divisa in due dagli infissi, rifletteva un bambino per parte. Erano identici, quello nella parte sinistra le stava facendo la linguaccia. Toni, divertito dai suoi due amici si lasciò andare ad una risata fragorosa.

Dopo aver fatto tacere il fratello, Anna si avvicinò alla finestra ma le due immagini evaporarono. Il vetro della parte destra si appannò ed una calligrafia insicura tracciò delle lettere in stampatello, dicevano “è nella pendola”.

In quel preciso istante il nonno irruppe in casa. Era furioso e sgridò la figlia perché le imposte della finestra erano ancora aperte. Dopo le tirò anche una treccia per l’insolenza con cui, secondo lui, si era rivolta al curato. Anna sbrigò in fretta le faccende, sapeva che più restava davanti agli occhietti furiosi del padre, più questi avrebbe trovato spunti per nuove lamentele.

 

Il tesoro

 

Il nonno rimase sveglio fino alle dieci seduto al tavolino della cucina in compagnia della grappa e di un mozzicone di sigaro. Dopo che il curato aveva inequivocabilmente avallato l’esistenza di una qualche entità sconosciuta, doveva prendere una decisione: andarsene o restare. Avrebbe voluto subito portare via la famiglia ma non sapeva dove. Angosciato dal dubbio si trascinò mezzo ubriaco verso la camera e si coricò accanto alla moglie.

In casa regnava una quiete ovattata. Benché tutti fossero a letto da diverso tempo, nessuno riusciva ancora a prendere sonno. Anche la nonna se ne stava curiosamente zitta. Fissava la fievole luce del lume a petrolio mentre recitava dei mea culpa promettendo al signore di recedere dall’intenzione d’abbandonare Toni. Fu a questo punto che sentì il pianto lontano di una creatura appena nata. Tentò di svegliare il nonno bisbigliandogli nell’orecchio, ma lui, rivoltandosi su di un fianco, disse che non sentiva un bel niente.

Il pianto c’era e lo sentì anche Anna. Era sulla porta della camera quando si accorse che era sveglio anche Toni. Aveva gli occhi sgranati fissi nei suoi, le fece cenno di no con la testa. Anna si fece il segno della croce e seguì quel pianto nel corridoio fino alla camera dei genitori. Bussò timidamente sperando di non svegliare nessuno, ma la nonna le aprì tutta impaurita. Prese a parlare sottovoce per non farsi sentire da quello che lei chiamava “il monachitto”.

Stettero per qualche attimo in silenzio per meglio capire da dove proveniva quel pianto. Anna, con passi felpati seguì il lamento in giro per la stanza, ma da qualunque parte iniziasse finiva per ritrovarsi sempre davanti alla madre. Allora si piegò sulle ginocchia chiedendole di alzare le sottane.

Era proprio il bambino nel suo grembo che stava piangendo.

La nonna diede un urlo che le si strozzò in gola, poi svenne. Il nonno guizzò in piedi, alzò subito l’indice contro la figlia, ma non ebbe il tempo di fare altro. Qualcuno stava bussando alla porta, dei colpi così forti da far sussultare anche i vetri delle finestre.

Tre colpi, un'altra serie di quattro una pausa e poi di nuovo da capo.

Il nonno intimò alla figlia di restare accanto alla madre, poi prese il fucile da caccia e scese giù da basso. Quando fu davanti alla porta i colpi cessarono, con la voglia di porre fine a quell’incubo tolse il paletto lanciandosi fuori. Forse si aspettava orde di diavoli perché fu quasi deluso a ritrovarsi solo nell’aia.

Urlando nella notte come un ossesso esortò la diabolica presenza a farsi avanti, l’unica risposta che ebbe fu il boato che fece la porta richiudendosi a doppia mandata. Accecato dalla paura per quello che si prefigurava stesse per succedere dentro casa, sparò due cartucce all’altezza della serratura ma senza successo.

Peppe e Toni scattarono in piedi e corsero fuori dalla stanza. Trovarono Anna in bilico sul primo gradino delle scale, non riusciva ad affrontare gli echi della voce del padre che sembravano provenire da un demone inferocito.

Ci volle il coraggio di Peppe per far proseguire la piccola spedizione.

Scese le scale rimasero tutti e tre senza parole, qualcuno aveva rimesso ogni cosa al suo posto, compresa la pendola che camminava nonostante segnasse mezzanotte meno dieci. I ragazzi provarono ad aprire la porta ma furono interrotti dal caminetto, in cui il fuoco quasi spento avvampò bruciando la legna come fosse paglia.

Anna sapeva che i due gemelli erano arrabbiati con lei perché non aveva ancora cercato dove le avevano indicato. Allora chiese aiuto ai fratelli per trovare il tesoro nella pendola. Peppe innervosito la gettò in terra e per qualche attimo l’intero casale fu scosso da un movimento sussultorio che fece tremare i vetri e cadere ogni suppellettile fin quando uno sparo proveniente dal nulla fece fischiare i timpani a tutti.

Sul tavolo apparecchiato una macchia di sangue iniziò a spandersi fino a colare sul pavimento e dopo aver circondato la pendola s’incendiò come benzina.

Peppe cercò di aprire le finestre ma erano tutte bloccate. Anna, invece, chiamò il padre per farlo andare nella legnaia a cercare il tesoro nascosto nella vera pendola; ma il nonno non riuscì a sentirla né a capire quello che stava accadendo dentro casa.

Anna con l’aiuto dei fratelli poggiò la scala sull’orlo della botola del sottotetto. I pipistrelli erano tutti fuori, tranne qualche dormiglione che squittì con il muso calato tra le ali chiuse in un abbraccio. L’odore del guano fece tossire i ragazzi che però non indietreggiarono. Alla luce di una candela di sego cercarono il varco da dove entravano quelle inquietanti creature. Il foro che trovarono era troppo piccolo ed anche dopo che Peppe lo allargò a forza di calci solo Anna riuscì ad attraversarlo.

Lei, impavida, si aiutò con le braccia mentre i fratelli la spingevano da dietro.

Una volta sul tetto chiamò più forte che poté il padre. Dovette insistere molto prima di farsi ascoltare perché il nonno voleva solo sapere come stava la moglie. Con un espediente - gli disse che la vita della nonna dipendeva da quel tesoro - lo convinse a correre nella legnaia.

Il lume nella legnaia era acceso ed il nonno prima di entrare ricaricò il fucile. Dentro non c’era nessuno e la pendola era come al solito ferma alle undici e trentacinque. Il nonno la colpì più volte con la roncola e senza capire nemmeno lui precisamente da dove, fra le tavole divelte comparve una piccola stola di velluto blu, tenuta arrotolata con un nastro di seta rosso. Quando l’apri una pioggia di luce rotolò sul tessuto pregiato, erano diamanti e luccicavano così tanto che il nonno ne fu abbagliato. Attratto da quello splendore sfiorò le pietre con le dita e queste magicamente si tinsero di rosso.

I diamanti erano diventati dei rubini e quella trasformazione lo fece sobbalzare, fu allora che si accorse dei due gemelli.

Erano in piedi davanti a lui. Quello sulla destra lo guardava severamente, mentre l’altro gli fece un cenno di saluto con la mano.

Dopo che il tesoro fu trovato tutti gli eventi straordinari scomparvero. Anna e gli altri si precipitarono nella legnaia, esattamente un attimo dopo che i gemelli si tramutarono in due mucchietti di grano.

Il nonno era inebetito e dopo qualche attimo riuscì solo a chiedere della sua amata consorte.

 

Epilogo

 

La sera in cui i nazifascisti irruppero nel casale, la famiglia era riunita per la cena. Il padre fu torturato e poi ucciso con un colpo alla testa. La madre fu picchiata e rasata nell’aia. Il grande cane bianco la difese fino alla fine da tutte quelle persone che le urlavano di restituire “i soldi degli italiani”.

Uno spettacolo terribile che si consumò sotto gli sguardi sgomenti dei figli.

I due gemelli avrebbero voluto urlare loro il luogo del nascondiglio ma non c’era nessun tesoro da rivelare. Il più audace dei due gridò che era nella pendola e quando non lo trovarono li deportarono entrambi.

Il senso di colpa per non aver potuto salvare i propri genitori non li abbandonò mai nemmeno durante le aberranti torture che dovettero patire. Fu una pena talmente grande da farli sprofondare per sempre in un limbo senza pace.

Il desiderio di materializzare il tesoro sopravvisse anche alla morte.

Le lacrime dei due fanciulli si trasformarono in diamanti che il tocco di un estraneo fece tingere di rosso come il sangue brutalmente versato. Si liberarono della loro pena solo quando il tesoro fu trovato. Il grano miracoloso era la ricompensa per chi gli aveva dato il riposo eterno.

I semi furono piantati al posto dell’insalata e diedero un raccolto abbondante, dalla cui macina furono riempiti sacchi e sacchi di finissima farina bianca.

Io non posso giurare che tutto quanto vi ho raccontato sia accaduto veramente, ma mia madre conserva ancora una strana stola di velluto blu con il nastro di seta rosso.

 

 

MO

Mo è nato nel 1970 e qualcuno sostiene che sia ancora vivo da qualche parte. La sua prima prova letteraria è stata una raccolta di poesie "Inutile sperare per lo struzzo volare" pubblicata nel 1998; da allora è comparso in cinque antologie, per una delle quali tradotto anche in inglese. Da sempre innamorato della narrativa ha partecipato a molti dei concorsi taroccati in circolazione. Convinto di essere l’eccezione che conferma la regola che i poeti sono pessimi narratori, non darà tregua all’umanità fin quando avrà vita.. e pure oltre. 

 

  

 

 

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